La Santa Magnanza di Civitavecchia

di FRANCESCO CORRENTI

Nei lontani anni Settanta del secolo scorso, durante un viaggio in Francia compiuto con una coppia di amici non architetti (lui professore di fisica, lei di lingua e letteratura francese), alla decima “cattedrale” che ci accingevamo a visitare, le nostre strade – era inevitabile! – si divisero.

Allora, ero alla ricerca di damier, ossia di quel motivo decorativo a dentelli scalettati e a scacchiera che è presente nella fascia in nenfro sopra gli archetti ciechi del Campanile romanico di Sant’Egidio (già di San Giulio) nella zona della Tenuta dei Bagni, di cui avevo fatto un accurato rilievo e progettato un intervento di salvaguardia. Una decorazione simile l’avevo notata nel Castello dell’Abbadia a Vulci ed era abbondantemente presente nella Civita di Bagnoregio, sui lunghi sedili della piazza e sul campanile di San Donato. Ne avrei ritrovate di analoghe, anni dopo, nella chiesa templare di Notre-Dame a Échillais, presso Rochefort (Charente-Maritime, un po’ a sud de La Rochelle), ma anche in Spagna ed in Siria.

A parte le infinite cose che ti trovi davanti dappertutto, per restare in terra francese, appena passata Mentone (e pur trascurando i posti più inflazionati e citare solo alcuni dei più memorabili), ti invischi letteralmente tra Èze, Cagnes-sur-Mer, Saint-Paul-de-Vence, Grasse, Vallauris, Fréjus, Abbaye du Thoronet, la Camargue e Saintes-Maries-de-la-Mer, Arles, Abbaye de Montmajour, Fontvieille, Tarascon, Saint-Rémy, Nîmes, Pont-du-Gard, Avignon, Orange, Carpentras, Abbaye de Sénanque, Fontaine-de-Vaucluse, Vénasque e il Comtat Venaissin, dove ai ricordi di studente liceale su Francesco Petrarca, aggiungi quelli di ammiratore e traduttore del padre Labat con il suo amico Signor Cavaliere de la Mothe d’Orléans, Capitano delle Galere del Papa a Civitavecchia. I giorni passano e ti aggiri sempre lì intorno, affascinato dagli infiniti richiami. E non sei ancora nemmeno arrivato a Le Puy-en-Velay, da una parte, o a Lione, dall’altra, con L’Arbresle, Éveux et le Couvent de La Tourette, tappa obbligata e fissa del pellegrinaggio, per respirare e fare il pieno delle atmosfere di “Papà LC” e del padre Couturier. E ce n’è ancora di strada, it’s a long way, for Cluny, Autun, Tournus, Vézelay…

Da alcune abitudini o chiamatele vizi, se volete, non si guarisce. Ancora oggi, qualunque viaggio, gita, passeggiata, anche in località conosciute, visitate più volte, non può prescindere da una serie di soste nei luoghi che rappresentano un ricordo piacevole o una scoperta suggestiva ancora da fare, comunque il soddisfacimento di una esigenza direi proprio fisica di vedere, rivedere, confrontare, e se possibile annotare e disegnare, almeno fotografare. Meta dei ritorni, inutile dirlo, ogni oggetto architettonico o naturale (celebre monumento o semplice edificio, spazio artificiale o paesaggio) che susciti un’emozione. Positiva o negativa. Nel senso che alcune bruttezze estreme possono catturare l’attenzione e meritare un segno sulla carta o uno scatto col cellulare.

Sainte Magnance 1s

Molto spesso, purtroppo, alcune di queste rivisitazioni di luoghi che abbiamo conservato nella memoria come cose care e preziose, si traducono in sorprese deludenti, perché a distanza di uno o più decenni certi angoli affascinanti hanno subito trasformazioni gravissime e – mai che avvenga il contrario – sempre in peggio.

Ma a questo punto, è decisamente opportuno che entri nell’argomento di questo scritto, che ho preso alla lontana proprio per dare il senso della sorpresa d’una scoperta del tutto casuale e assolutamente inattesa, in luoghi già abbastanza conosciuti. Eravamo, ai primi di ottobre del 2009, con mia moglie Paola, in Borgogna, di ritorno da un ampio tour e dopo un soggiorno di studio e di lavoro a Parigi. Stavamo raggiungendo un piccolo villaggio del Parco regionale del Morvan, dove avremmo ritrovato i nostri amici archeologi dell’ ENS – già incontrati a Parigi – presso i quali avremmo sostato qualche giorno per visitare i dintorni e i lavori allora appena iniziati per la creazione del Museo-Parco di Alesia, ad Alise-Sainte-Reine, progettato da Bernard Tschumi, ideatore del Parc de la Villette e del nuovo museo dell’ Acropoli di Atene, con la collaborazione del paesaggista Michel Desvigne e dello scenografo Guy -Claude François. La regione, in quella stagione, era stupenda. La route che percorrevamo attraversava boschi di aceri con un colore rosso delle foglie così acceso da sembrare innaturale. Avevamo rivisitato Vézelay, il borgo e la chiesa, come sempre incantevoli, poi, a Saint-Léger, la casa-museo dell’architetto militare Sébastien le Prestre, marquis de Vauban (1633-1707). Due anni prima avevamo potuto vedere la grande mostra a lui dedicata al Trocadero, trovando numerosi spunti, anche sorprendenti, per le nostre ricerche sui bastioni e sulle opere portuali di Civitavecchia e di Tolone.

