Civitavecchia e la formazione del potere

di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦

I fatti che stanno accadendo giorno dopo giorno stanno assumendo un carattere sempre più straordinario. Nel contempo, si avverte un silenzio da parte di chi dovrebbe dar voce al disagio sarcasticamente definito come “assordante”.

Campogiani, Carluccio, Toto Maruccio hanno su questo blog espresso il giusto disagio: “corto circuito democratico e sociale”; ” sfiducia, disagio, disaffezione”; ” necessità di nuovi teatranti sulla scena politica( e sociale!!)”. Fabrizio Barbaranelli ha, con il vigore che lo contraddistingue, denunciato la fragilità esistenziale della politica amministrativa attuale ( quale cittadino non condivide questo giudizio!).

Vorrei aggiungere qualche riflessione in merito.

La scarsità di capitale sociale ( in poche parole la “tenue energia civica” della comunità) è una delle cause del modo con il quale il potere che conta agisce nella città. Una seconda causa è dovuta, in questo momento, alla impreparazione degli amministratori pubblici, una impreparazione certamente “imbarazzante”. Una terza causa, presente ovunque, è dovuta al fatto che la macchina politica non sia più partitica e , dunque, sottoposta a controllo, a dibattito, a confronto, apparendo sempre più “personalizzata”. La quarta causa è dovuta al diffuso e comune disagio economico. Dunque, due cause generali e due cause specificatamente cittadine.

L’effetto delle cause menzionate è alla base di relazioni fondate sul rapporto patrono-cliente, ovvero su chi ha molto da offrire e chi ha un forte bisogno di ricevere. Questa asimmetria non necessariamente deve far pensare a fattispecie illegali. E’ una modalità di formazione del potere in assenza di altri meccanismi più democratici. In questi ultimi anni al clientelismo classico di partito si è andato affiancando un clientelismo dei notabili ( politici e non).

Questo tipologia di detenzione del potere cittadino si porta dietro tutta una serie di codici culturali facilmente riscontrabili da chiunque. Con i partiti era più frequente la relazionalità orizzontale tra i vari membri ( dibattiti, confronti, consultazioni, votazioni per la formazione di maggioranze..). Con il clientelismo dei notabili ( politici e non) le relazioni sono solo e soltanto verticali. Il connotato della “personalità spinta” del rapporto si fonda sul senso forte della gratitudine e della lealtà. Si scoraggiano critiche, si incoraggia l’ossequio. La “generosità” è sempre strumentale arrivando al paradosso di pensare e, soprattutto, far pensare che i fondi pubblici o comunque dotati di finalità sociale si ammantino di un aura privata.

La raccolta di consenso effettuata con queste modalità è un dato di fatto incontrovertibile che sperimentiamo giorno dopo giorno. Questa modalità del consenso fiorisce e si espande sempre più laddove è carente il “terzo attore” che dovrebbe incunearsi tra le Istituzioni pubbliche e il mercato. Ecco perché la carenza di capitale sociale, cioè di senso comune condiviso, di associazionismo valido, di autogoverno locale, di relazioni cooperative costituisce il vero problema della città.

La denuncia dei fatti è certamente sacrosanta ma è un esercizio che appartiene alla ricognizione degli effetti. E’ alle cause che dobbiamo cominciare a volgere il nostro interesse. Può essere comodo dar libero sfogo sull’incidenza delle cause generali ( disagio economico, decadimento partitico) ma è sulle cause specifiche che dobbiamo riflettere. E, soprattutto, non tanto sulla causa contingente ( l’amministrazione odierna) quanto sulla causa “strutturale”( il capitale sociale scarso). Si comprende facilmente come una tale riflessione sia tutt’altro che comoda appartenendo all’ordine degli esercizi di autocoscienza che una comunità dovrebbe sperimentare.

Dopo la denuncia, dopo l’analisi la domanda è: come riusciremo a ri-costruire ( perché un tempo non era così) la “municipalità perduta”? Intendendo, ovviamente, con il termine municipalità qualcosa che va al di là della semplice amministrazione della cosa pubblica.

Come dar voce al “terzo attore”? Come riuscire a permettere che il suo pensiero contamini il processo delle decisioni dalle quali dipende la sua stessa qualità della vita? ( tenendo ben presente che il momento della chiamata al voto è una condizione necessaria ma non sufficiente per il buon livello della comunità).

di CARLO ALBERTO FALZETTI