Civitavecchia al tempo delle bande

di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦

Consorterie di notabili umiliano la città. Lo abbiamo detto. Tutti lo affermano, a volte anche con una certa audacia stante il debole clima civico del momento.

Oso una sfida: sfruttando una ricorrenza nazionale perché non parlare anche di altre” bande”?

Bande antiche, dimenticate, tuttavia animate da qualcosa di “diverso” rispetto alle finalità delle odierne consorterie, di queste tipiche “bande non armate”. Proviamo a celebrare questo 25 aprile 2016 ricorrendo non alla stanca ritualità ma al ricordo dei fatti di quelle antiche bande. Bande armate e bande non armate, il passato ed il presente a confronto, il tragico e l’indecoroso.

Le bande armate delle quali parlare sono, naturalmente, quelle partigiane.

Guadagnare il monte: questo il primo atto dopo la costituzione di una “banda”. Nel nostro comprensorio dell’Alto Lazio 3 sono stati i monti prescelti: i Monti della Tolfa “allargati” fino all’area del Biedano, Il Monte Cimino, Montauto (per una parte Lazio, per l’altra Toscana).

Cinque le bande alla macchia: la banda Fernando Barbaranelli e la banda Ezio Maroncelli ( Monti della Tolfa “ allargati”), la banda Mariano Buratti e la banda Fernando Biferali ( Monte Cimino), la banda Sante Arancio (Montauto).

Tutte costituite all’indomani dell’8 settembre del ’43.

Tutte operanti nel breve arco di nove mesi , dal settembre al giugno del ’45 (arrivo degli Alleati). Troppo poco per sviluppare un’azione consistente paragonabile agli eventi partigiani del nord. Sufficiente per una azione di disturbo, continua e penetrante, quando il fronte oltrepassa la linea Gustav ( maggio ’44) e si avvicina a Roma.

Soffermiamoci sulla zona di nostro maggiore interesse, i Monti della Tolfa “allargati”. Possiamo informare sugli eventi accaduti grazie al prezioso contributo di Mirella Scardozzi ( Quaderni della Resistenza Laziale, n. 7, 1978).

L’area di Tolfa-Allumiere vede svolgersi l’azione del giovane Ezio Maroncelli. E’ da poco uscito dal carcere di Regina Coeli: una detenzione politica ti mette in contatto con esperienze, ti forma la coscienza, ti incita alla lotta. Appena un mese di libertà e la banda prende forma e si riconosce in Ezio. Non è solo al comando, lo affianca Antonio Morra come commissario politico.

I membri della banda sono ora in azione. Evitano una cattura a “La Bianca”. Arricchiscono le fila con soldati sbandati ( Monte Cucco). Tentano con successo un assalto ad una batteria costiera. Affondano un piroscafo di piccolo cabotaggio requisito dai tedeschi (Amerigo Foschi al comando). Osano un colpo di mano in una caserma di Civitavecchia. Maroncelli è catturato ma, la fortuna lo assiste: non lo riconoscono, pensano che sia un comune cittadino, lo liberano. Riprende il comando: è soddisfatto, un ottobre denso di azione. L’inverno del ’43 è alle porte e nelle campagne tolfetane ( Casalone) accade il fatto più cruento. I tedeschi non riescono a sapere dove la banda si nasconde e, per questo, sono assassinati quattro collaboratori della formazione. Tutto il primo semestre del ’44 è dedicato alle azioni di sabotaggio. E’ un imperativo comune a tutte le formazioni: disturbare il nemico in attesa dell’arrivo degli Alleati. Un arrivo che tarda e che snerva. La banda deve inoltrarsi più ad ovest verso la rotabile Manziana-Tolfa. L’azione di disturbo continuo ha una feroce contropartita: settanta cittadini sono prelevati dalle loro case e trasferiti in vari punti (Bracciano, Cecchignola, Via Tasso). Si riesce a catturare i delatori che hanno permesso il rastrellamento.