Aspettando l’ora del rendez-vous con i padroni di casa, abbiamo continuato l’esplorazione del paese, puntando verso una località dal nome abbastanza strano: Sainte Magnance. Pochi chilometri, e davanti a noi, a lato della strada, in una radura verde, appare un insolito monumento. Il terreno è sistemato a formare un piccolo montirozzo a prato e sul colmo un gruppo di grossi massi irregolari è disposto in cerchio come una struttura megalitica. Su questo basamento, due statue di marmo bianco sembrano flettersi al vento con linee sinuose. Sono un vescovo barbuto e una fanciulla. Intorno, sono sparsi altri massi qua e là, insieme a qualche cespo di fiori gialli. Su uno dei blocchi vicino alla strada, un ricciolo di ferro ancorato alla pietra sorregge con due borchie un’epigrafe in plexiglass.

Questa la traduzione:

San Germano – Santa Magnanza

Un giorno dell’anno 448, in questo luogo, al bordo della strada romana, arriva il corteo che accompagna il corpo di San Germano di ritorno ad Auxerre. Era morto a Ravenna, dopo una intensa attività apostolica e numerosi miracoli. Infatti, egli poteva calmare i flutti scatenati.

Si racconta che cinque donne, Magnanza, Pallaia, Camilla, Massima e Porcaria, seguono devotamente il corteo. Spossata per il viaggio, Magnanza, gravemente ammalata, muore il 26 novembre. I suoi compagni la seppelliscono sul posto. Poi l’oblio.

Si narra anche che in questo luogo, due secoli dopo, un pellegrino di Autun si mise a dormire, poggiando il capo su un cranio di cavallo. In sogno, egli vide santa Magnanza proteggerlo da un serpente. Al suo risveglio, scopre un serpente nel cranio. Avvisati, gli abitanti di Saint-Pierre-sous-Cordois ritrovano il corpo della santa e lo traslano al villaggio che prenderà il nome di Sainte-Magnance. Quattro secoli più tardi, in questo luogo viene costruita una cappella in onore della santa, ma sarà distrutta nel XVIII secolo.

Lucienne Picard, abitante di Sainte-Ma-gnance e proprietaria di questo terreno, morta a gennaio del 2003, ha disposto per testamento che fosse eretto un monumento sul luogo dell’antica cappella per proteggere la strada e il villaggio.

2008-2009. Taglio di pietre: Stéphane Dupaquier – Scultura: François Rouillot – Sistemazione: Frédéric Grossetête – Committente: Diocesi di Sens-Auxerre / Parrocchia di Sainte-Magnance.

Alcune centinaia di metri più avanti, troviamo il segnale di inizio del centro abitato e una chiesa piuttosto modesta sembra essere l’edificio di maggiore importanza tra un gruppo di case basse dilatate ed è lì vicino che parcheggiamo. Alla facciata spoglia, con alto tetto a due spioventi in forte pendenza da cui parte un campanile a guglia, è addossato un protiretto semplicissimo: due pareti ai fianchi, due muri bassi e due pilastrini in pietra, una tettoia inclinata. L’interno della chiesa è semplice, ad una navata con cappelle laterali. Un misto di stili. Arconi romanici, parte del soffitto rifatto in piano con travi di legno, la campata dell’altare con una crociera gotica a nervature sottili, pareti intonacate e vetrate colorate moderne. Alcuni arredi e opere d’arte sembrano d’epoca antica ma non ben precisabile.

Un foglio dattiloscritto inserito in un album rilegato con spirale metallica è appoggiato su un leggio ad erudizione del pubblico. Leggo e traduco: «Magnanza. Esistono due versioni sulle origini di Santa Magnanza. Secondo qualche erudito contemporaneo, tra gli altri i Bollandisti, ella era, come le sue quattro amiche, di stirpe gallica della tribù degli Edui. Secondo l’opinione generalmente ammessa e secondo un documento ritrovato in Belgio, pubblicato nel bollettino della Società delle Scienze di Avallon (1867), era invece Romana, nata in una famiglia nobile e cristiana di Centum Celle (Evita Vecchia) [sic! Evita anziché Civita…]. La sua infanzia e la sua adolescenza furono segnate dal sigillo della santità.»

Resto trasecolato. Non mi aspettavo di trovare Civitavecchia anche lì, nel cuore della Borgogna. E poi evocata con quel nome che mi suonava ironico, con tutto quello che si leggeva su certi fatti della città. La Santa Magnanza di Civitavecchia. Sembra un titolo scandalistico! Eppure è vero.

P.S.: Vedo adesso su Wikipedia che la santa è definita «une jeune fille originaire de Ravenne au bord de l’Adriatique». Si tratta di una semplificazione superficiale. Sainte-Magnance è un piccolissimo comune (457 abitanti nel 2013) della Borgogna, dipartimento Yonne, arrondissement di Avallon, chiamato in origine Saint-Pierre-sous-Cordois.

FRANCESCO CORRENTI