Vocazione

di SILVIO SERANGELI ♦

Se l’aspirazione è il desiderio di salire qualche gradino in più, magari nella carriera impiegatizia, magari nella considerazione generale, la vocazione è ben altra cosa. È un richiamo forte che uno sente dentro di sé, non ti lascia mai, ti dà la convinzione di una predisposizione naturale che deve cercare, in tutti i modi, di assecondare, di non tradire. Se la gran parte dei cittadini di Civitavecchia, da tempo, hanno l’aspirazione a campare non proprio bene bene, da ostriche e champagne, ma un pochetto meglio, da fritto misto e vinello frizzante della casa, quella che si chiama la classe politica e dei cosiddetti dirigenti dei vari settori dell’economia, io direi i saputoni da strapazzo, non perdono il loro tempo prezioso di blablabla a favore di telecamera e di taccuino gazzettiero, per sorvolare sulle suddette, lecite aspirazioni, per volare molto più in alto. Petto in fuori, sguardo panoramico alla platea d’occasione, come sempre sonnecchiante, qualche stagione fa con lo sguardo al quadrante dell’orologio ora al display del cellulare, un bel sorriso di entusiastica rassicurazione per lanciare l’idea, ribadire con forza, auspicare e via discorrendo che sì, basta poco per abbeverarsi al fiume di latte e miele che sta lì, a pochi passi. Perché Civitavecchia più che un’aspirazione, ha una sua naturale vocazione, udite udite, vocazione turistica. Da più di cinquant’anni questa formula magica viene ripetuta con ostinazione. È molto più della supercazzola prematurata con scappellamento del conte Mascetti-Tognazzi. Perché, in tutta onestà, non è una trovata geniale, un nonsense come quello della spensierata allegria delle zingarate, è convinzione e presuntuosa espressione di chi, mentre fa uscire di bocca la frasetta magica, guarda verso il cielo, folgorato dagli eterei rai del richiamo superiore, appunto, della vocazione. Così, con il buono e col brutto tempo, come l’albero di natale o le casette del presepio, viene tirata fuori dallo scatolone del repertorio del prestigiatore del momento questa sceneggiata del nulla o poco più. Disoccupazione, crisi, mancanza di progetti? Fermi tutti: “bisogna impegnarci per il rilancio del turismo della città, dare nuovo slancio alla sua vocazione turistica”. Parola più, parola meno, è il ritornello che, credo a ragione, l’assessore cultura e dintorni proporrà al festival di Sanremo de noantri, in programma a breve. Direte: “ vabbè, che male c’è?”. Attenzione la supercazzola era una trovata geniale, un gioco, questa è spudoratezza. Mettete, come mi è capitato, di portare un folto gruppo di amici, magari stranieri, con un consistente bagaglio di esperienze e di viaggi, sinceramente, pieni d’ammirazione per il nostro mare, la Calata, il Forte, l’ospitalità, dico sinceramente perché ne conosco bene i giudizi taglienti, di portare questi amici a visitare le Terme. Volgiamo lo sguardo verso un tramonto unico con un filo di tramontana che ti porta a scorgere l’Argentario e l’arcipelago, e subito dopo c’è un’istintivo sussulto, perché il panorama trova l’ingombro delle canne d’organo dei camini delle centrali. Del resto la città ha rincorso, e percorso, per anni l’unica strada capace di soddisfare un po’ di benessere: il porto con le navi che bene o male devono sfumazzare, le fabbriche che bene o male pure loro qualcosa la devono lasciare nel cielo. A poche decine di metri dalle colline del carbone di Fiumaretta ho giocato delle interminabili partite di calcio nei sabati della tregua dei compiti. Sul mare di Caravani, dove facevo il bagno da ragazzino sono piombati come Godzilla i serbatoi dei depositi costieri, nella landa desolata fra la campagna e il mare di Torre Valdaliga, luogo di scampagnate e di partitelle a calcio sono state piazzate le