Cartoline

di SILVIO SERANGELI ♦

Una mostra alla Festa dell’Unità, una nuova esposizione l’anno dopo in piazza Leandra con le riproduzioni di grandi dimensioni delle foto della città, di Civitavecchia, prima che fosse spazzata via dai bombardamenti. È iniziata così l’appassionante ricerca del recupero della memoria che è passata, e continua a passare con grande attenzione, attraverso il progetto culturale chiamato TRC- Telecivitavecchia. Allora si chiamavano sinergie, ma è più corretto parlare d’incontri fra brave persone, disponibili, di grande spessore civico, che si capivano al volo e non usavano mai l’altisonante parola, fin troppo abusata, in seguito, di “volontariato”. Nessun tentativo di nostalgiche riesumazioni del bel tempo che fu, anche perché questa attenzione non è venuta meno. Mettete insieme la grande disponibilità di Umberto Mazzoldi con i suoi primi album con le immagini raccolte e ristampate in bianco e nero di una città che i giovani di allora non conoscevano e che i meno giovani rivedevano con grande emozione; mettete insieme la ricerca paziente di TRC, e mettete pure che, quelli, l’inizio degli Anni Ottanta del secolo scorso, erano gli anni del duo Barbaranelli-Insolera, dei compagni e del sindacato e, soprattutto, dei cittadini pieni d’entusiasmo, che davano volentieri il loro contributo, senza la ricerca di protagonismo che sarebbe sopraggiunta con effetto valanga qualche anno dopo. È da lì che prendono vigore le radici di una lunga linea rossa del sentire e dell’attenzione, dei documenti e delle foto, delle immagini e dei filmati, raccolti con pazienza, prima, molto prima delle case e delle osterie della memoria, delle tante riproposte di materiali un po’ riscaldati, per la verità scovati e “salvati” anni prima. Confesso che ho rischiato di essere travolto e fuorviato da quella che poteva essere un’operazione, quasi un vizio, un’abitudine stancante. Ma non è stato così. Nessuna nostalgia fine a se stessa alla ricerca “ruffiana” della lacrimuccia d’occasione. Certo, nel turbinio di proposte, di sollecitazioni, anch’io, alla fine, ho ceduto alla curiosità di mettere da parte qualcosa, di raccogliere i materiali che mi venivano proposti. Soprattutto cartoline, soprattutto quelle della città anteguerra. Parlo di raccolta, perché la collezione è cosa seria, perfino maniacale; magari prevede, tanto per fare un esempio, una serie di cartoline del monumento a Garibaldi, differenti fra loro soltanto per qualche centimetro dell’inquadratura del fotografo. È iniziata, quasi per caso, una raccolta via via sempre più corposa con qualche prevedibile follia, come mi avvertivano gli amici collezionisti, quelli seri. Impossibile controllare l’adrenalina a mille per esserti aggiudicato all’asta l’albumetto con l’intera raccolta delle cartoline del Pirgo, pagato un occhio della testa. Per non dire di quanto sia costato il simpatico aviatore con cagnolino a bordo che dispiega le vedutine di Civitavecchia, sigla delle “Cartoline” di TRC. La raccolta, proprio perché non era una collezione fine a se stessa, magari da godere nell’intimità e nella solitudine della lampada notturna dello studio, è rimasta nel solco delle scoperte e delle ricerche di quegli Anni Ottanta, dei pannelli rimediati dai Ferrovieri, delle cornici messe insieme dai Portuali, illuminate dagli Elettrici con il profumo invitante delle salsicce sulla griglia, al Parco della Resistenza, nel caldo delle serate d’estate e dell’affetto popolare: i balli, la musica, i dibattiti, le mostre, Pippo e i cannolicchi. E, dunque, le cartoline, le immagini di quella città che non c’è più, sono state e continuano ad essere uno strumento di divulgazione, quasi didattica, perché raccontano tante cose