A che memoria giochiamo?

di CLAUDIO GALIANI ♦

Sono ormai passati 15 anni dalla fine dello scorso secolo e, se non mi è sfuggito qualcosa di importante, non esiste una ricostruzione sistematica della storia cittadina di quel periodo.

Esistono sforzi apprezzabili, ma non esaustivi, per la prima metà del secolo. Manca quasi completamente un’analisi della seconda parte.

Oltre a rare ricerche settoriali, mi risulta la disponibilità di interessanti testimonianze autobiografiche e poco altro.

Non faccio gli esempi, ma tutti  possono quasi stare sulle dita di una mano.

Il panorama non cambia, se lo allarghiamo dalla carta ai supporti audiovisivi, altrettanto importanti per un secolo che ha sviluppato la tecnica e la cultura delle immagini.

Problema ancora più grave, se pensiamo a quanto questi supporti siano deperibili.

E’ ozioso interrogarsi sul perché stia trionfando questa amnesia?

Non manca in questa città la passione per la storia, anche se spesso indirizzata verso epoche precedenti, né mancano studiosi e associazioni che su altri periodi producono una costante ricerca archivistica e archeologica, pur operando su fonti lacunose e su  documenti dispersi in archivi esterni.

Perché manca un’attenzione specifica sul Novecento?

Anche qui esistono difficoltà oggettive, addirittura amplificate: la perdita di tanta documentazione durante la guerra, la dispersione dei dati in tanti archivi esterni, sia pubblici che privati ( giornali, televisioni, ministeri, imprese, banche, enti territoriali e pubblici…).

Possiamo aggiungere, cosa non da poco, la mancanza di un’istituzione pubblica ( Università, Fondazione ) deputata a questo compito e debitamente attrezzata per questo.

Perché una cosa è chiara: una ricerca seria sull’ultimo secolo non può che essere multidisciplinare, capace di mettere insieme diverse competenze.

Mi sembra evidente che l’unico soggetto pubblico, che può farsi carico di questa assenza, è l’Amministrazione Comunale, con una complessa funzione di promozione e coordinamento.

Qui un poco mi vengono i brividi, se penso a come il Comune, per eventi sfortunati o per scarsa attenzione, ha conservato i suoi stessi archivi.

Credo che lo stesso possa dirsi per tante organizzazioni, come i partiti e i sindacati.

Forse l’accesso a tanti documenti è già definitivamente compromesso.

Qui arriviamo al nodo. Perché questa città ha tanti problemi con la sua memoria?

E’ evidente che se non ordino oggi i miei documenti, mostro disinteresse  verso il passato, ma anche verso il presente, che considero indegno di trasmissione, e verso il futuro, perché privo chi verrà della possibilità di conoscermi. Manca la possibilità stessa di un progetto.

Questa città ha un problema a definirsi nella sua continuità storica? Ritiene la propria storia recente poco interessante? Con pochi personaggi illustri ? Con pochi eventi significativi ? Con scarsa rilevanza culturale ? Soffre di una sindrome ancillare verso Roma, capitale dello Stato pontificio e di quello italiano? Si sente ai margini dei processi che contano?

Parliamo di una città che all’inizio del Novecento ha assunto il profilo di unico sito industriale del Lazio, con un movimento operaio tutto particolare, una città che durante il fascismo ha vissuto progetti forse sottovalutati di trasformazione, che nel dopoguerra ha conosciuto drammatici fenomeni di ricostruzione urbanistica ed economica, che ha poi sperimentato contraddittori modelli di sviluppo del terziario.

La crisi di quei modelli ci ha condotto all’attuale incerta fase di transizione, in cui non vedo l’ombra di un dibattito serio sulle prospettive, ma solo un muoversi a tentoni.

Prevale costantemente una drammatica cultura dell’emergenza.

Forse non si può fare dibattito, se non si ricostruisce la profondità dei processi che ci hanno condotto qui.

Oggi si aggiunge un nuovo ostacolo: l’idea del nuovo come rottamazione del passato. Se è tutto male, a che serve conoscerlo?

Una classe dirigente è adeguata quando si fa carico della storia da cui emerge, quando la assume nella sua interezza, nel bene e nel male.

In ogni cambiamento, anche il più radicale, il passato riemerge sempre nelle sue forme peggiori, se non è filtrato da azioni consapevoli.

Trascurarlo, limitarsi a censurarlo o cancellarlo, significa imbarcarsi su una nave senza timone, né rotta.

E senza identità.

di CLAUDIO GALIANI