Il nostro capitale sociale: alla ricerca della comunità perduta

di NICOLA PORRO ♦

Questo blog ci voleva proprio. Un condominio delle idee da abitare senza litigi sulle quote millesimali o gli orari del riscaldamento. Un vero spazio libero dove chi lo vorrà potrà occupare un monolocale, una mansarda, una panchina in cortile dove oziare nei pomeriggi di sole.

È bello immaginare una comunità in cui tutti dialogano mettendo a disposizione competenze, ricordi, punti di vista. Senza alzare la voce per sopraffare quella degli altri, come nella comunicazione politica imperante nei talk show. Senza bisogno di sortite a effetto – a chi e per chi dovremmo fare propaganda? – e senza indulgere a malinconiche geremiadi su un’attualità locale già tanto malinconica di suo. Mi pare sia quello che ha auspicato Fabrizio qualche settimana fa, al suono della prima campanella.

Per quanto mi riguarda prendo volentieri alloggio al piano di Carlo Falzetti. Nei suoi interventi ha sollecitato una riflessione non estemporanea o predicatoria sul deprimente panorama sociale della città. Un approccio concettuale che può consentirci di disegnare, per approssimazioni progressive, un profilo più aggiornato della nostra comunità. Formula fascinosa, ma ambigua e carica di mutevoli significati. In corso d’opera richiederà forse qualche precisazione. Importante è però adottare strumenti che, senza perdere contatto con l’attualità, sottraggano l’analisi alla tirannia del contingente. Allo scopo, Carlo ha opportunamente richiamato nozioni come capitale sociale e beni relazionali, ai quali mi permetto di aggiungere quella di cultura civica. Sono costrutti di frontiera, fra sociologia e psicologia sociale, fra antropologia culturale ed economia. Vanno maneggiati con cura ma offrono la possibilità di una lettura non effimera o banale della nostra vita sociale. Possono anche consentire una visione diagnostica, senza la pretesa di azzardare una terapia che compete alla sfera, contigua ma distinta, della politica.

Per quel che so e posso, cercherò di fare il mio mestiere. Ho insegnato sociologia per quasi quarant’anni e ho fatto le mie prime esperienze sul campo proprio con le ricerche di comunità dirette da Franco Ferrarotti nella Roma degli anni Settanta. L’invito di Carlo è per me quasi una chiamata alle armi. Eppure rispondo alla cartolina precetto con qualche apprensione, consapevole dei rischi che la sfida comporta. Ogni strumento metodologico va tarato sul caso specifico. Nessun modello concettuale è compiuto e privo di controindicazioni. Fare analisi sociale senza risorse umane, tecniche e finanziarie adeguate è sempre un’operazione ad alto rischio. Spesso è l’alibi per esimere l’osservatore dall’onere della prova. Qualche volta ne mortifica la missione, se è ancora vero – come siamo abituati a ripetere e a far ripetere ai nostri allievi – che la sociologia è scienza delle connessioni sociali «…ispirata a ipotesi di lavoro teoreticamente orientate ed empiricamente verificabili». Nel nostro caso, la materia prima è necessariamente di tipo secondario: dati raccolti da altri, qualche sommario statistico, informazioni desunte da un’osservazione partecipante senza troppe pretese di scientificità. Di più, al momento, non possiamo fare. Ma anche disporre di una griglia di ipotesi di lavoro concettualmente robuste, da consegnare a un dibattito pubblico che chiami in causa competenze diverse e complementari, può essere opera meritoria. Soprattutto quando sotto la lente c’è un contesto complesso e per qualche aspetto sfuggente come quello di Civitavecchia e del suo comprensorio. Un’area e una città prigioniere di un antico dilemma: rappresentare l’appendice funzionale di un vasto sistema metropolitano e della sua complicata struttura di governo oppure trincerarsi in un’identità – peraltro  abbastanza posticcia – di provincia mancata in cerca di risarcimento e riconoscimento. In fondo, a ben vedere, è il leit motiv della stucchevole opposizione fra appartenenza all’area metropolitana romana e fuga per la tangente della provincia, “bicefala” o quasi, dell’Alto Lazio. Poteva essere l’occasione per un dibattito vero, non viziato da interessi e logiche di schieramento precostituite. Si è risolto in un passaggio amministrativo privo di passione e dall’esito obbligato. Certo i tempi grami della crisi e della contrazione della finanza pubblica non hanno aiutato. E tantomeno ha aiutato il panorama offerto da una riforma degli ordinamenti repubblicani incompiuta e tradita, che ha consentito per decenni di spolpare e massacrare i bilanci delle autonomie locali, di ridicolizzarne la legittimità politica, di moltiplicare poteri senza potere e persino di calpestare il buonsenso.Tutto in nome di un federalismo senza capo né coda, imposto all’agenda politica prima dal plebeismo meridionale degli anni Settanta (chi si ricorda ancora della rivolta di Reggio, delle insorgenze aquilane, del boia chi molla?) e venti anni dopo dal leghismo xenofobo e secessionista, eretto da Berlusconi a forza di governo.

