Civitavecchia e la custodia del capitale sociale

di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦ Da tempo e sempre con maggior forza Civitavecchia va producendo “mali relazionali”.
Mali relazionali nell’ambito economico, nei rapporti con le istituzioni, nel mondo associativo.

Le relazioni economiche sono sempre più contaminate dall’opportunismo, dal proprio tornaconto.
Certamente lo scambio commerciale è una transazione di cose equivalenti (dare per ricevere) ma anche in questo scambio dovrebbe sussistere una fiducia, una relazione che ha un valore in sé e che l’opportunismo vanifica totalmente.

Le relazioni con le istituzioni ( generalizzate) sono gravate da un clima generale di sfiducia, di delusione: la città assiste con disincanto agli avvenimenti che si succedono con rapidità.

Le relazioni del mondo associativo, che è ben presente per numerosità e ben distribuito nei vari settori della cultura, dello sport, del solidarismo riescono abbastanza nel creare collante, unione al proprio interno ma sono decisamente scarse nella funzione di “far da ponte”, di collegamento con l’esterno, di legare i membri di un circuito sociale con soggetti a questo esterni. Non è, dunque, il numero delle associazioni fondamentale bensì la qualità delle loro relazioni.

In genere, una comunità dovrebbe produrre, accanto a beni e servizi, una data quantità di beni relazionali intendendo con tale termine reti di fiducia, di condivisione, di solidarietà reciproca al di là dei rapporti strettamente familiari o parentali.
I beni relazionali emergono dalle relazioni ed esistono solo se le relazioni permangono ma il punto essenziale è che la relazione non deve essere strumentale per raggiungere qualcosa d’altro (una prestazione economica, un supporto politico, ogni forma di familismo). Il bene relazionale è un bene dove la relazione è il bene! Questo è ciò che deve intendersi con il termine “capitale sociale”.
Civitavecchia presenta una scarsità di capitale sociale. L’intreccio delle relazioni interpersonali non presenta quel grado qualitativo tale da costituire sufficiente capitale sociale. Il tessuto dei rapporti sociali appare, dunque, caratterizzato da fragilità e vulnerabilità.
La scarsità di capitale sociale ha un costo, un costo elevato: l’affievolirsi dell’impegno civico, il progresso dell’individualismo, il restringimento della dimensione valoriale della comunità, il sovra- consumo di beni di “status symbol”, la surrogazione delle forme pseudo-relazionali quali sono “le relazioni simulate” offerte da Internet o dai “reality-show”, l’ansia di notorietà a tutti i costi.
Perché la città sta avendo difficoltà nel produrre questo “capitale sociale”?
Potremmo rispondere, almeno come prima approssimazione, in attesa di altri contributi, tirando in ballo l’azione perversa dei “distruttori di capitale sociale”.
In primo luogo, una politica (in senso lato) che stenta a porsi come attore sociale in grado di favorire le spinte dal basso verso una relazionalità qualitativa evitando di manipolare le reti sociali. Una politica spesso assente, indifferente a tematiche del genere.
In secondo luogo, la presenza di specifiche opportunità economiche attraenti che invece di stimolare imprenditorialità fertile finiscono per dar luogo ad un individualismo sfrenato, auto interessato che contamina pesantemente tutto il resto delle relazioni finendo per apparire come il solo paradigma che conta nella città. La carica di contaminazione è devastante: false relazioni, consumo di “beni sbagliati”e di beni posizionali acquisiti, cioè, al solo scopo di apparire rispetto agli altri, avversione per ogni impegno civico, contorsione dell’azione politica in azione opportunistica.
Eppure una comunità non esiste solo per condividere lo spazio urbanistico e, dunque pretendere che quello spazio sia vivibile al meglio. Una comunità è tale perché riesce a permettere un benessere economico creando opportunità di lavoro sane, trasparenti, non effimere. Ma una comunità è tale anche se riesce a far vivere e prosperare amicizia, reciprocità, impegno civile. Ovvero se ha come fine anche la custodia del proprio “capitale sociale”.

di CARLO ALBERTO FALZETTI