Se la macchina fa tutto meglio, noi dove andremo a finire?
di MARCELLO ROCCHETTI ♦
Una riflessione senza allarmismi sulla rivoluzione dell’AI, il lavoro che scompare e la sola via economica che può salvarci.
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Il rapporto tra uomo e macchina mi ha sempre incuriosito. Avendo lavorato per molti anni in un centro elaborazione dati, ho sperimentato il succedersi continuo di innovazioni tecnologiche: calcolatori mastodontici, le prime reti lente, l’arrivo dei PC e l’esplosione di Internet. Ogni volta qualche mansione spariva ma ne nasceva subito un’altra. Il tempo in cui si realizzavano questi cambiamenti permetteva a tutti di adattarsi alle nuove situazioni e trovare una nuova collocazione.
Questa volta la sensazione è profondamente diversa: non stanno cambiando solo gli strumenti di lavoro, sta cambiando chi compie questo stesso lavoro.
Viene raccontata spesso una storiella rassicurante: «La macchina farà il lavoro noioso e ripetitivo, mentre a noi resterà la parte nobile: le idee, la strategia, le scelte etiche e il perché delle cose». È proprio su questo presunto rifugio che ho i dubbi più seri. È vero che la macchina non possiede una coscienza, non ha un corpo e non sa che sapore abbia una mela, è un formidabile simulacro cognitivo, uno specchio statistico che calcola probabilità invece di comprendere eppure, dal punto di vista operativo e produttivo, quel simulacro macina risultati concreti a ritmi travolgenti.
L’AI prima correggeva le bozze, poi ha iniziato a scrivere testi complessi; oggi riassume, analizza dati, suggerisce strategie aziendali, formula diagnosi e replica volti e voci in modo indistinguibile dalla realtà. Se la macchina pianifica, scrive, programma e valuta con un’efficacia che supera la nostra, quale sarebbe esattamente quella «parte nobile» che rimane a nostro uso esclusivo nel mercato del lavoro? A mio avviso è solo un’illusione consolatoria con cui si rischia di addormentare la consapevolezza collettiva.
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Per decenni ci siamo costruiti un’assicurazione per la vita: un titolo di studio, anni di gavetta, la reputazione e la stima guadagnate sul campo. Era il lasciapassare sicuro per trovare un impiego e tenerselo stretto, ma oggi queste tutele valgono sempre meno: bastano poche istruzioni dettate a un software sempre disponibile per replicare e superare competenze maturate in vent’anni di carriera.
La differenza fondamentale rispetto al passato è la velocità. Tra i primi calcolatori e la diffusione di Internet sono passati decenni: un tempo sufficiente per permettere a una generazione di formarsi e a un’altra di andare in pensione. Oggi i salti d’epoca si compiono in pochi mesi. Un ventenne forse riuscirà a ricalibrarsi continuamente; ma un cinquantenne con famiglia, un mutuo e responsabilità concrete, come può reinventarsi da zero in tempi così brevi? Se un programma compie il lavoro di dieci persone, l’azienda le terrà per farle lavorare meno? Ovviamente no. Quei lavoratori avranno pure tutto il tempo libero del mondo, ma non avranno più uno stipendio smontando la promessa: «Lavoreremo meno e avremo più tempo per noi» e dove andranno poi a finire quei soldi risparmiati con il taglio degli stipendi? Vanno, manco a dirlo, nelle tasche di chi possiede le macchine, i server e gli algoritmi — quei pochi colossi tecnologici che oggi investono centinaia di miliardi di dollari per consolidare il loro monopolio.
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Guardiamo alla realtà senza bende sugli occhi. Le opzioni che hanno la possibilità di sopravvivere sono a mio avviso tre:
• I mestieri pratici e di cura: idraulici, elettricisti, manutentori, infermieri, operatori sociosanitari, psicologi. Ambiti in cui la manipolazione fisica della materia e la presenza umana reale resistono. Ma un intero Paese moderno non può trasformarsi esclusivamente in un cantiere o in una corsia d’ospedale.
• Diventare proprietari delle macchine: investire nei giganti tecnologici che creano il nuovo valore. Una strada sensata sulla carta, ma accessibile soltanto a chi possiede già capitali e risparmi da parte. Chi vive di solo stipendio ne è tagliato fuori prima ancora di cominciare.
• La redistribuzione strutturale della ricchezza: tassare i profitti generati dall’intelligenza artificiale per finanziare un reddito universale a chi viene espulso dal mercato. Una soluzione logica, che sbatte però contro il muro dell’ingordigia umana: la fame di chi ha già troppo e ne vuole sempre di più, mentre otto miliardi di persone restano tagliate fuori, senza voce in capitolo.