Detto questo, il ragionamento di Carlo su capitale sociale e azione civica chiama in causa anche noi. Interroga l’autoproclamata comunità locale e soprattutto la sua componente progressista che sin dagli anni Settanta (lo hanno ricordato Alessi e Galiani) ha cercato, con alterna fortuna, di rendersi interprete sia della continuità con una tradizione popolare sia di una domanda di innovazione politica, economica e culturale. Siamo sicuri di aver fatto sempre e fino in fondo la nostra parte, di avere sottoposto noi stessi – non solo il sempre maledetto ceto politico, ma anche i corpi intermedi, le professionalità, le istituzioni formative, i media – a un’analisi adeguata alla sfida che eravamo chiamati a fronteggiare?

Saremmo stati in grado, ad esempio, di “resettare” un’impostazione localistica e subalterna a interessi a noi estranei per misurarci con un orizzonte meno angusto, con le sfide che discendono dalla globalizzazione, dalla complessità, dalla rete? Formule anche queste certamente consumate e buone a tutti gli usi. Che tuttavia dovrebbero interrogarci, visto che, ci piaccia o no, dobbiamo convivere con le sfide della tarda modernità. Anthony Giddens ha evocato in proposito l’universo di Pascal: un luogo dove la circonferenza è ovunque e il centro da nessuna parte.  Il luogo, di conseguenza, non ha periferie. La stessa opposizione centro-periferia tende a depotenziarsi. Il centro delle nostre relazioni non è più uno spazio fisico, sta nel nostro smartphone. Ci segue ovunque e ovunque segnala, “traccia” il nostro passaggio.  Ci muoviamo in uno spazio sospeso fra materialità e metafora (si pensi alla rete trasformata in ideologia dei nuovi populismi), nel quale però prendono forma bisogni vecchi e nuovi e richieste di senso che la Grande Società o i cosiddetti sistemi esperti non possono soddisfare. Possiamo dotarci del migliore sistema sanitario del mondo, ma nessun regime di welfare potrà dare risposte ai bisogni di un malato terminale. Possiamo disegnare un modello educativo ideale, ma è in quell’asilo, in quella scuola, in quel laboratorio che una persona “in formazione” sperimenta il rapporto concreto con un educatore in carne e ossa. L’onnipotenza del web non cancella le reti di vicinato, l’onnipervasività della comunicazione produce domande di relazioni calde, emerge un’istanza diffusa come mai in passato di riappropriazione e qualificazione dei beni comuni, a cominciare da quelli primari, come l’aria e l’acqua.

Ecco: il capitale sociale di una comunità è il valore aggiunto che un assistente, un volontario, uno studioso locale, una presenza ambientalista – interpreti di una storia, eredi di una cultura, portatori di una sensibilità – conferiscono alla qualità e alla continuità nel tempo del nostro vivere insieme. Gli esempi potrebbero essere infiniti e niente sarebbe più errato che ridurre lo scambio relazionale prodotto dal capitale sociale, dall’attivazione di reti civiche, dalla pura e semplice solidarietà a una sorta di reazione romantica alle logiche della razionalità postindustriale. Al contrario: lo stesso controverso problema della governance di sistemi complessi a scala territoriale, professionale o tecnologica, esige la messa in campo di un surplus di capitale sociale. Nessuna governance può eludere questa relazione, ma spesso non sappiamo come gestirla. Non a caso si fa strada nella scienza politica dei nostri anni una radicale contestazione dei tradizionali strumenti della rappresentanza politica. È la tesi, largamente dibattuta in area anglosassone e scandinava, della democrazia deliberativa come risposta al degrado del ceto politico e all’obsolescenza dei classici apparati amministrativi. Una filosofia che si spinge a mettere in discussione sedi e strumenti della democrazia delegata, ponendo questioni delicate e rischiose che però esigono un confronto di merito. Muovendo proprio dalle ragioni sociologiche del diffuso disincanto verso la politica e della fuga per la tangente dei populismi. Civitavecchia può rappresentare un punto di osservazione stimolante, se anche in questo caso riusciamo a privilegiare l’analisi rispetto all’invettiva, la riflessione critico-autocritica rispetto alle bandiere dell’appartenenza.

