I rifugiati: la loro avventura italiana

di SIMONETTA BISI ♦

La questione dell’accoglienza ai migranti interessa ormai un grande numero di centri urbani in ogni parte d’Italia. Anche a Civitavecchia si è aperta una discussione, già segnata da polemiche e prese di posizione contrapposte, sulle possibili strategie di intervento. A introdurre una riflessione a più ampio raggio proponiamo questo articolo di Simonetta Bisi.

Simonetta Arazzo

Viaggio della vita

William Kentridge, arazzo di North Pole Map (2003) in cui grandi personaggi in cammino evocano il
viaggio della vita ma anche le migrazioni dei popoli (Museo Maxxi, Roma).

La storia delle migrazioni sta attraversando una fase inedita. Guerre e conflitti hanno prodotto e stanno producendo continui flussi di migranti. Sono migliaia le persone che si spostano per sfuggire a una guerra, a una dittatura, alla persecuzione razziale, alla carestia, alla deprivazione economica. Viaggiano per disperazione, non per scelta, né per piacere.

Oggi ne siamo informati tutti: la stampa e i media ci mostrano quotidianamente immagini di uomini donne bambini che premono ai confini per fuggire da una patria divenuta nemica, che si rifugiano in campi profughi nell’attesa di tentare una via per la salvezza. Conosciamo le estenuanti e incredibili peregrinazioni che hanno preceduto il loro arrivo sulle coste del Mediterraneo, sono segnate sui loro corpi: volti scavati, sguardi smarriti, pianti di bimbi, e larghi sorrisi di ragazzi sfiniti che trovano forza e coraggio per fare con le dita la V della vittoria.

Stiamo parlando di quelli che riescono ad arrivare vivi. Ma tanti, troppi, nel tentare la via del mare sono morti, a volte ingoiati per sempre nelle acque del Mediterraneo, a volte riaffiorati sulle spiagge, segno concreto della sconfitta di un sogno.

E la novità attuale riguarda anche i bambini, molto presenti in questa nuova ondata migratoria: le loro foto postate sui social network raccolgono condivisioni, cuoricini, commenti. È facile commuoversi su foto come queste:

Simonetta Bimba (reduced)

Simonetta Rescue

Simonetta Bimbi in braccio

Ma la commozione difficilmente basta a trasformare un clic su Facebook in una seria presa di coscienza. La richiesta di asilo e protezione si scontra con l’indifferenza, con il sospetto, persino con l’astio. I migranti arrivano, vanno accolti, ma il compito viene quasi sempre spostato sugli altri.

Ripercorriamo sinteticamente le regole in tema promosse dall’Ue, ricordando che l’accoglienza ai profughi è stata già sancita nel 1951 dalla Conferenza sullo status dei rifugiati e degli apolidi convocata dalle Nazioni Unite, ed entrata in vigore a scala internazionale il 22 aprile 1954. Il diritto di asilo è anche tra i diritti fondamentali dell’uomo riconosciuti dalla nostra Costituzione. L’articolo 10, terzo comma, prevede, infatti, che lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. A livello europeo,la Convenzione di Dublino del 1980, concepita in anni difficili ma ancora lontani dai tragici eventi del presente, definisce lo Stato competente a esaminare una domanda d’asilo, stabilendo come principio fondamentale che il primo Paese europeo dove la persona è arrivata è quello che dovrà poi valutarne la richiesta di protezione. Il regolamento non prende in considerazione in alcun modo né la volontà del migrante né i suoi eventuali legami con i Paesi dell’Unione Europea.

Quello che sembrava andare bene ieri, non è più consono all’oggi.

L’Italia, insieme agli altri Paesi di primo approdo, si trova a pagare un prezzo molto alto all’irrigidimento delle politiche migratorie dell’Unione Europea. I profughi regolarizzati in Italia rimangono intrappolati in grigie gabbie burocratiche, perché non hanno la possibilità di spostarsi oltre i confini italiani e cercare migliori opportunità altrove. Molti, tra cui il CIR, Comitato Italiano per i Rifugiati, invocano l’abolizione della Convenzione di Dublino e la sostituzione con un sistema aperto che prenda in considerazione i legittimi interessi del migrante, prima di tutto i suoi legami con familiari e conoscenti che vivano in altri Paesi Ue. Su come assolvere l’obbligo di protezione e accoglienza sarebbero auspicabili e necessari regolamenti più omogenei tra i diversi Stati dell’Unione.

