Riprendono gli ameni inganni di Ettore Falzetti: “Finestre della mia camera – Le parole della solitudine”.

di ELOISA TROISI ♦

Tutte le anime grandi hanno un’architettura comune: la vera ipotesi a priori è Dedalo, il mitologico costruttore del labirinto del Minotauro, che ha allestito un’intricata trama di corridoi, specchi, inganni, abiezioni e Bellezza, un’opera romanticamente Sublime che si ripete sempre uguale a se stessa e, col tempo, ha finito per assumere il nome di “Humanitas”.

Così, alla nascita l’essere umano è costretto in un labirinto crudele, dove per orientarsi ha solo la sua ombra, naturalmente deformata e talvolta deformante.

Non impara mai davvero a camminare, ma solo a correre per i corridoi alla ricerca di un qualcosa di personale la cui realtà è soltanto supposta. Tutta la sua esistenza ha un mero fine orientativo e, per ogni anno di corsa, se ne divorano sette di vita vera: un anno nel labirinto ne divora sette, vergini e mai vissuti, in una comunissima tabaccheria. Questo Pessoa lo sa bene.

Quale sia il fine, assolutamente inconcludente, verso cui sia rivolta questa corsa, lo decreta il lungo filo rosso che Arianna, sorridendo e girandosi a guardare il Minotauro che è in ciascuno di noi, srotola impietosa.
Arianna ha vari volti e vari abiti, tutti indecenti e ineluttabili.

Per Saffo è stata una giovinetta che guardava al tramonto della luna e delle Pleiadi, per Emily Dickinson una ninfa vestita di bianco, dal sorriso timido in perpetua corsa verso la luce, mentre Teseo, un uomo col cappello scuro calato sugli occhi velati di malinconia, attendeva al riparo di un ulivo secolare.

E’ per questo che ogni labirinto differisce dall’altro, per Arianna che decide di guidarvi un Teseo sempre diverso, un redentore che, come ne “La casa di Asterione” di Borges, giunge come salvatore del Minotauro.
E quindi cambia il modo in cui la fine – forse la meta – conduce alla via d’uscita.

Seguire i fili rossi che le varie Arianna hanno dipanato negli ultimi due secoli per far guadagnare al Minotauro a veglia della nostra solitudine un montaliano varco sulla vita vera è forse l’intenzione del primo appuntamento degli “Altri ameni inganni” di Ettore Falzetti, “Finestre della mia camera – Le parole della solitudine”, Venerdì 1 Aprile presso il teatro Nuovo Sala Gassman, dove le parole di Emily Dickinson, Sergio Corazzini, Fëdor Dostoevskij, Fernando Pessoa, Nazim Hikmet e Pierpaolo Pasolini sono state interpretate da Enrico Maria Falconi, Ettore Falzetti e Lucia Scaggiante.

ettore solo
Ettore Falzetti

E’ un viaggio lungo e meraviglioso, che non ha bisogno di una meta perché gli basta la sua Bellezza, come suggeriva il poeta greco Kavafis a chi si appresta a partire per Itaca. Le madreperle e i coralli in cui indugiare sono, stavolta, i passi di danza di Giada Di Sauro e di Simona De Leo, che danno corpo – e soprattutto spirito – ai versi di poeti di tutto il mondo, scritti in una lingua universale ché la solitudine è una questione ecumenica.

Talmente ecumenica che anche le cose sono sole, come diceva Corazzini, quel povero ragazzo triste che non voleva esser detto poeta, perché è troppo evidente, per essere riservata ad animi eletti, la solitudine di una sedia a dondolo che ripercorre sempre lo stesso andirivieni, in un atteggiamento autistico. “Autòs”, da solo. L’Asterione di Borges, che compare sulla scena subito dopo, non ha oggetti d’arredo con cui condividere la sua solitudine. Solo specchi distorti, forse rotti mille anni fa nel tentativo di liberarsi della propria immagine.

In questo avvicendarsi di solitudini, Arianna, l’ispirazione ineluttabile, e Teseo, il redentore, cambiano continuamente volto – e non si tratta di maschere, ma di essenze: per l’Alvaro de Campos di Pessoa sono la grandezza di tutti i sogni del mondo e la realtà di un sorriso da tabaccaio, per il Don Chisciotte di Hikmet un cuore dal peso rispettabile e un mulino a vento, per Pasolini la bellezza dell’amore e la tangibilità del vuoto dopo il congedo.

Tutti questi drammi esistenziali, seppur troppo grandi per essere ricondotti ad uno schema comune, sono condivisibili: abbiamo tutti un’Arianna che ci corre nelle vene, cui attribuiamo i nomi ingenui di passione, istinto o natura. Per tutti, attende un Teseo impietoso e, forse, giusto.

La vera tragedia si consuma quando il Minotauro raggiunge Arianna ed arresta la sua corsa verso Teseo, costringendola a rivelargli il perché dei suoi affanni. La vera tragedia inizia quando finisce di essere orientato e inizia ad orientarsi. Allora il Minotauro, costretto a ragionare con la sua coscienza, deve compiere una scelta: può risparmiare Arianna e prenderla per mano, dipanando con lei il filo rosso, cantando la sua disperazione mentre va incontro a Teseo – ed è quello che fa Alvaro de Campos, quando capisce che niente resterà del passaggio dell’umanità nel mondo.

Oppure, può uccidere Arianna e fare del suo filo rosso una rete in cui imbrigliarsi.  E’ così che la troppa coscienza diventa una malattia, una prigione. Per l’uomo senza nome delle “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, Arianna è morta e, con lei, s’è fermato l’avvento di Teseo, che non arriverà più a giustiziarlo – a salvarlo.

Rimane solo la stasi di un uomo relegato in un angolo buio di abiezione e lucidità, che s’è negato gli sporadici, rari scorci di Bellezza e d’incanto che Arianna, nella sua corsa folle e disorientata, talvolta regala.

A tal proposito, l’Arianna riprenderà a correre, per altri ameni inganni, venerdì 8 aprile alle ore 19 al Nuovo Sala Gassman, per il tema “Il vento portò via i cotoni – o degli amori perduti”.

di ELOISA TROISI