Dall’ambiente e dal Porto una rinnovata spinta per lo sviluppo!

di PIERO ALESSI ♦

Vi è stato un tempo nel quale erano in pochi a battersi per l’ambiente, assumendo questo tema come centrale. Confesso, per amore di verità, di non aver militato tra quei pochi. La sensibilità verso la tutela dell’ambiente, complessivamente inteso, era scarsa. A prevalere erano le ragioni dello sviluppo e della occupazione. Questo era fino a venticinque-trenta anni fa, più o meno. Quindi, anche a seguito di una attenta rilettura delle complesse dinamiche dello sviluppo, in particolare nelle società avanzate, e delle conseguenze che avrebbero avuto, sull’intero pianeta, politiche di sfruttamento intensivo delle risorse mondiali, si affermò l’idea, soprattutto in seno alle forze progressiste, che si potevano e dovevano conciliare le esigenze di tutela dell’habitat con il livello materiale di vita delle persone. Nella nostra città questa analisi si tradusse nella tessitura di una diversa idea dello sviluppo che, a partire dall’abbandono di una dipendenza dalla produzione energetica e da una maggiore attenzione alla qualità ambientale, si lasciava dietro le spalle visioni industrialiste e guardava alle opportunità offerte da una valorizzazione del territorio e del suo Porto; fino ad una crescita dei servizi e a gettare uno sguardo alle opportunità turistiche ecc. ecc. Questo percorso si avviò attorno alla fine degli anni ottanta del ‘900. Le Amministrazioni dell’epoca assieme alle forze sociali, senza sostanziali distinzioni, per ciò che ricordo, disegnarono, a valle di un confronto a tratti vivace e non sempre lineare, il percorso che avrebbe dovuto condurre per mano la città ad una diversa connotazione economica. In questo senso mi pare che, a titolo di esempio, vada ascritta la realizzazione del porto turistico Riva di Traiano, la chiusura della centrale di Fiumaretta, la predisposizione di tutti gli atti indispensabili per lo sviluppo futuro del Porto e ancora il Patto Territoriale degli Etruschi e il Prusst. In seguito il cammino intrapreso attraversò fasi assai complicate e cariche di contraddizioni. In primo luogo, vale ricordarlo, la discussione che si aprì in città, alla vigilia dell’allora imminente dichiarazione di obsolescenza della centrale di TVS, con gli inevitabili problemi occupazionali che questa avrebbe comportato. Nella circostanza, messe da parte le buone intenzioni, si consentì una “ambientalizzazione” (così venne definita) della centrale, che ne garantiva l’esistenza in vita, ma contrastava con il principio che precedentemente la città, nel suo insieme, aveva affermato. Non vi furono, al tempo, che isolate e inascoltate voci fuori dal coro. Prevalse la paura di perdere posti di lavoro in una città in sofferenza. La seconda battuta di arresto si ebbe in occasione della discussione sulla riconversione a carbone della centrale di TVN.  La città si presentò divisa all’appuntamento. Non vi fu la capacità di uscire da un contrasto netto tra le motivazioni del “sì”, che guardavano unicamente ai risvolti economici dell’operazione, e le motivazioni del “no” che avevano ad assoluto punto di riferimento le conseguenze ambientali. I due fronti non si unificarono dentro una proposta capace di tenere assieme ambiente e sviluppo; la città si divise e perse. La centrale venne riconvertita a carbone senza che se ne fosse tratto alcun vantaggio sostanziale. Con una città unita forse si sarebbe potuta affermare una sorta di exit strategy dalla monocultura ENEL; concordare, nella transizione, tassi minori di inquinamento e magari acquisire le necessarie risorse per gettare le basi di una radicale riconversione economica. Per venire ad oggi, forse con ritardo per quanto mi riguarda, penso che una idea di sviluppo sul nostro territorio non possa per nulla prescindere dall’ambiente. Al contrario è proprio dalla sua piena e rigorosa tutela che occorre partire per costruire un nuovo modello di sviluppo che possa contenere anche le necessarie risposte occupazionali. In conseguenza