Ma proprio su questo punto vi è disaccordo.

L’Unione Europea si è rivelata impreparata, drammaticamente incapace di tenere fede al suo patto costitutivo, soggetta alle svariate e differenti reazioni degli Stati che la compongono. In molti invocano politiche di chiusura, chiudono le frontiere, minacciano di abolire la libera circolazione tra i paesi Ue (trattato di Schengen), altri erigono mura di filo spinato e respingono con gli idranti questi poveri esseri umani che resistono con il coraggio della disperazione.

È del dieci aprile, ad esempio, la notizia delle cariche della polizia con gas lacrimogeni contro circa 500 migranti che, dal lato greco della frontiera hanno tentato di abbattere la recinzione di filo spinato del campo di Idomeni per sconfinare in Macedonia.

Sembrano perdersi nel vento le parole di buona volontà da più parti espresse a livello internazionale perché gli Stati agiscano con solidarietà e si impegnino in nuovi percorsi per un reinsediamento dei rifugiati siriani in un Paese che consenta loro di continuare a vivere in maniera dignitosa (Discorso di Ban Ki-moon alla Conferenza internazionale sui migranti. Ginevra 2016).

L’Unione Europea mostra tutta la sua debolezza nell’incapacità di tenere fede ai suoi principi valoriali per l’opposizione di alcuni Stati membri che non sembrano avere nessuno spirito di solidarietà, dimentichi perfino del loro passato. Si deve peraltro dare in questo caso atto alla Merkel di avere aperto le porte ai profughi, e di essersi resa promotrice dei valori europei, sostenuta da gran parte dell’opinione pubblica non solo del suo Paese.

E l’Italia?

L’Italia, è giusto dirlo, non ha eretto muri, non ha respinto i migranti. Al contrario: le navi italiane ne hanno soccorsi e salvati tanti. Ricordiamo gli infiniti sbarchi a Lampedusa e come l’isola abbia saputo far fronte a questi improvvisi e imprevisti arrivi. E ancora in questi giorni assistiamo allo sbarco sulle nostre coste di centinaia di persone, di ogni età e genere, alle quali viene offerto il primo soccorso in centri di accoglienza sempre più affollati. Dietro le vicende dei novelli Ulisse della società contemporanea si nascondono vicende drammatiche e ferite mai rimarginabili.

Conosciamo alcune delle loro storie quando arrivano sulle cronache quotidiane, storie a volte felici, a volte strazianti: ma una volta a terra, sottratti al pericolo di morire annegati, cosa ne sarà di loro?

Mi sono interessata in modo più compiuto della tematica dei rifugiati in una ricerca da me diretta e pubblicata con l’emblematico titolo Quasi umani (Bisi e Pfoestl, a cura di, Bordeaux, Roma 2014), a cui rimando per chi volesse approfondire la questione.

Qui mi limiterò a descrivere quella sorta di moderna Via Crucis, costellata di tante stazioni in cui l’evidente vulnerabilità del migrante forzato (non di rado minore di età) deve fronteggiare la burocrazia e le contraddizioni dell’accoglienza italiana, trovandosi spesso nella necessità di auto-organizzare la propria sopravvivenza.

Il problema è quello di come organizzare una accoglienza che rispetti la dignità delle persone. Perché la burocrazia ha tempi lunghi, così che nell’attesa i nuovi arrivati stentano a vedere riconosciuto persino il loro diritto all’ascolto, che tenga conto della situazione personale, della fragilità di donne e uomini che hanno affrontato un viaggio difficile e rischioso per fuggire dalla loro terra diventata nemica.

Dopo la presentazione della richiesta di protezione internazionale presso una stazione di Polizia o di Carabinieri, il successivo passaggio in un Centro Accoglienza Richiedenti Asilo (i CARA) è necessario per ottenere l’accesso a una “struttura di seconda accoglienza”, formalmente dedita all’alloggio, alla tutela e all’integrazione. I Cara sono stati concepiti come luogo di passaggio, quasi una sosta necessaria per acquisire la dignità di persona con il riconoscimento del proprio status: il punto di partenza per una nuova vita. Un periodo difficile, segnato dall’attesa e dall’impossibilità di fare altro se non aspettare, in una sorta di reclusione obbligata. In teoria tutto si dovrebbe svolgere in poco tempo, nella realtà i tempi si allungano, le strutture scoppiano, le condizioni di vita scivolano verso l’invivibilità, fra rischi indotti dalle carenze igienico-sanitarie e sentimenti di rabbia e frustrazione.