dimenticate, taciute, superate, troppo spesso, fuorviate dall’epopea stucchevole del come eravamo e del bel tempo che fu. Così la rilettura attenta delle immagini, senza nulla togliere, ci mancherebbe, alla giusta onda emotiva verso quel passato, raccontano una città più vera. Difficile individuare un’armonia urbanistica nella sdentata sequela di case, palazzine, sopraelevazioni che si affacciavano sui merli della Calata. Poco accattivante, credetemi, la piazza san Giovanni dove è inquadrato il famoso prosciutto alla finestra, in primo piano. E l’Arsenale, è giusto ammettere, dalle cartoline non si mostra più come quello del Bernini e della flotta pontificia; alcune arcate sono state chiuse, la struttura è fortemente provata dal tempo, trasformata in alcune parti nascoste in un ricettacolo di immondizie. Lo stesso Pirgo, nelle cartoline degli Anni Quaranta, dopo l’epoca d’oro, mostra chiari segni di degrado. Alcune foto, non cartoline, dell’interno del Traiano, scattate in occasione del Congresso stendhaliano del 1924, ci mostrano un palco molto stretto con le assi e le intelaiature da restaurare e un insieme, palchi compresi, modesto. Questi pensieri mi vengono alla vigilia delle celebrazioni del 14 maggio, il giorno del primo bombardamento. Per dire che, come ogni anno, vengono messe insieme diligentemente tutte le tesserine giuste: mostra delle immagini, parole e musica, testimonianza storica, alunni delle scuole. Non è forse un rituale? Una data sul calendario da non mancare? Non sarebbe meglio sgombrare il campo e superare i limiti della celebrazione. Il tempo scorre velocemente e non porta con sé la stessa attenzione, direi lo stesso sentimento. Gli anni inevitabilmente sbiadiscono la tela colorata del ricordo vivido di fatti vicini, ancora vivi e vissuti intensamente. Penso al Primo Maggio dei comizi sul camion in piazza al Mercato, alla banda che suonava l’inno dei lavoratori, alle sincere lacrime d’emozione dei tanti operai con il basco, il garofano rosso all’occhiello della giacca del giorno di festa. Negli anni recenti il concertone di piazza San Giovanni aveva dato nuova linfa, ma poi ha traslocato, i garofani hanno perso il loro colore vivido e il profumo intenso. E, in fondo, la stessa festa della donna non ha smarrito la sua spinta iniziale, ridimensionata dalle cene al femminile e minata dalla fioritura precoce delle mimose? Perfino la festa della mamma e la festa del papà, nonostante la pubblicità martellante, vanno avanti un po’ stancamente. Gli anni passano: le date non vanno dimenticate, ma va rinvigorito il loro significato, come per il 14 maggio della bella città d’incanto che non c’è più. Allora perché non riflettere, soprattutto con le giovani generazioni, scusate il riferimento che spesso risulta vuoto e vano, riflettere della guerra, dei tanti morti di cittadini, non solo in città, della città vera degli Anni Quaranta del Novecento, stretta, quasi strozzata nel vecchio centro storico in gran parte malsano. Perché non parlare dei fenomeni di sciacallaggio e fare chiarezza sull’esodo verso i paesi e le colline, in cerca di salvezza. Lo sfollamento non fu una passeggiata di salute, per nessuno. Il ricordo, l’emozione vanno rispettati in chi li ha vissuti e se li è sentiti sulla pelle. Mia madre passava notti insonni dopo aver seguito in televisione i notiziari con le immagini e i suoni delle bombe in Medioriente, perché le avevano riportato alla memoria il bombardamento, la fuga disperata, l’orecchio teso, per mesi, con il terrone di nuovi attacchi sulle colline della fuga per la vita. Massimo rispetto per le date, le occasioni per ricordare; ma anche onesta consapevolezza che i rituali rischiano di suonare come un vuoto esercizio di protagonismo.

di SILVIO SERANGELI