Tre brevi storie in memoria del maggio 1943: Cinema Italia.(terza storia)

di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦

Avevo passato la mattina alla macchia, in quel forteto irsuto pieno di marruche e biancospini, di scopeti e ginestre, di mortella e di olivastri. Andavamo girovagando, io ed i miei compagni, all’Infernaccio alla ricerca della gomma lasciata dai mezzi militari che in quel meandro si destreggiavano per fare le loro esercitazioni.

Il commercio di quei brandelli rendeva quanto a noi bastava per andare al cinema.

Pezzi di gomma in cambio di felicità.

Il cinema era per noi una realtà parallela a quella reale. Un mondo due rispetto a quello vero. Una realtà con il suo odore acre di fumo, con le sue attese trepidanti, con quel buio fascinoso che all’improvviso si squarcia di luce, con quella finestra aperta su un’altra vita piena di gioie, di emozioni, di sogni.

Avevo il compito, quel giorno, dell’avanscoperta presso il Cinema Italia: leggere il cartellone e di corsa riferire ai compagni se valesse la pena investire i nostri piccoli guadagni.

Dal Ghetto, dove abitavo, volai verso la meta, non era certo un lungo percorso..

Giunto al Piazzale degli Eroi vidi lungo il viale una fila di soldati che si incamminava verso l’entrata del porto. Erano tanti, il loro passo lento e non cadenzato. Una nave li aspettava, forse andavano in guerra.

La guerra! Chissà se era così bella come quella che si vedeva al cinema.

Arrivato a Largo del Plebiscito imboccai la prima via a sinistra, quella, per intenderci, che sta di fronte al palazzo con le colonne. Iniziai la strada in salita e giunsi alla piazzetta del mio cinema.

Nella mente di un giovane i luoghi non hanno i loro nomi reali, quelli che sono scritti sulle lastre di marmo, ma hanno i nomi delle cose che quei luoghi ospitano, sempre che le cose siano degne di attenzione per gli interessi giovanili.

La piazza del Cinema Italia era la piazza del cinema e non poteva avere altro nome. Eppure, ricordo che quel giorno ebbi l’impulso di leggere il nome impresso sul marmo posto in alto all’angolo del palazzone di fronte al cinema.

Feci uno sforzo nel leggere. Non riuscivo a capire il senso ed avevo difficoltà a pronunciare i nomi scritti.

Provai più volte: Simùla, Sòzzini, Sìmula, Sozzìni. Forse doveva suonare così: Piazza Sìmula e Sozzìni!!

Che cosa tutto ciò volesse dire rimase un mistero. La piazza aveva il suo bel nome, si chiamava come si doveva chiamare, come ho già detto era la Piazza del Cinema Italia!!

Avevo fretta, il cartellone mi aspettava.

Ecco, sono ora di fronte alla fabbrica dei sogni. Vedo alla sinistra la mia fatina magica racchiusa nel suo piccolo castellino. Ha un abito a quadretti rossi la Signora Maria. E’ il suo sorriso che ci permette di varcare la soglia del mondo incantato, di spostare quella pesante tenda verde che segna il limite dei due mondi.

Accanto a lei c’è il grande cartellone. Un manto di colori, di immagini attraenti con le figure dei nostri eroi ed eroine.

“Gente dell’Aria”(questo è il titolo): aerei che fanno fuoco di mitraglia. Bombe che piovono dal cielo, Esplosione, fiamma, boato. Eroi come folgori, roteano, si impennano, si lanciano in picchiata, sibilano, planano,virano, sfrecciano radenti, sbandano, s’avvitano……………. E’ Gino Cervi!! L’eroe con la sua casacca di pelle nera, gli occhiali da pilota, il casco di cuoio….

La cassiera col suo abitino a quadretti rossi mi saluta e mi fa cenno come per dirmi di far presto.

Ormai sono circa le tre ed un quarto del pomeriggio e la magia sta per mettere in moto gli aerei, girare le loro eliche, farli decollare dalla pista e…….. arrivare al bersaglio finale col mio Gino Cervi in testa!!

D’un balzo sono all’ultimo piano del mio palazzo al Ghetto: lì sono riuniti i miei compagni. Attendono, vogliono sapere.

Un rumore sordo fa vibrare l’aria nelle strade taciturne.

E’ strano! E come se il film fosse iniziato, qui, nel mio palazzo. Come se il mondo due, quello fantastico, fosse penetrato nel mondo reale.

Sono ora sul terrazzo di casa e fisso il cielo verso il mare. Sotto, nel viale, la fila in grigioverde è sempre presente. Lontano nel cielo vedo aerei.

Provo a contarli: uno, due, tre, quattro,cinque, sei, sette……..quattordici, quindici. Sì mi sembrano quindici aerei.

Ora li vedo bene.

Li vedo e distinguo le loro forme.

Sono molto grandi, goffi e volano molto in alto. Rammento come tante volte ho visto passare aerei italiani e tedeschi ma tutti volano più bassi, molto più bassi.

Ecco!! Ora distinguo meglio. Vedo il musone allungato, conto quattro eliche, il loro colore grigio e……….riesco a vedere al centro della fusoliera un segno…C’è una stella………dentro…..un cerchio scuro…..……..Una stella bianca ed un cerchio nero…. e poi……

L’Angelo Nero che fece della Nostra Città una ferita aperta al Cielo,

tempesta oscura che dissolse la storia di pietra, cancellò le vie, cancellò i ricordi.

