Oltre l’Alchimia Levantina. Dal Panarabismo al Terrorismo Contemporaneo con La Guerra In Iran
di DELFINA ANGELONI ♦
Una lettura in decentramento delle congiunture storiche più rilevanti per l’appartenenza araba e una riflessione sull’ Islam con una proposta di analisi dell’estremismo islamico contemporaneo all’ ombra del conflitto in Iran.
“La sconfitta a volte è una opportunità, ma gli arabi non l’hanno capito. La vittoria è a volte una trappola. Ma gli israeliani non hanno saputo evitarla.”
Amin Maalouf, Il Naufragio delle Civiltà.
Specchi per le allodole e Analisi Strategiche. Oltre le proiezioni di interesse.
Nel chiedersi quanto sia possibile spostarsi verso una considerazione il più possibile sbilanciata di eventi storici e storie di conflitto che hanno interessato il Medio Oriente, la messa a punto in Occidente di strategie di intervento militare in situ non può più guardare a questo sbilanciamento come ad una frontiera di ricerca accademica secondo un carattere di interesse solo diffusamente sociologico o storico[1], ma già come tentativo di solidificare la “memoria di guerra” verso spazi di manovra che ne salvino la pluridimensionalità a carattere difensivo e ne circoscrivano gli interventi ad una operatività conseguente di ricostruzione mai più affrettata dall’ urgenza della chiamata alle urne.
Il confronto con il Medio Oriente ha storicizzato una narrazione accademica e di intervento militare da sempre conflittuale e proiettiva fra Ovest ed Est e ne ha disvelato le atmosfere politiche della Guerra Fredda come una impasse difficile da superare per le parti in questo dinamismo, rendendo le popolazioni arabe votate alla costruzione di identità politiche che hanno fatto in molti casi dell’ Islam una risposta armata non sempre vista come una minaccia internazionale e spesso sfruttata come appartenenza partecipata di riscatto identitario dai suoi fedeli più estremisti. L’ Islam in questo senso si è fatto alcune volte è stato uno strumento efficace, snaturati e pervertiti i suoi canoni a causa di un relativismo ivi proiettato dallo specchio occidentale. L’ Identità araba come gesto politico affermativo di risonanza porta anche questa ferita religiosa.
In un tentativo di connessione fra storia e previsione strategica di efficacia di alcune proposte di intervento militare attuali, si cerca qui di offrire una analisi in decentramento disposta a suggerire conseguenze politiche che tengano conto delle crisi interne di alcuni paesi medio orientali e dunque decostruendo i principali modelli di analisi nostrani proposti e troppo volutamente piegati ad un sistema di confronto che fa dello “specchio” il suo strumento più pericolosamente fallace e della “specularità” il suo linguaggio strategico meno duttile.
Il risultato che proviene da questa sintetica escursione nella multisfaccettata identità politica medio orientale cerca tra le maglie dei fatti di cronaca recenti una possibilità di lettura nuova e strade non ancora battute del possibile, posizionandosi oltre i confini occidentali e più all’ interno di parametri e percezioni storiche inesplorate usate da quei popoli per definire sé stessi e le loro sofferte rappresentanze politiche in un arco temporale che va dalla fine degli anni 60’ ad oggi. Il decentramento nell’ analisi strategica e lo sbilanciamento verso chiavi di lettura interpretative che superano la singolarità di postura occidentalista, può farsi strada di un interventismo in Medio Oriente lontano dalle urne e verso una progettualità che contribuisca a strutturare una risoluzione ad input endogeno per quei popoli scrostando le limitate aggressività coloniali e il suprematismo interno di controllo egemonico. Non più una proiezione di forza, dunque, ma un contributo di spinta per una risoluzione politica statuale, ancora una volta dialogica e non onnipresente. A Chi giova? Le narrative che hanno sostenuto la non-necessità dell’aggressività di proiezione negli interventi, ci vengono incontro.
