Il nostro domani si chiama lavoro – “Tratto dal manifesto di Giacomo Manzù per il IX Congresso della CGIL , giugno 1977”

di DARIO BERTOLO ♦ Vorrei partire da questa frase, emblema e simbolo del congresso, svoltosi a Rimini nel giugno del 1977 di quello che a quel tempo era il maggior sindacato italiano, sia per numero di iscritti sia per radicalizzazione territoriale. Si era nel mezzo degli anni tumultuosi della seconda contestazione studentesca, forse ideologicamente meno incisiva di quella del 68’ ma che noi, all’epoca ragazzi circondati da miti bolscevichi e icone rivoluzionarie sudamericane, sentivamo come la reiterazione definitiva del cambiamento sociale. Anni di piombo. Anni bui e intrisi di sangue e di inganni storici, di segreti di stato mai definitivamente svelati. Eppure pietra angolare di un formidabile processo evolutivo sociale sparito di cui oggi, purtroppo, solo i libri di storia ne portano traccia. Va ricordato che il passaggio tra la generazione di chi ha vissuto il boom economico a cavallo degli anni 60/70 e quella successiva ha avuto risvolti importanti sia in termini di concezione dello “status vivendi” sia soprattutto per l’interpretazione assolutamente capovolta di alcuni valori etici fondamentali, che si ritenevano difficilmente superabili. Non si può negare che parte di questa trasformazione è diretta conseguenza di un diverso contesto sociale, che ha mutato geneticamente le capacità di confronto a totale discapito dell’evoluzione comunicativa. Evoluzione che, contrariamente a quanto abitualmente accade in natura, non ha portato il salto qualitativo auspicabile. Tutt’altro. Nell’immediato dopo guerra, pur in un periodo pieno di difficoltà e di ristrettezze, quest’ultime, in un certo senso anche paradossalmente, hanno generato un approccio rivoluzionario nel modo di vivere la realtà sociale. Le nascite dei comitati di fabbrica, la maturazione e la presa di coscienza di quella che sarebbe divenuta la forza propulsiva della lotta proletaria hanno caratterizzato, assumendo un segno identificativo indelebile, il movimento operaio italiano. Civitavecchia non è rimasta estranea a queste dinamiche. Storicamente città a definizione “antifascista e di sinistra” anche per la forte rappresentanza delle realtà portuali, ha visto nascere e consolidare un modo particolare di interpretare la politica e la militanza attiva. Ricca di confronti dialettici, foriera di accese contrapposizioni seppur in ambiti ideologici simili, piena di spirito critico che era comunque rivolto ad un certo modo di contrapporsi pur avendo condivisione quasi totale degli orizzonti politici. Luoghi di lavoro, officine, stabilimenti e fabbriche, erano veri e propri laboratori ideologici, fucine di iniziative e, sostanzialmente, azione di contrapposizione al patronato a difesa esclusiva del proletariato. Predominava la passione politica, la voglia di manifestare liberamente e la volontà di affermare, dopo la parentesi buia del ventennio fascista, la propria identità con l’orgoglio tipico di appartenenza alla classe operaia.
Era anche il tempo dove la forza lavoro, prevalentemente nell’edilizia ma anche nelle fabbriche, aveva una componente numerica notevole. Dove però, in contrapposizione, le tutele in termini salariali e di sicurezza, erano lontanamente paragonabili a quelle odierne. Pur tuttavia il ruolo dei sindacati fu determinante nei rapporti, spesso conflittuali, tra le parti, contribuendo ai miglioramenti contrattuali che le generazioni successive avrebbero ereditato. Tutto questo, se traslato ai giorni nostri, appare amaramente anacronistico. I dati occupazionali che da un lustro sistematicamente riportano numeri impietosi, soprattutto quelli relativi agli impieghi dei giovani, lo testimoniano. Seppur in presenza di uno nuovo strumento legislativo in tema di lavoro, il Jobs Act, ammirevole se non altro per il recepimento dell’esigenza di contrastare uno dei maggiori problemi del Paese, rimangono ancora irrisolte molte lacune causate da una crisi che sta attraversando pericolosamente la società contemporanea, che agendo in profondità ed esplodendo in superficie sta minando i valori intrinsechi che appartengono di diritto alla parola “lavoro”. Pertanto si può, con fondatezza, ritenere che se in Italia la disgregazione sociale non avesse avuto un’evoluzione così propulsiva e il perseguimento di politiche occupazionali tendenti alla stabilizzazione in pianta stabile dei lavoratori fosse stata una priorità, quest’ultimi avrebbero certamente mantenuto tutt’altra prestanza e dignità. In un contesto attuale, dove la società non è più in grado di offrire alle nuove generazioni un lavoro pari alle aspettative o al titolo di studio, la conseguenza non può che essere la sempre più frequente e spasmodica ricerca di guadagni “facili” attraverso percorsi spesso controversi. Il vissuto e le cronache che quotidianamente i media ci riportano lo testimoniano impietosamente.
Per questo ritengo, e ne sono fermamente convinto, che la stabilità sociale del paese e le sue dinamiche economiche non possono discernere dall’ efficace e attualissimo slogan che quaranta anni fece da titolo al congresso della CGIL a Rimini. E che una nazione come la nostra, culla dei principi fondamentali della democrazia e custode dei valori e dei diritti acquisiti nel corso di oltre 150 anni di battaglie sociali, non può e non deve permettersi di dimenticare e sacrificare nel nome di un progresso che non salvaguarda le persone ma privilegia gli aspetti peggiori del consumismo, dell’insofferenza e dell’indifferenza.
Anche a costo di sembrare anacronistici, retrogradi, e comunisti…

di DARIO BERTOLO