Ai nuovi /vecchi populismi abbiamo già lasciato in omaggio l’arma poderosa della parola. Non da oggi abbiamo lasciato che la comunicazione politica si riducesse a mantra pubblicitario per gli uomini “del fare” o per i miracolati del clic telematico. La politica che perde la parola è l’indicatore più inquietante di una condizione di afasia, di un’anomia che anticipa e asseconda la disarticolazione del tessuto culturale e civile. Così come l’inefficienza di servizi pubblici come la pulizia urbana, incoraggia comportamenti privati non virtuosi. La dimensione civica, anzi la cultura civica – parte fondante del più ampio capitale sociale – è semplicemente rimossa. Il circolo vizioso che si instaura fra crisi della governance (che può avere cause diverse) e declino del civismo è un possibile punto d’attacco per restituire ruolo e dignità alla sfera pubblica.

Occorre riprendere la strada impervia della riflessione. Non esistono scorciatoie e disponiamo di strumenti un po’ arrugginiti. Vorrei dedicare prossimamente qualche passaggio agli strumenti propri di una ricerca ispirata al capitale sociale e alla cultura civica. Senza dimenticare che qualche passo in questa direzione è stato già compiuto. Ricordo in particolare il lavoro a più voci che fu curato nel 2008 da Patrizio Paolinelli con l’intento di offrire una chiave di lettura non epidermica delle profonde trasformazioni della cultura civica che un anno prima avevano aperto la strada al successo elettorale di Moscherini e delle sue larghissime intese. Allo stesso tempo, secondo una visione controcorrente (e forse un po’ottimistica) delle dinamiche in atto, il curatore aveva segnalato il timido emergere nel corso della campagna elettorale amministrativa del 2007 di quella “comunità ritrovata” che avrebbe suggerito il titolo del volume [1].

Nicola Libro Comunità Ritrovata

[1] P. Paolinelli (a cura di), La comunità ritrovata. Civitavecchia: la politica difficile, Teseo editore, Roma 2008.

L’analisi verteva su contributi di tutto rispetto. Ci si affidò a una ricco panel di interviste a tanti protagonisti di quella stagione, chiamati a rappresentare gli osservatori privilegiati di una radicale transizione politico-culturale della città. E poi le puntuali rilevazioni demografiche di Corrado Bonifazi e le  analisi dell’economia territoriale condotte da Mario Dei Giudici, Patrizia Lupi e dal compianto Nando Mori, che aveva anche contribuito – insieme a Enrico Ciancarini, a Marco Galice, a Roberta Dolenz e a Eugenia Porro – a ricostruire gli antefatti storici, gli esiti elettorali e insieme l’atmosfera del momento. Emergevano criticità e inquietudini di una comunità che assisteva alla decomposizione di un sistema di equilibri fondato sull’egemonia dei partiti postbellici. Mentre prendeva forma, attorno a un’inedita figura di leader, una parabola nutrita di umori postpolitici o dichiaratamente antipolitici che riproduceva a scala ridotta la traiettoria del berlusconismo. Comprensibilmente buona parte della ricerca si concentrò sul ruolo dominante del porto e (per usare un eufemismo) dell’economia del mare. Si glissò, con signorilità forse eccessiva, su reti di interesse e singolari alleanze concepite per sferrare il colpo di grazia al mito eroico della città ribelle e del glorioso bastione antifascista. Tutti riconobbero invece il contributo di idee che ispirò il programma della coalizione che sosteneva la mia candidatura. Prodotto soprattutto dalla lucida sintesi elaborata da Mauro Iengo, il programma proponeva una lettura critica e persino drammatica della terziarizzazione dell’economia locale basata su concentrazione energetica, trasformazione del porto in un gigantesco sistema dell’economia di servizi, consumo speculativo del territorio. In altre parole: registrava una metamorfosi già in atto del tessuto socio-economico che, senza una vigorosa riappropriazione di protagonismo da parte della comunità, minacciava di farla precipitare – come avverrà puntualmente negli anni seguenti – nel girone infernale dello sviluppo subalterno. Con inevitabili ripercussioni, come nelle aree del profondo Sud, proprio sulla qualità del capitale sociale e sulla capacità di resistenza e resilienza della cultura civica. Una lettura a bocce ferme di quel periodo e delle dinamiche che andava annunciando, si attaglia perfettamente alla chiave di lettura proposta da Carlo Falzetti. Per questo cercherò prossimamente, sine ira ac studio – come si conviene a un politico di complemento tornato senza troppi rimpianti al proprio mestiere –, prima di delucidare alcune nozioni teoriche per verificarne l’applicabilità al nostro caso di studio e poi, se ne sarò capace, di adattarle ad aspetti nevralgici della nostra vita sociale. Per suggerire un itinerario da definire e percorrere insieme.

di NICOLA PORRO