Si devono portare gli studenti a teatro?

di LUCA GUERINI ♦

Mi voglio in questo mio secondo appuntamento confrontare con una domanda che porterebbe ad una risposta retorica appena al termine della sua formulazione. “E’ giusto portare gli studenti a teatro?” Sì! Ecco ci son cascato io stesso… Bisogna farlo “perché si deve diffondere cultura”, “perché c’è già tanto degrado accendendo la tv”, perché “i giovani devono sapere”… Mentre scrivo queste righe mi viene in mente l’Opera, una delle cose per cui siamo più noti al mondo, per cui stranieri di ogni parte del globo imparano l’italiano. Alzi la mano chi, fuori da una ristretta cerchia culturale, abbia assistito od abbia piacere di assistere ad una Turandot, ad un Barbiere di Siviglia! Nulla. E’ colpa della tv dunque! “Mandano in onda i programmi belli quando è tardi e nessuno li vede”, siamo sicuri che farebbero audience? Siamo sicuri che tra le rivelazioni nel confessionale del nuovo amore di Veronica (dico un nome a caso) e Racine la maggior parte sceglierebbe l’evolversi del dramma di Fedra? Io non credo e detto da un regista questa certezza acquista un tono molto negativo. Per cosa lottiamo? Per cosa facciamo teatro? A queste domande risponderò magari in un futuro intervento; al momento per l’argomento di oggi ci basti ribadire che Veronica batte Fedra (con buona pace di Ippolito). Di digressione in digressione voglio condividere con voi un aneddoto: lo scorso giorno sono andato a fare la spesa ad un centro commerciale di Rimini, mi servivano poche cose che non avevo in casa e pensavo che avrei fatto in fretta, mai avrei pensato di assistere ad una scena che mi avrebbe tanto fatto riflettere: il centro commerciale era intasato (sebbene fossero le 14 solamente) di adolescenti in fila ad attendere non so chi. Ecco, i nostri ragazzi della domanda iniziale fanno la fila al centro commerciale per vedere uno youtuber nonsochi e non a teatro per un Pirandello, un Pasolini, un Moliere dove un Attore vero in carne, ossa ed emozioni vive. Ricordo quando io stesso ero studente alle medie ci portarono ad esempio a vedere una “Fattoria degli animali” di Orwell ignari di tutta quella denuncia sociale solo perché vi erano un cavallo, un asino e non so che altra bestia…Francamente in quelle occasioni (anche con testi meno leggeri) i ragazzi sono costretti dai loro insegnanti ad assistere ad una cosa non scelta da loro. Cuffiette con l’ultimo singolo di Rocco Hunt, cellulare con Facebook aperto (per fortuna in certi teatri storici non c’è rete!) e poco altro saranno il modo che sceglieranno i nostri protagonisti per trascorrere quelle due ore lontano dai banchi di scuola. Se c’è l’intervallo tra primo e secondo tempo meglio ancora: si può fumare, prendere i cornetti caldi o la pizza bianca (da mangiarsi rigorosamente sulle poltrone durante il secondo tempo mentre la protagonista di turno si strugge di dolore). Siamo sicuri che questo sia fare cultura? Siamo sicuri che le compagnie che “spacciano” la loro prova generale per mattinèe per gli studenti facciano cultura? Siamo sicuri che il doppio incasso ottenuto da questa trovata possa essere definita “mission culturale” di un operatore culturale (ridondanza voluta). No non credo. Qualche giorno fa ho partecipato come giornalista ad un convegno sulla Buona Scuola e la relatrice faceva riflettere il suo pubblico sul fatto che sui banchi di scuola proponiamo “Guerra e Pace” a studenti abituati ai 160 caratteri di un sms o l’esempio di Lucia Mondello a ragazze che a 14 anni hanno vissuto tutto lo scibile. Sicuri che stiamo parlando il loro linguaggio? Non vorrei dirvi ma la platea di un teatro è anagraficamente vicina al paragone con l’ultima copia del New York Times che, ritardi a parte, non mancherà di essere stampata. Senza fare un gioco di colpe dovrebbe l’Operatore Culturale indirizzare la propria domanda su un target più ristretto e mettere a frutto il suo sforzo, la sua missione sociale o come vogliamo chiamarla? Forse questa è la soluzione per non essere come quella squadra di calcio che scende in campo senza pensare al proprio avversario e prende 4 gol di rapina. Il mio sì deciso assume quindi i toni di un no, condannando “il sordo che non vuol sentire” a rimanere tale ed incoraggiando chi vuole migliorarsi e progredire in una mission culturale che delle volte è anche semplicemente la propria.

di LUCA GUERINI