Penetrò nelle famiglie, sbaragliò i legami ed i vincoli d’amore.

Colpì innocenti vite in modo vile.

Subdolamente sorprese corpi nel riposo domestico.

Sono a terra.

Ho le mani strette sulle orecchie. Gli occhi serrati. Il viso schiacciato sul pavimento del terrazzo.

Non vedo, non voglio vedere. Sento solo un ruggito diffuso.

In quella temporanea sospensione dei sensi le immagine della fantasia si fanno strada ed invadono la mia mente. E mi immagino che un grande libeccio abbia montato il mare….

Il tuono del libeccio sbatte ondate sulle scogliere. Le onde hanno scavalcato le barriere e si sono riversate all’interno, come enorme, spaventosa cascata, flagello devastante sui muri delle case. Esplode il tuono della folgore. Ovunque si ode lo scroscio di una pioggia a vento incessante. Tutto il modo oscilla. Va avanti, va indietro, sale, precipita. Ogni essere è nel pieno della tempesta.

. . .

Poi, d’un tratto, la libecciata cessa.

Sono in piedi ma non vedo, percepisco appena. C’è nebbia, una coltre fitta, bianca, acre.

Ora sono fuori del mio palazzo. Ho superato la chiesa del Ghetto.

Ho un solo pensiero nella testa: il biglietto del mio cinema. Lo spettacolo è già iniziato, ho perso molto tempo, devo affrettare il passo, devo correre……La cassiera, il mio biglietto……

Ricordando quegli attimi, col senno della maturità, mi sono sempre chiesto il perché di quel desiderio così intenso. Perché in quel drammatico momento non pensavo ad altro?

Disperatamente speravo. Rifiutavo il fatto, la sua devastante realtà. Era questa la vera ragione:l’adolescenza sa elevare barricate contro il dolore intenso.

Proseguo per Piazza del Plebiscito.

La nebbia si è un poco diradata e ciò mi permette di scorgere alla mia sinistra la fila grigioverde.

Sembravano sempre lì i soldati, solo che erano distesi sulla strada, immobili nelle loro uniformi, non marciavano più verso il porto. La loro guerra era finita in un viale alberato, di fronte al mare, in un giorno caldo di maggio. Tentavo di correre. Ma non correvo, mi arrampicavo. Salivo e scendevo perché non c’era più una strada. Era come andare per la macchia ma gli arbusti erano una massa confusa di polvere bianca a tratti friabile, a tratti dura come pietra. Non ero solo, fantasmi bianchi, tremuli, incerti nel loro andare mi affiancavano. Nella mia percezione giovanile mi sembravano tanti buffi fornai appena usciti dai loro forni, tutti bianchi di candida farina. Non parlavano, non sapevano dove andare. Provai un brivido ed ebbi l’impeto di fuggire il più velocemente possibile da quel tenebroso incubo. Scorsi il palazzo con le colonne: di fronte c’era la salita, la via del cinema.

Arrivai a fatica lungo la strada smantellata. Giunto alla piazza notai che il nome buffo non c’era più.

Ma anche il cinema era svanito. Vedevo il Forte Michelangelo. Ma non dovevo vederlo: il cinema avrebbe dovuto coprire la sua vista!!

Sono ora accasciato sopra un muretto di calcinaccio.

Vedo il Forte che fuma, ma non vedo più il mio salone, vedo solo…….. lunghe dita appuntite contro un cielo di morte rivolte. Pilastri inutili che solo pochi attimi prima racchiudevano spazi di gioia.

Vedo piccoli quadrettini bianchi e rossi rivestire quell’ombra che termina con una mano che….

stringe un foglietto incolore. E’ il mio biglietto, il mio…biglietto.

. . .

A distanza di anni quella immagine mi ha sempre seguito.

Il ricordo ha il grande vantaggio di ripensare la scena cambiando la prospettiva.

Spesso mi rivedo in quel preciso momento secondo una visuale ripresa dall’alto della scena. Vedo un ragazzo assiso sopra un cumulo di calcinacci bianchi che fissa uno scheletro di calcestruzzo.

Il suo sguardo è fisso su un punto preciso.

Di fronte a lui c’è un cartone a colori sbiadito che si muove come fosse una bandiera agitata da un vento innaturale, forse è il vento che viene giù dal porto e che le fiamme divampanti alimentano.

A tratti quel cartone agitandosi mostra una immagine, una sagoma di aereo in picchiata.

Il ritmo, con il quale appare e scompare quell’immagine, fa sembrare l’aereo in movimento come se simulasse il ritmo di una pellicola del film.

In quegli attimi lo sguardo del giovane è lieto.

E’ così che voglio pensarmi in quel giorno di pomeriggio di tanti anni fa.

. . .

NOTA. Le tre storie “fantastiche” si basano sui racconti registrati da una scolaresca che ha “intervistato” nonne e bisnonne, racconti che sono stati curati da MARIA GRAZIA VERZANI. Presso il Liceo scientifico Galileo Galilei alcune di queste storie sono state recitate dagli allievi il 14 maggio del 2014.

di CARLO ALBERTO FALZETTI