Tre brevi storie in memoria del 14 maggio 1943: la vampa di fiamma ardente. ( seconda storia)

di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦

Vampa di fiamma ardente che disperdesti il mio corpo,

luce mortale che precipitasti dal cielo consumando nel tuo fuoco la vita e le cose.

Unisti me e la mia casa in una fusione terribile.

Obbligasti con il tuo furore a rendere le affettuose mura agenti di morte.

Da dove giungesti?

Io non ti avvertivo quando tu, fiamma ardente, ti preparavi per il tuo rito.

Eri così lontano da me! Un grande oceano separava i nostri destini.

Ma tu, forse, sapevi già del nostro incontro mentre ti approntavano mani attente, prudenti, meticolose.

Forse, il Fato stava già tessendo il suo ordito. Aveva già immesso nella tua carcassa di ferro il compito che dovevi svolgere.

Univi la tua traiettoria alla mia vita. Univi la tua spaventosa potenza alla mia carne. Macabro patto nuziale che io non conoscevo.

E che certo non potevo volere, perché la vita mi reclamava.

Mentre tu venivi riposto in un grande arsenale a consumare un attesa silente, il mio cuore ardeva ai mille suoni, alle voci festose, ai giochi, agli ardori.

Spesso, scendendo dal mio palazzone in seconda strada volavo a Camporsino e in quella piazzetta io e il mio ragazzetto ci davamo appuntamento, fuori dagli sguardi estranei.

Era di marzo, ricordo. A San Giuseppe tutto era addobbato con le strade ricolme di gente e di frittelle.

E la Mimmona che urlava “ frittelline, frittellone”. E più cantava e più vendeva.

Come sento il loro sapore, come si squarcia il velo che avvolge i ricordi e come è tutta nitida la realtà che rammento quando avverto quel profumo intenso.

La primavera stava arrivando e con essa il mare. Il mare che vedevi dalla Terrazza Marconi, il mare che raggiungevi dalla Calata. Il mare del Pirgo bello. Il mare del Ferragosto e dei giochi nell’acqua, e delle papere lanciate per acchiapparle. E le lotte saracene e l’albero della cuccagna scivoloso e le gare delle barche e tutto l’intero porto in festa colmo di gente, di colori, di suoni e di gioia.

Maggio. Volevo sentire il suo calore già estivo. Volevo andare con il mio piccolo uomo al Pirgo. Volevo bagnare i miei piedi nell’acqua che ancora risentiva del freddo invernale. Volevo ricevere i raggi del sole sulla pelle biancastra. Volevo parlare con il mio ragazzo, al Pirgo, con i piedi a mollo. Volevo stringere i tempi. Volevo far qualche passo avanti. Volevo trasformare una amicizia in qualcosa di più importante. Volevo…. volevo tante cose.

Doveva essere un maggio intenso, pieno di attese. Maggio è il mese propizio. La Natura si apre, interrompe il suo sonno. L’aria è così intrisa di odori, di suoni, di granuli di polline. E’ il grande momento germinale della Natura!

E anch’io mi stavo aprendo. Anelavo modulare il ritmo del mio cuore a quel ritmo cosmico.

Ma non potevo sapere che dovevo legarmi a te, essere ferrigno, vampa di fuoco ardente. Eri tu quello che il ritmo cosmico mi porgeva come compagno. Era con te che io dovevo unirmi in un talamo di morte.

Dove eri nascosto quel giorno di metà maggio?

Ti avevano trasportato da lontano. Ti avevano trasferito in un altro grande magazzino sulle coste africane.

Eri lì da settimane con tanti altri ordigni tutti simili a te.

Acciaio, esplosivo, congegni meccanici, questo era il tuo corpo. Un corpo inanimato, un oggetto comandato, obbligato solo da una volontà umana.

No! Non eri solo un duttile strumento passivo!

Ti avrebbero certo lasciato cadere sul punto geografico che il pilota voleva ed una volta lasciato libero la forza di gravità ed il vento ti avrebbero governato e tu saresti stato, da quel momento, solo oggetto del caso, del capriccio del caso.

Ma c’era qualcosa d’altro che ti avrebbe guidato. Una necessità. Un destino implacabile.

Io….. ti dovevo appartenere!

. . .

La mattina del 14 maggio ti infilarono dentro la pancia di un grande velivolo.

Gli aerei cominciarono a rollare e, uno dietro l’altro, a decollare diretti verso le coste della mia città.

A mezzogiorno ero ritornata a casa, nel mio palazzone in Seconda Strada. Avevo mangiato con i miei. Tutti, ad eccezione di me, erano andati a riposare. Faceva caldo quel venerdì. L’estate gridava da lontano il suo desiderio di essere.

Io avevo fretta. Dovevo incontrare la mia amica del cuore, la mia confidente, il forziere dei miei segreti. A Camporsino, come al solito, fuori dagli sguardi indiscreti.

Ero nella mia stanza da letto, mi preparavo all’uscita.

Tu sorvolavi il mare, già da qualche ora.

Io non ti avvertivo, non sapevo nulla di te, nulla del Fato che ti conduceva a me, …implacabile.

L’aereo che ti trasportava era, ormai, sopra Civitavecchia. Sotto le sue ali giaceva un porto immobile, inconsapevole del suo destino. Una nave imbarcava silenziosi soldati in fila. L’aria era nitida. Il caldo e l’ora tutto rendeva attonito.

Il rombo dei motori nel cielo era appena avvertito. E chi avvertiva il rumore sapeva che quel sottofondo era qualcosa di consueto, di abituale perché molti erano gli aerei amici che sorvolavano la città.

Il pilota stava per aprire la poderosa pancia del mostro che ti trasportava. Fra pochi attimi avresti iniziato la tua missione.

Io ero ancora nella mia stanza da letto. Potevo indugiare, rimanere lì per qualche attimo, ma un pensiero mi apparve d’improvviso.

Come saetta accese la mia attenzione. Il Destino mi incalzava, voleva governare tutta l’azione.

Mi ricordai del caffè sul fuoco. Avevo dimenticato che qualche minuto prima mi era venuta voglia di una tazzina.

Mi precipitai verso la cucina distante una decina di metri dalla stanza da letto.

Tu viaggiavi già libero nell’aria. Eri in posizione, la gravità ti attraeva. Le alette di coda ti guidavano.

Cercavi la mia presenza.

Eri sopra il tetto della mia casa, esattamente sopra la mia cucina.

Nato, in un lontanissimo paese, raggiungevi me in quell’ora esatta, nel punto preciso dove sarebbe avvenuto il nostro incontro.

Tutto predisposto.

Avevi un complice, un fedele alleato che ti soccorreva nel tuo momento fondamentale. Io, precipitosamente andavo, ignara, verso l’abbraccio finale richiamata da quella sibilante macchinetta del caffè che complottava con te.

Ora, alfine, ti avvertivo.

Sentivo il tuo sibilo.

La tua voce possente, terrificante………..

Pochi attimi e io sarei stata trasformata. Fusa con te in una vampa di fuoco.

. . .

Dove sei innamoratino mio?

Dovevamo andare al Pirgo a parlare, con i piedi a bagno, ricordi?

Dove ti sei nascosto abbandonando me gemente?

Come il cervo fuggisti dopo avermi ferita;

uscii invocandoti e te ne eri andato. (Giovanni della Croce)

di CARLO ALBERTO FALZETTI