si dovrà considerare la questione ambientale come centrale. Ma si deve farlo con una diversa consapevolezza, che sappia vedere e tenere in equilibrio le opportunità economiche di questo tipo di approccio. A partire da una visione che non sia affetta da strabismo. Parliamo di Enel, ma anche di Tirreno Power; parliamo di traffico veicolare ma anche di Porto; parliamo di centro chimico ma anche di urbanistica e di recupero delle aree degradate; parliamo di verde ma anche di decoro urbano. Ovviamente, una visione generale che abbia un chiaro ordine di priorità. Mi sono persuaso che in cima alle nostre preoccupazioni vi debba essere una decisa svolta nella qualità della vita a Civitavecchia. Si deve puntare ad una città dove si pratichi la raccolta differenziata ed il riuso dei materiali; dove l’acqua arrivi a tutti i rubinetti durante l’anno, di buona qualità e a costi socialmente accettabili; dove si protegga aria, acqua e suolo senza se e senza ma; dobbiamo puntare ad una città dove vi sia una piena e sostenuta diffusione e applicazione delle nuove tecnologie e dell’informatica; una città pulita e verde, dove funzionino i servizi per le persone a partire da quelli sanitari. Infine una città che faccia della cultura, in tutte le sue accezioni, la vera chiave di volta per un rilancio economico. Queste sono a mio avviso, oggi, le precondizioni per innestare uno sviluppo che si declini attraverso un accresciuto benessere e aumentati livelli occupazionali.  In questa visione “green” dello sviluppo il Porto conferma la propria centralità. Fermo restando che anche il Porto ha rappresentato e rappresenta un elemento di forte impatto ambientale (uso del territorio fumi dalle navi in sosta ecc. ecc.), con distorsioni che vanno corrette, da esso e in esso, tuttavia, vi sono le opportunità e le risorse per agganciare lo sviluppo. In primo luogo vanno abbandonate e contrastate idee di gigantismo portuale che mirano, con sguardo rapace, ai residui spazi costieri.  Servono politiche di sviluppo portuale con effetti rilevanti sui livelli occupazionali e non di mera crescita quantitativa. Rivendicare ed operare affinché gli armatori, particolarmente nel settore croceristico, compensino adeguatamente il territorio e i servizi che sono stati messi a loro disposizione. La città ha diritto a ben altro che “l’accordicchio” sottoscritto dalla Amministrazione Comunale e dall’Autorità Portuale. Guardare con inedito interesse a ciò che può offrire l’economia del mare, oltre il ciglio della banchina. Rilanciare con determinazione il traffico delle merci e conquistare finalmente uno spazio dignitoso nel mercato dei container. Dunque ripensare l’intera economia territoriale a partire dall’ambiente, dalla qualità della vita, dalla cultura, dai servizi, dal commercio e dal Porto in funzione di autentico baricentro economico. Ho però la convinzione che si possano coltivare obiettivi così ambiziosi solo a condizione che il salto di qualità lo si faccia tutti. A partire dalla classe politica ma non solo da quella. Certo ad essa spetta l’onere dell’esempio.  La questione è nel non ripetere errori del passato. Mettere da parte ogni forma di sterile rissosità, bandire gli insulti rivolti all’avversario politico e riconoscere che tutti si sta in campo per migliorare le condizioni di vita delle persone e la città nella quale si abita. Si sta in campo con idee diverse, ma tutte con medesimo titolo di cittadinanza e tutte meritevoli di rispetto. Occorre una ritrovata capacità di ascolto, un rinnovato sforzo di condivisione ed una inedita capacità di sintesi.  Si può fare se sapremo tornare ad essere “comunità” a partire dal riconoscimento di uno specifico status identitario. Se torneremo a coltivare gelosamente la nostra memoria storica e individuare un terreno comune sul quale si possa dispiegare una leale e serena competizione delle idee e persino riuscire a condurre, quando e se le circostanze lo dovessero richiedere, battaglie unitarie per condivisi interessi generali.

di PIERO ALESSI