Il contributo da una visione in decentramento prospettico di alcuni eventi che hanno caratterizzato e portato le identità arabe o non-arabe islamiche verso le condizioni attuali, ha una sua sostanziosa e fervida restituzione nelle personalità che in Europa si sono fatte portatrici delle voci di confine, verso rotte di appartenenza spesso in ancoramento ma in alcuni casi dalla vibrante personalità. Tra storia del singolo e storia dei suoi popoli queste personalità hanno saputo dedicare pagine autobiografiche intense nella partecipazione agli eventi storici che ne hanno influenzato l’esistenza come esseri umani anche decostruendo visioni secolarizzate di invasioni e colonizzazioni operate dall’ occidente.
La loro testimonianza ha costruito una incarnazione della storia medio orientale nelle loro vite, suggerendo una storiografia mai sistemica e universalista ma semmai dolorosamente sofferta quanto politicamente sentita da tutte queste voci nella peculiarità delle congiunture storiche prese in analisi. Una conseguenza evidente dell’impossibile confronto e scontro spesso intrapreso tra Ovest ed Est del mondo che ha reso le loro diaspore un terreno fertile alla rivisitazione della recente memoria storica di guerra e che può costituire una frontiera unica per la costruzione di un sistema di confronto non assolutisticamente ombelicale per l’Occidente anche nelle sue possibilità di intervento militare.
In tal senso la speciosità delle strutture e del linguaggio militare come braccio armato di progettualità statali singolari in una Europa che sfilaccia la sua diplomazia interna e le sue scelte di finanziamento comune sulla sicurezza, rende sicuramente il decentramento una occasione di collaborazione per prospettive condivise in ascolto di una storia che se viene narrata deve poter avvalersi del contributo della sua controparte anche ai fini di una progettazione strategica efficace contro l’oscillazione rapida delle escalation e la solidificazione di rapporti di deterrenza che possano avvalersi di strumenti di analisi multifocali, indicizzazioni coerenti e previsioni in armonia con le progettazioni endogene di ricostruzione programmatica operate da quei paesi con la sola spinta degli input basicamente più necessari alla loro stessa operatività. Coniare nuove formule di analisi strategica che possano tener conto di questi fattori manterrebbe la giusta distanza ideologica dai tentativi di “emancipazione del medio oriente” e forse sistematizzerebbe la natura degli interventi militari oltre la cortina di fumo sempre più pesante del neocolonialismo.
Nella considerazione di letture strategiche che sappiano avvalersi di declinazioni in ascolto delle identità politiche arabe così diversificate e connesse, l’Islam appare come una religione sottoposta dal colonialismo in poi ad una costante urgenza di definizione di sé spesso in accavallamento con soluzioni statuali e di organizzazioni non-statuali ad una postura di risonanza antisistemica aggressiva anche fuori dai suoi confini. Spesso i due piani, quello arabo e quello arabo-islamico, non sono stati distinguibili nemmeno per i popoli musulmani.
In merito al confronto cinetico fra Stati Uniti ed Iran, la polarizzazione di interesse politico e di linguaggio diplomatico fra le parti necessita di questa incursione nell’ intelaiatura frastagliata delle percezioni multisfaccettate a identità politica araba di alcuni eventi storici della finestra temporale sopra indicata. Si vedrà come ne potrebbe giovare il confronto diplomatico nelle sedi internazionali preposte e nella possibilità di accordi di pace in grado di fratturare le posture rigide delle due parti verso strade di percorrenza più aperte che possano avvalersi di percezioni alternative più organicamente sintoniche con la narrazione storica che da quei paesi emerge. Il focus in tal senso, parte dal conflitto con l’Iran e ne proietterà l’operatività di confronto anche in territorio Europeo.
Decostruire una analisi di scontro inevitabile. Il nuovo Accordo alla Mecca e EUNAVFOR Aspides.
L’ Accordo[2] siglato simbolicamente alla Mecca tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan ad agosto di quest’anno non ha prodotto documentazione specifica in merito alle sue possibilità esecutive ma le dichiarazioni dei Ministeri coinvolti ne hanno sottolineato il carattere di alleanza a scopo difensivo ed intervento congiunto. La lettura offerta dal Ministero degli Esteri turco ne ha suggerito una modellazione in stile NATO anche per quanto concerne la riproduzione di una possibile rete logistica e di sistema burocratico con la possibilità di costituire la sede futura degli uffici proprio a Ryad. Ma se di modellazione di regolamento si tratta, essa ha nell’ art. 5 del Trattato Atlantico la sua giustapposizione più realisticamente ambita fra le parti.
