Una Società Precaria

di DARIO BERTOLO ♦

Il precariato : un tema scottante, attuale, probabilmente l’emblema di una crisi sociale di cui ancora ad oggi non si intravede la fine. Una condizione che nel nostro paese ha sempre avuto carattere predominante ma che, specialmente negli ultimi anni, si è progressivamente modificata e, come uno di quei virus particolarmente subdoli, si è impadronito delle cellule del paziente ammalandole. Le certezze, o perlomeno le speranze di poter costruire un futuro per sé e per gli altri, un tempo radicate se non altro nelle ideologie e nell’immaginario quotidiano, di colpo si sono sgretolate davanti a cambiamenti e stravolgimenti sociali che sicuramente non appartengono alla nostra cultura, al nostro paese, alla nostra storia. Vivere una vita precaria non è nell’animo di uno Stato civile, il quale ha il dovere di poter garantire stabilità certa alle famiglie e a tutti i cittadini migliorandone la qualità della vita. Tutto questo sembra dimenticato, superato, ignorato in nome di un modello sociale senza riferimenti e proiettato verso pericolose derive anarchiche istituzionali soprattutto legate a dinamiche economiche del tutto indifferenti ai bisogni delle comunità. E’ innegabile come ormai tutto sia inevitabilmente e drammaticamente precario. La tutela del risparmio, una volta caposaldo inalienabile delle famiglie e ora oggetto di speculazione senza scrupoli anche da chi avrebbe dovuto esserne il garante istituzionale. Il lavoro, ormai derubricato a semplice sfruttamento di manodopera saltuaria a costo minimo, possibilmente senza tutele contributive e santificato in nome di una libera concorrenza di mercato. L’imprenditoria, soprattutto quella che in Italia è maggiormente rappresentata, ovverosia gli artigiani e i commercianti, i quali si trovano quotidianamente a dover fronteggiare, in nome di una concorrenza spietata, spesso sleale e di una legislazione sempre meno tutelativa e sempre più interpretabile, uno scenario che inevitabilmente vedrà soccombere la maggior parte di essi. Le imprese, penalizzate da scellerate politiche energetiche, da una burocrazia ormai fuori controllo e da un sistema Statale che, paradossalmente, impedendo la crescita a causa dell’innalzamento indiscriminato della tassazione, rallenta lo sviluppo produttivo e occupazionale a scapito di una precaria stabilità sociale. Il Welfare, fino a pochi anni fa caposaldo della struttura del paese e ora, nell’epoca delle leggi di stabilità e dei parametri europei da rispettare inderogabilmente, trasformato in un problema contabile che va risolto essenzialmente con quadrature e tagli di bilanci , senza tener conto alcuno delle persone e dei loro diritti. Si può continuare citando il precariato scolastico, quello che riguarda i ricercatori e le menti eccelse, spesso obbligate a dover emigrare all’estero per poter vedere valorizzate le proprie capacità e intuizioni. Si potrebbe continuare, ma sarebbe un inutile esercizio retorico superato dalla capacità di ognuno di verificare personalmente lo scenario a cui quotidianamente assistiamo.

Civitavecchia non sfugge affatto a tutto questo, anzi. Forse per qualche misteriosa eredità storica certamente frutto delle instabilità politiche e sociali che hanno caratterizzato in centinaia di anni le vicende di questa città, fatto sta’ che inevitabilmente le problematiche a livello nazionale da noi sono amplificate in maniera maggiore sia nei contenuti sia negli effetti. Naturalmente anche la politica non rifugge a questa regola. Sono lontani i tempi dove sindaci, amministratori e figure istituzionali venivano eletti sulla base di una propria identità politica, difficilmente rinnegata e ancor meno tradita. Pur in presenza spesso uno scenario politico quasi mai stabile e duraturo, espressione tipica della prima Repubblica la coerenza, la passione e l’impegno erano elementi caratteristici di chi amministrava la cosa pubblica. Con il passaggio alla cosiddetta seconda Repubblica queste prerogative sono venute a mancare, sulla scia di un diffuso decadimento morale che in pochi anni ha generato una classe politica priva dei valori sopracitati e soprattutto assolutamente inibita di qualsiasi scrupolo nel perseguire obiettivi di potere al solo fine di arricchimento e privilegi personali o di casta. In questa ottica può essere lecito affermare che il “precariato della azione politica” presente a suo tempo è tutt’ora esistente , ed è anzi, ancor di più un elemento predominante nel panorama cittadino e ovviamente nazionale. Il continuo e vorticoso avvicendarsi sulla scena politica di movimenti e partiti nati sulla scia degli umori (e malumori) popolari, seppur condivisibili perlomeno nelle ragioni se non nelle intenzioni, ha generato una classe dirigente che vive e gestisce le istituzioni sulla falsariga di uno schema dettato, nei tempi e nei modi, dai social network e dagli estremismi che , inevitabilmente, non si identificano nei bisogni della comunità né tantomeno sulla necessità di risolverle, bensì sul perseguimento fanatico di ideologie rivoluzionarie che , anacronisticamente, ci portano drammaticamente indietro nel tempo. E la società, quasi senza reagire e con una vaga rassegnazione, vive ormai passivamente questo decadimento. Accettando compromessi che quasi sempre comportano sacrifici e rinunce, nella speranza finalmente di un cambiamento o, perlomeno, di un segnale di esso.

Per questo, di fronte a un futuro spogliato di ogni sicurezza, questo nuovo precariato, inteso come vera e propria classe sociale, alla stregua del proletariato, potrebbe cercare rifugio, nel populismo e nell’intolleranza. Come purtroppo mostrano molti indizi in Italia e nella stessa Europa.

Avere consapevolezza di tutto ciò potrebbe significare imporre , con decisione, la volontà di tutti i cittadini, lavoratori, disoccupati, donne e uomini di ogni ceto ad una ribellione delle proprie coscienze, liberandole dai pregiudizi e dai luoghi comuni ormai assuefatti e radicati. Tornare al dialogo, al confronto, alla riscoperta della condivisione di idee e di pensiero sarebbe inequivocabilmente il primo segnale forte da contrapporre a chi viceversa si auspica un mondo sempre in bilico , facilmente influenzabile, perennemente precario.

di DARIO BERTOLO