“Perché” la Città luogo di memoria

di ERMANNO MENCARELLI ♦

Nella riflessione di Fabrizio, quale impulso e stimolo al dibattito sul tema dei rapporti umani all’interno di una comunità, emergono due forti connotati: condividere ed appartenere. Entrambi si traspongono non solo nel tessuto delle relazioni sociali ed interpersonali, ma coinvolgono necessariamente anche lo spazio urbano, inteso come luogo fisico, dove nel quotidiano ci troviamo e ci confrontiamo con tutto ciò che è bene comune della Città.

Lo spazio fisico di una Città misura anche il senso di interpretare l’uso che si fa di tutto ciò che è collettivo e quindi non esclusivo, laddove anche i rapporti di convivenza si misurano con quelli di appartenenza. Il luogo pubblico sia esso strada, piazza, parco, teatro, scuola, rappresenta un contenitore di come viviamo i nostri rapporti sociali con chi interagisce in questi luoghi, laddove soprattutto dovremmo dare alla “cosa” comune una valenza superiore rispetto al bene proprio.

Allora, purtroppo è triste segnalare che mai come in questo momento ci sentiamo distanti, troppo distanti da ciò che Civitavecchia rappresenta nei suoi luoghi di aggregazione e di come li percepiamo. Una Città, la nostra, che non sa più catalizzare, non sa più coinvolgere i suoi abitanti nel processo di rispetto e godimento dello spazio urbano pubblico, un ambiente dove la priorità è il benessere altrui, cercando di rispettare con senso civile ciò che è patrimonio collettivo, accessibile ad ogni tipo di interscambio relazionale, umano e sociale .

È l’esempio di come si vive in centro la disabilità, con il parcheggiare selvaggiamente sui posti riservati, oppure come si consuma suolo pubblico intorno ad un cassonetto con depositi di spazzatura quotidiani, oppure ancora, come si aggrediscono strisce pedonali, marciapiedi, rampe per portatori, giardini, arredi e tutto ciò che è lì alla portata di tutti, ma sul quale si vuole affermare con sciatteria un godimento privato.

Questo è quello che metaforicamente nel “perché” di Fabrizio viene definito l’urlo, l’aggressione e la voglia di affermare la propria presenza fisica, il proprio ego, imponendo alla responsabilità civica, al suo rispetto per il bene comune, l’uso privatistico di tutto ciò che rappresenta lo spazio pubblico in genere.

Quando nella stereotipa definizione del brutto classifichiamo la nostra Città, dobbiamo domandarci innanzitutto se sentiamo di appartenerci.

Appartenenza quindi, come detto, è un processo che si pone a monte della convivenza. Se non sentiamo di appartenere ad una comunità, ad un luogo, non saremo certo in grado di conviverci. Se non sentiamo nostri i luoghi della nostra storia e della nostra tradizione, siano essi lastricati di basalto, lesene, fontane, angoli diroccati, luci sbiadite, antichi travertini, materia che sta lì da sempre, da Traiano al Vanvitelli, non coglieremo mai quello che ancora a Civitavecchia esiste e va trattato con cura: nella sostanza la nostra memoria .

È solo la memoria di ciò che è pubblico, bene immateriale indivisibile, ma allo stesso tempo parte di ognuno di noi, che ci fa appartenere alla Città, che la fa sentire nostra e verso la quale una forma di rispetto è a prescindere di ogni altro uso che ne facciamo di essa . Ma si può pensare che tutto quello che è passato sta lì solo per essere tutt’al più mantenuto bene o male? Penso niente sia più sbagliato.

La memoria va riprogettata, va innovata, è la fiamma che tiene viva l’appartenenza alla Città, perché intorno alla memoria c’è il futuro di una comunità. Si sente propria solo se è alimentata prima di tutto con il rispetto e poi con la divulgazione della immagine che essa rappresenta: la memoria non è solo storia ma è ieri e domani. È passato prossimo e futuro.

La Città sedimenta tutto questo, non cancella. Una piazza sia essa bella o brutta non ti tradisce mai, ti fa sempre sentire a casa. Ecco allora che appartenenza e convivenza diventano volano di crescita, ecco allora del “perché” vivere ancora nel luogo Civitavecchia.

di ERMANNO MENCARELLI