Ma dal Pakistan le dichiarazioni ufficiali sono state spostate su un altro focus di asset strategico consentendo al Primo Ministro degli Esteri Iraniano Abbas Araghichi di fare riferimento ad “Una alleanza tra paesi a maggioranza musulmana” vista con favore per la stabilità regionale minacciata da Israele e dal conflitto con l’Iran[3]. Ed è alla luce di queste dichiarazioni che l’Accordo della Mecca dovrebbe essere valutato secondo i suoi potenziali caratteri di aggressività diplomatica posturale e non cedendo alle facili letture di comodo che ne hanno suggerito una esecutività nulla e una fragile concordanza tra le parti. In particolare, molti contributi di analisti europei ed americani ne hanno sottolineato l’impossibilità di partecipazione dei firmatari ad uno scontro comune, proprio secondo le loro peculiarità logistiche e strategiche di riferimento a sistemi militari che incontrerebbero grandi difficoltà di interoperabilità[4]. Gli strumenti di confronto dei tre paesi presi in analisi in occasione della firma, non escludono in realtà con le possibilità di concordanza sulla sicurezza nemmeno da parte cinese.
Visti anche gli storici rapporti di dialogo diplomatico e di supporto di rifornimento tra Stati Uniti ed Arabia Saudita si è allontanata anche una ipotesi di disimpegno americano nei conflitti nel Golfo, pur sottolineando la volontà del Pentagono di guardare ai conflitti in Medio Oriente con una proiezione di interesse meno presente ed immediata.
Tale proiezione americana dovrebbe però avvalersi in ogni caso del contributo dei paesi NATO ed ecco perché l’inquadramento sistemico dell’accordo in una alleanza politica e militare ben vista dal regime di Tehran potrebbe trasformare la missione europea Aspides[5] in una trappola ambivalente; da un lato lo sfruttamento del regime delle fragilità logistiche e strategiche Europee per la sicurezza e dall’ altra la possibile partecipazione di paesi che fanno parte dell’ Alleanza Atlantica alla missione Aspides come una escalation che allontana anzitutto Washington dalle possibilità di dialogo diplomatico sempre disattese e mendaci, fornendo altresì al regime una buona scusa per spingere il conflitto oltre confine e ben lontano da quelle che continuiamo a credere erroneamente possano essere le sue reali possibilità operative. Vanno inserite altresì in questo senso i recenti appelli del Ministro degli Esteri Italiano Crosetto per finanziamenti comuni e contributi di interesse maggiori da parte di tutti i 27 paesi membri per l’urgenza di un intervento difensivo e operativo nello spazio marittimo in grado di garantire gli scambi commerciali ed energetici che dal Golfo di Aden attraversano il Mar Rosso rendendo possibile lo scambio Euro-Asiatico rapido ed efficace.
Il confronto con le milizie sciite degli Houthi, se così circoscritto ad una manovra difensiva di interesse per la garanzia e la difesa di una rotta internazionale di scambio ed approvvigionamento, non può non tenere conto delle radici storiche dell’Asse della Resistenza. E della sua solidità di funzionamento che arriva ben oltre la guerra per procura di Teheran.
L’ Asse[6] oltre confine iraniano nato con la guerra in Iraq e nell’immediatezza della Rivoluzione Islamica, ha infatti strutturato e sistematizzato una sua singolare funzionalità strategica di ogni suo braccio operativo e amministrazione legata ai territori nei quali opera, essendo la sua sopravvivenza ideologica e finanziaria solo parzialmente legata al regime degli Ayatollah. Ne è un esempio l’intervento israeliano in Libano che ha dimostrato la sua incredibile ricorsività e distensione temporale di intervento senza concretizzare l’indebolimento effettivo di Hezbollah in Libano.