Molti liquidano sbrigativamente questa terza via definendola un’utopia irrealizzabile. Ed è vero, se pensiamo all’egoismo dei pochi che controllano tutto. Ma è proprio qui che crolla il loro castello, davanti a una verità economica tanto elementare quanto inoppugnabile: se le macchine fanno tutto e la maggioranza delle persone non ha più uno stipendio, chi comprerà ciò che le aziende producono? Un’azienda non vive d’aria: vive solo ed esclusivamente se c’è qualcuno con dei soldi in tasca disposto a comprare ciò che produce. Se i redditi da lavoro si prosciugano, si prosciugano inevitabilmente anche i clienti. L’economia non può reggersi a lungo vendendo servizi solo ad altre aziende o a un’élite ristrettissima di super-ricchi.
Ecco perché questa è la sola via che dà, forse, una speranza reale: chi oggi accumula miliardi grazie all’automazione ha un bisogno vitale, matematico ed egoistico che la gente comune continui ad avere un potere d’acquisto. Senza consumatori, l’impero delle macchine crolla insieme al mercato.
La redistribuzione, quindi, non sarà un regalo benevolo né una concessione morale o un sussidio di carità. Sarà l’unica ancora di salvataggio per il sistema capitalistico stesso. Il problema vero non è se sia attuabile, ma i tempi necessari per realizzarlo. Ogni singola azienda cercherà di tagliare i costi sperando che siano le altre a continuare a pagare gli stipendi. Se aspettiamo che il mercato si accorga da solo del baratro e si corregga dopo lo schianto, quegli anni di transizione e di macerie sociali li pagheremo tutti noi a carissimo prezzo. Pretendere queste regole da subito è la nostra sola garanzia.
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C’è un interrogativo ancora più intimo, che tocca chiunque segua i propri figli o nipoti: che senso ha sforzarsi su una formula di matematica o su un testo se una macchina risolve tutto in meno di un secondo?
La risposta sta nel distinguere tra due tipi di fatica. C’è la fatica sterile: moduli ripetitivi, nozionismo mnemonico e burocrazia. Quella lasciamola pure fare agli algoritmi. E c’è la fatica fertile, formativa: provare, sbagliare, cancellare, sbattere la testa su un ragionamento finché non scatta la scintilla della comprensione. Quella fatica non si può delegare a nessuno, perché è proprio lì che il cervello costruisce i muscoli del pensiero critico.
È esattamente come lo sport: se paghiamo un robot per correre o tirare a canestro al posto nostro, il tabellone segnerà un punteggio record, ma noi non avremo imparato a giocare e i nostri muscoli diventeranno atrofici.
C’è inoltre un’insidia sottile: queste macchine sono programmate per essere gentili, accoglienti e accondiscendenti. Chi si abitua a un interlocutore artificiale che dà sempre ragione perde la capacità di reggere un disaccordo e di accorgersi quando gli viene somministrata una falsità. Studiare serve a questo: non per accumulare un titolo di studio di facciata, ma per acquisire anticorpi e strumenti di giudizio. Perché chi rinuncia a pensare non diventa solo ostaggio della tecnologia: si consegna, muto e indifeso, nelle mani di chi la controlla.
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Non voglio fare il profeta di sventura né diffondere paure ingiustificate. Si tratta di conoscere la storia dell’uomo, che ha quasi sempre mostrato un vizio ricorrente: le regole e le tutele arrivano puntualmente dopo che il disastro si è già consumato.
È accaduto con la sicurezza sul lavoro, conquistata dopo generazioni di incidenti tragici. È accaduto con l’amianto, di cui si conoscevano i danni da decenni prima che in Italia venisse vietato solo nel 1992. È accaduto in medicina con il talidomide negli anni Sessanta, sulle cui macerie sono nati i severi controlli sui farmaci, ed è accaduto con l’energia atomica, limitata dai trattati solo dopo averne toccato con mano la devastazione.
Ogni volta l’umanità ha imparato la lezione, ma pagandone il prezzo in anticipo. Con la rapidità esponenziale dell’intelligenza artificiale, aspettare il punto di non ritorno per intervenire significa arrivare irrimediabilmente fuori tempo massimo.
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La questione fondamentale del nostro tempo non è se la macchina proverà mai sentimenti o se svilupperà una vera coscienza. La questione è che, già oggi, il suo simulacro è abbastanza potente da sconvolgere l’economia reale e il lavoro di milioni di persone. Dobbiamo stabilire con fermezza e lucidità chi deciderà la spartizione della ricchezza prodotta, e pretendere le regole prima che l’inerzia decida per noi.
La speranza c’è, ed è scritta nelle regole stesse dell’economia: le macchine non possono comprare ciò che producono. Tocca a noi smettere di restare a guardare, per sederci finalmente al tavolo delle decisioni.
MARCELLO ROCCHETTI