centrali. Manca all’appello il deposito costiero della Purfina, una ferita, un affronto la sua collocazione nell’area romana. Ci saremmo presa pure quella, perché mancava il lavoro e, qui siamo al punto, era completamente sparita la risorsa turistica che aveva mantenuto un certo livello fino agli Anni Quaranta del Novecento. Attenzione, prima ancora che i bombardamenti facessero tergicamente piazza pulita, il Pirgo, meta delle gioiose famiglie romane in cerca della salutare aria di mare, non tirava più. Stesso discorso per il Grand Hotel delle Terme che si manteneva con il soggiorno degli ufficiali. A queste due icone del turismo di Civitavecchia non si è più rivolto nessun imprenditore. Il turismo del dopoguerra, anche quello che porta il duo Gassman Trintignan a gustare la zuppa di pesce al porto, guarda e passa. Si imbarca per il nuovo eldorado: la costa sarda. Bastava seguire la parabola discendente di Santa Marinella, dello spopolamento di ville prestigiose e villini con un grande albergo appena costruito e riciclato per le abitazioni, per capire che il vento era cambiato. Domanda: possibile che non se ne fosse accorto nessuno? Qualcosa doveva significare il porto trabordante di traghetti stracolmi di vacanzieri che, al massimo e non per loro scelta, a Civitavecchia consumavano qualche panino e una bottiglia di acqua minerale nella stagione dei bivacchi in attesa d’imbarco. E, invece, è stata replicata la stucchevole telenovela, che dura da più di mezzo secolo, sulle terme, quelle nuove sulla collina dove sarebbe dovuta sgorgare la benefica acqua della Ficoncella. Se vi ripassate in rassegna le pagine dei giornali locali, come mi è capitato, un giorno sì e anche quello dopo c’era sempre una società, un benemerito imprenditore pronti alla costruzione di queste terme. Per la verità dall’autostrada è ben visibile il fabbricato, ma è come la carcassa del mega yacht Privilege, un vorrei ma non posso. Intanto però, e qui torniamo alla giuste aspirazioni dei cittadini di Civitavecchia, le nuove terme fai da te per un po’ hanno funzionato egregiamente, senza finanziamenti e inaugurazioni. Ricordate il colpo di genio delle vasche da bagno stile cascate del Niagara con sedie e ombrelloni? Geniali. Un messaggio chiaro: “ci accontentiamo, ci basta poco…”. E, allora, si spera che la vocazione turistica divenga più concretamente un’aspirazione. Che significa? Intanto, basta con questa cantilena piagnona della corsa ai crocieristi per fargli spendere qualche euro. Un invito: mettevi seduti una mezz’ora alla panchina che sta all’altezza del rudere della Rocca, anche questo da anni in restauro (sic!) per vocazione turistica, mettetevi comodi, e guardate sfilare i paperoni crocieristi che, senza offendere nessuno, sembrano più usciti dal film “Fantozzi va in pensione “ in gita aziendale, che dal mondo dorato dei transatlantici. Mettiamo pure il sale sulla coda dei crocieristi, ma, intanto, pensiamo ai non pochi abitanti di Civitavecchia, ai molti che le vacanze e il tempo libero lo passano in città. Come? Rendendo più gradevole la vita di tutti i giorni. Così sindaco e corona stellare, per altro sempre più sbiadita, lascino per un po’ da parte la caccia alle streghe del passato, lascino perdere la vocazione turistica della supercazzola dell’Hotel Fiumaretta, e prendano in mano una scopa, una ramazza di quelle buone. Facciano quattro passi non solo alla testa di cortei e manifestazioni, per ammirare lo stato pietoso dei parchi jungla e del verde sempre più abbandonato. E la Marina? E il Pirgo? Li lasciamo andare in malora, solo perché prima c’era quello e, ancora prima, quell’altro puzzone? Tutto sommato basterebbe poco per non deludere le modeste aspirazioni dei cittadini. La vocazione è un bel paravento.

di SILVIO SERANGELI