Siamo a ridosso dell’arrivo degli Alleati. Necessita procedere in fretta alla liberazione dei vari paesi eliminando ogni possibile resistenza del nemico che ha, come scopo preciso, quello di rallentare l’avanzata americana e britannica. La banda Maroncelli libera Veiano, Allumiere, Tolfa, Civitella Cesi, Barbarano. A Veiano c’è resistenza. Lo scontro a fuoco dura circa due ore. Il capo partigiano della spedizione ( Giulio Del Duca) entra vittorioso nel paese. Anche a Barbarano la liberazione non è incruenta. Ma, ormai è il 7 giugno. La banda deve perseguire altri scopi: Civitavecchia è in condizioni terribili e l’azione post-bellica è fondamentale per gli uomini della banda.

Ed eccoci all’altra banda, quella di Ferdinando Barbaranelli. Il capo-banda è giovane, non giovanissimo. Trentasei anni, ha famiglia, moglie e due bambini. La banda che costituisce è alle dipendenze del comando della zona di Viterbo del PCI. Opera in stretto collegamento con la banda Maroncelli. Il terreno di azione è attiguo a quello della banda dei Monti della Tolfa comprendendo tutto quel vasto territorio , al di là del Mignone, che si svolge a nord-ovest degli stessi Monti: Bieda (Blera), Vetralla, Villa San Giovanni, Barbarano, Veiano, Civitella Cesi. Una banda in prevalenza di civitavecchiesi in un area fuori dal comprensorio naturale si spiega attraverso una sola ragione: gli sfollati dopo il terribile 24 maggio del ’43.

L’inizio della “macchia”è in ottobre. Affiancano il Comandante della banda Spartaco Ciliberti e Giovanni Marini (“Cardone”). Quest’ultimo deve provvedere all’armamento: moschetti, mitragliatori Beretta, mitragliatrici Breda, pistole, bombe a mano. Non è facile, necessita trafugare dovunque, anche fuori zona. Dopo pochi giorni viene dato incarico ad un componente la banda, un biedano (Antonio Sandoletti), di recarsi a Civitavecchia alla borgata Aurelia. Un carico di armi lo attende. Armi abbandonate dopo l’8 settembre. Ritornerà con il treno della Civitavecchia-Orte con il prezioso bottino. Ma qualcosa va storto: i tedeschi lo catturano, lo interrogano, lo minacciano. L’uomo ha paura, cede, collabora, fa il nome di “Cardone”, si presta a seguire i paracadutisti germanici pronti per il rastrellamento. Il giorno seguente l’attacco a sorpresa. Bieda è circondata. Il Commissario Prefettizio del paese deve assolutamente consegnare i componenti della banda. Si tenta di trattare, si prende tempo. Raffiche di mitra si odono a valle, nella campagna, lungo il Biedano. Nel frattempo Sandoletti riesce a fuggire. L’ira dei tedeschi è incontenibile: sarà dato fuoco all’isolato dove si presume si sia rifugiato il delatore. Ma il Commissario riesce a negoziare. Il fuggiasco sarà preso e consegnato al più presto. I tedeschi vanno via portando dietro una trentina di uomini tra i quali i capi della banda. Quattordici biedani perdono la loro vita in questa azione. Molti componenti della banda riescono ad evadere nei giorni seguenti dalle carceri dove sono stati rinchiusi. Anche Fernando Barbaranelli è tra coloro che evadono. La banda può ricominciare ad esistere dopo questo dramma iniziale. Prudenza vuole che si costituiscano gruppi separati nei vari paesi. Gli uomini riprendono vigore ed iniziano i sabotaggi incentrati soprattutto a danneggiare ed ostacolare il trasporto sulla Cassia dei mezzi tedeschi. Questo è il preciso obiettivo ed il successo della banda. L’arrivo degli Alleati è , anche in questo caso, preceduto dalla liberazione dei vari paesi da parte dei partigiani.

Con i primi di giugno del ’43 la guerra, in questa parte d’Italia, è finita: il 7 giugno la 34° divisione ( Red Bull) del gen. Charles Ryder entra a Civitavecchia, prosegue a Tarquinia dopo una breve battaglia a Monte Riccio (contro retrovie del 40° rgmt. Jager facente parte della divisione terrestre della Luftwaffe), arriva a Montalto il 10 giugno. Quando le truppe americane giungono a Bieda nomineranno sindaco del paese Fernando Barbaranelli.

di CARLO ALBERTO FALZETTI