In questa interdipendenza tra accentramento di regime e operatività singolare delle sue braccia esecutive, frenare le minacce degli Houthi Yemeniti potrebbe non costituire un fattore decisivo nell’indebolimento dello scontro con il regime e presentare notevoli difficoltà logistiche e strategiche in Europa per la coordinazione di un intervento congiunto, così da collimare con i progetti finanziari condivisi per la sicurezza comunitaria. Accelerando quella che potrebbe essere letta da Teheran come una presenza militare europea a trascinamento rapido nello scontro e possibilmente non organica con una diplomazia ufficialmente dichiarata.
Leggere una storia marxista dal mondo arabo sunnita per comprendere lo sciitismo politico oltre confine.
Quella che sembrava una congiuntura storica emersa con l’attentato[7] alle Twin Towers di inizio secolo era in realtà la progettazione a tavolino di una incursione voluta dal sistema logistico talebano che ha attratto entro i confini afghani un progetto operativo americano, prima di difficile piega strategica e successivamente caratterizzato da una pervasività la cui conseguenza fallimentare ha visto il ritorno dei talebani nel sistema politico-organizzativo di Kabul. Dal restauro delle operazioni boots on the ground fino all’impossibile addestramento delle truppe afghane, questa parentesi militare occidentale ha pagato tutto il prezzo del suo distacco di visione non decentrata e quasi esclusivamente a modello proiettivo, spingendo anche oltre confine il terrorismo sunnita a causa della sua pervasività di intervento numerose volte ristrutturato e revisionato fino a ben oltre le scelte di ritiro delle truppe del governo Biden nel 2013.
I caratteri fondativi e peculiari dell’estremismo sunnita afghano hanno avuto una loro enucleazione radicale appena prima del crollo del Muro di Berlino con l’intervento sovietico in Afghanistan al ritiro delle truppe nel 1989 dopo un decennale tentativo di contrasto dei mujaheddin ribelli appoggiati dagli Stati Uniti.
Ed è su questo impervio terreno di definizione di un islam condiviso e politico che il saudita Osama Bin Laden si farà strada con la successiva nascita di Al-Qaeda e il suo posizionamento ideologico in chiave sunnita e antioccidentalista. La commistione di interesse con l’occupazione sovietica e l’ intervento americano ed europeo figliato dalla “guerra al terrorismo” ha sedimentato il risentito necessario alla nascita dello Stato Islamico (ISIS) con la guerra in Iraq di inizio secolo.
Anche nell’ universo di appartenenza ideologica islamica levantina, nel disegnarne una geografia il più possibile duttile e non circoscritta ai confini territoriali imposti dal colonialismo di fine XIX secolo, così come in Arabia Saudita e Sudan la declinazione marxista dell’ influenza sovietica in Medio Oriente ha sempre lottato tra un recupero laico di un conservatorismo panarabo modellato sull’esperienza politica della RAU[8] del presidente Egiziano Nasser e il recupero di un riformismo estremista religioso del quale esempio emblematico fu l’esperienza di guerriglia dei Fratelli Musulmani[9] nell’ Egitto degli anni 70’. Questo motore interno di autodefinizione dell’ appartenenza islamica si è anch’esso strutturato nel confronto con le due grandi potenze polarizzate, il colonialismo e l’occupazione da un lato e la pressione ideologica marxista comunitarista dall’altro.
La fine dell’alchimia[10] culturale levantina visibile in Egitto, Libano e Siria ha frantumato il comunitarismo arabo di matrice marxista e vinto qualsiasi forma di rappresentanza politica panaraba a partire dalla “guerra dei sei giorni” con Israele o meglio da quello che viene indicato come “il Sessantasette”[11], una congiuntura di debacle sostanziale che portò la Siria a più di quarant’anni di alternanza di dittature militari sanguinarie e amministrativamente rovinose sul piano etnico-identitario e il Libano a coniare il pericoloso sistema di quote elettive fondato sull’appartenenza etnico-religiosa[12] che nella sua porosità di funzionamento ha reso possibile l’infiltrazione sistemica nel tessuto politico del paese di Hezbollah con il partito sciita Amal anche grazie all’allora neo-governo rivoluzionario iraniano.