Essere chiusi in spazi sovraffollati non può non generare criticità e a volte rendere violento anche chi violento non era. Così si alimentano stereotipi e si etichetta come “pericoloso” tutto il variegato mondo dei richiedenti asilo.

Non è certo questo un modello di integrazione.

Non ci sono soluzioni-miracolo, è ovvio. Ma è importante capire, prendere coscienza che si devono arginare forme di esclusione nella stessa organizzazione del territorio, attuando una politica della città inclusiva, l’unica in grado di realizzare il crogiolo del vivere insieme.

I migranti esistono, e dobbiamo loro una degna sistemazione. Non è certo una buona pratica continuare a “immagazzinarli” in grandi edifici perpetuando il distacco dalla cittadinanza ospitante. Governi regionali invitano all’ospitalità la popolazione, nascono “buone pratiche”, come l’offerta da parte di famiglie di ospitare nelle loro case un nucleo familiare, o un giovane profugo (con un contributo economico). Case vuote in molti dei nostri comuni piccoli e medi possono offrire una sistemazione che non isoli i nuovi arrivati dal resto della cittadinanza ma ne faccia parte integrante. In parte ciò è stato fatto e si sta facendo.

Ma non tutti seguono questa linea. Le reazioni a livello regionale e anche delle singole realtà territoriali sembrano essere dominate da un’ottica provinciale, una chiusura verso “il diverso” a cui vengono negati i tre valori che danno significato all’esistenza di un essere umano: lo spazio vitale, il riconoscimento dell’identità, l’ascolto.

Cosa impedisce soluzioni che sembrano logiche e indifferibili? Cosa rende ostili cittadini che possiamo definire “normali? La paura. Sentimento diffuso, alimentato da fantasmi ancestrali e dalle sollecitazioni del germe oscuro del razzismo. Un senso di insicurezza su cui alita l’enfasi mediatica su fatti orribili come gli attentati terroristici in Francia e in Belgio, gli orrori perpetrati dal sedicente Stato islamico, compiuti da soggetti che niente hanno a che fare con i richiedenti asili atterrati sulle nostre coste. Così si agita il fantasma di una inesistente apocalisse: ci aspetta un’invasione aliena, la morte della nostra “cultura occidentale” (su cui molto ci sarebbe da dire).

Eppure un positivo modello di accoglienza è possibile. Non è un’utopia. Anche se per realizzarlo si devono superare ostacoli non solo burocratici, ma anche quelli, ben più subdoli e ardui da combattere, insiti nel pregiudizio, nell’egoismo e nell’indifferenza, qualcuno ci è riuscito.

Un esempio emblematico. Il caso di Mimmo Lucano.

Anche quest’anno la rivista americana Fortune ha pubblicato la graduatoria delle cinquanta persone più influenti del mondo. C’è un italiano, si chiama Mimmo Lucano, sta lì insieme ai grandi della terra come papa Francesco, Angela Merkel e tanti altri noti. Chi è questo signore, e cosa avrà fatto per entrare in una così importante classifica mondiale?

Mimmo Lucano è da tre mandati il sindaco di Riace, un paesino calabrese di poco più di duemila abitanti. Un quarto dei suoi concittadini non sono nati in Calabria: arrivano dall’Afghanistan, dal Senegal, dal Mali, hanno rischiato la vita attraversando il Mediterraneo e a Riace hanno trovato una casa.  Intervistato da Repubblica (30 marzo) ha risposto: “Qui non ci sono centri d’accoglienza, qui ai migranti diamo una casa vera”. Racconta che quando nel 1998 è sbarcato un veliero pieno di richiedenti asilo curdi:

 “Anche con l’appoggio di monsignor Bregantini, allora vescovo di Locri, che invitò ad aprire i conventi per accogliere i migranti, ci venne l’idea di usare le case abbandonate del centro storico per ospitare un popolo in fuga. In paese non erano rimaste più di 400 persone, una comunità che si spegneva giorno dopo giorno. Poi, Riace ha aderito al Programma nazionale asilo ed è diventata luogo di transito di tantissimi migranti. Questo ha dato speranza a chi è arrivato, ma anche a chi ha accolto”.

Questa esperienza di integrazione è stata raccontata dal regista Wim Wenders, che a Riace ha dedicato il film Il Volo.

di SIMONETTA BISI