Il “Sessantasette” costituisce ad oggi per l’identità araba una sfida progettuale nella costante e mancata opportunità di definizione politica della religione islamica, chiamata in causa da questo conflitto anche solo per l’importante sconfitta subita in un momento storico di tessitura di alleanze e accordi che miravano a fondare la teorizzazione di un’unica comunità musulmana multietnica nella condivisione comune dell’ ideologia religiosa e nella difesa dei suoi valori fondativi. Una comunità che sarebbe stata diversamente proposta nelle entità statuali e non omologata sul piano etnico-religioso.
A partire dalla fine del tentativo di restauro politico dell’islam operato dal governo egiziano Nasseriano e con il frastagliarsi dell’alchimia culturale levantina per varie etnie e gruppi religiosi istintivamente e pragmaticamente relazionali fra loro, abbiamo assistito ad una graduale e prima dell’11 Settembre inesplorata, emersione dell’estremismo sunnita antioccidentalista. Ed è sulla base della sconfitta egiziana operata da Israele del 1967 che ha inizio una cascata di sentimenti diffusi di rivalsa nella religione islamica nonché di autopercezione e rabbia di inadeguatezza nel mondo arabo politico. Ponendo il problema definitorio di appartenenza come una ricerca incessante di rappresentanza politica della quale è l’Islam nelle sue molteplici declinazioni, la pietra fondativa.
Questo scarto politico-identitario fra islam e istituzioni di rappresentanza ha da un lato reso possibile la porosità di alcuni Stati al verticalismo capillare e violento del linguaggio d’espansione sciita della Repubblica Islamica. Quest’ultimo è sempre stato disposto a non far troppa differenza fra sunniti e sciiti, fatta salva la propria garanzia di una postura eccezionalmente solida di influenza regionale.
Secondo questa chiave interpretativa della “guerra dei sei giorni” il congelamento delle trattive sul destino dei popoli che abitavano la striscia di Gaza immediatamente successivo al conflitto e i neo-governi israeliani del partito del Likud, ha reso possibile l’isolamento della questione palestinese sulla scena internazionale come setting di parametro sostanziale nella definizione di genocidio contemporanea e nel risveglio della comunità internazionale auspicato da Antonio Cassese nel 2013. Il genocidio palestinese contemporaneo è altresì frutto di un confronto comune sulla questione palestinese fra gli stati arabi già a partire dagli anni 70’ che ne ha restituito una percezione di vergogna per la sconfitta del 1967 sedimentando già a partire dall’ epoca l’opposizione antisionista nel linguaggio estremista islamico smosso dalle influenze marxiste comunitariste.
Convenzionalmente dal Febbraio del 2026, lo sciitismo politico del regime iraniano si è confrontato per la prima volta dal 1979 con la dimensione cinetica contro il “grande satana” e un asset diplomatico occidentalista figlio della diplomazia e della visione post-bellica della “Guerra Fredda”.
Nonostante le resistenze iniziali dell’analisi politico-strategica occidentale, l’estremismo terrorista sunnita oltre confine è sicuramente la filiazione più drammatica della mancata correttezza di valutazione di intervento in Medio Oriente del quale i fallimenti dell’intervento in Afghanistan sono solo la testa dell’Iceberg. Ad oggi l’affaccio sulla scena internazionale dell’estremismo sciita istituzionalizzato con la Repubblica Islamica confronta direttamente l’Europa e l’America con la diaspora iraniana e le delicate definizioni di appartenenza della sua popolazione oltre-confine. La restituzione sul medio-lungo periodo in Occidente non si esclude possa esplicitare forme originali e originarie di estremismo terroristico oltre confine sullo stile delle formule sunnite fondamentaliste.
Una corretta visione preventiva di confronto con l’Iran dovrebbe in tal senso proiettare sul tessuto di funzionamento delle nostre economie e sistemi politici anche nuovi asset strategici di sicurezza che siano votati alla misurazione preventiva di questi possibili fenomeni in Europa. L’attacco militare alla base Raf di Fairford può essere letto in questo sintetico quadro di concause storico-politico per una narrazione di raccordo strategico orientato al decentramento.
Durante l’Assemblea generale dell’ONU svoltasi nelle scorse settimane di Settembre 2026, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha definito il popolo iraniano come “vittima del terrorismo” americano. Il carattere punitivo del regime contro i suoi stessi giovani che tentano di ribaltare l’appartenenza identitaria più nazionalizzata verso soluzioni di ancoraggio ad appartenenze culturali ed etniche preislamiche[13] è l’evidente risultato di una paranoica amministrazione repressiva contro una urgenza di rappresentanza che stringe le maglie del controllo di intelligence del regime oltre confine e potrebbe modularne soluzioni di cellule violentemente severe e ideologicamente legate al regime stesso fuori dai suoi confini, in territorio Europeo. Ecco perché oltre le differenziazioni ideologiche tra estremismo sunnita e sciita, la porosità politica dell’appartenenza arabo-islamica ha un suo ampio margine di manovrabilità da parte del regime iraniano per soluzioni possibili di terrorismo oltre confine che provengono da un mancato coordinamento operativo di intervento occidentale, conseguenze diplomatiche catastrofiche della guerra al “terrorismo” operata dall’ Occidente e da una esperienza storica marxista di estremismo sunnita.
[1] Si fa riferimento qui alla letteratura accademica decostruttivista dell’Orientalismo quale fenomeno di motore coloniale occidentale.
[2] Firmato dal principe ereditario Saudita Mohammed Bin Salman, dal Primo Ministro turco Recyyp Erdogan e dal Primo Ministro pakistano Shebaz Sharif è stato letto come la continuazione degli accordi bilaterali di difesa reciproca fra Arabia Saudita e Pakistan (SMDA) firmati a Ryad a Settembre del 2025.
[3] Tra le minacce più politicamente influenti operate dal Pakistan con l’accordo quelle di proiezione di forza sulla governance indiana, tesa a rafforzare alleanze occidentaliste anche in chiave filoisraeliana. Il Pakistan è oggi uno degli Stati asiatici che detiene la tecnologia nucleare senza un monitoraggio internazionale ufficiale.
[4] L’ Arabia Saudita ha in questi anni ottenuto il supporto alla logistica e all’addestramento dal Pakistan ma usa una tecnologia dei sistemi d’arma americana dalla quale la sua economia di guerra dipende per i finanziamenti. La Turchia opera secondo gli standard NATO anche per l’interoperabilità che potrebbe integrare l’IA nei circuiti di automazione mentre il Pakistan si avvale del supporto strategico e di rifornimento cinese.
[5] EUNAVFOR Aspides è la missione Europea di difesa a salvaguardia della sicurezza marittima e della libertà di navigazione nel Mar Rosso. Avviata con la risoluzione UN 2722 del Febbraio del 2024 è tornata nel dibattito politico nostrano dopo l’appello di Crosetto ad un contributo significativo di tutti i Paesi Europei dopo gli attacchi Houthi nelle città limitrofe dello stretto di Bab El- Mandeb e in territorio Saudita.
[6] Si fa qui riferimento all’ Asse della Resistenza. Una coalizione e alleanza strategica in chiave antisraeliana e antioccidentalista guidata e finanziata dal regime sciita di Teheran e che consta di diverse organizzazioni politiche islamiste in Medio Oriente, tra le quali Hezbollah in Libano, Hamas nella Striscia di Gaza, numerose milizie sciite in Iraq e la milizia yemenita dei ribelli Houthi.
[7] L’ attentato attribuito ad Al-Qaeda e alla sua guida Osama Bin Laden dell’11 Settembre 2001 alle Twin Towers di New York, simbolo del capitalismo finanziario occidentale nel modello americano.
[8] La Repubblica Araba Unita era una entità statuale nata da un accordo fra Egitto e Siria nel 22 Febbraio del 1958 per volontà del presidente egiziano Gamal el- Nasser. Il progetto vide la sua fine nel 1970 anche per il mancato ascolto delle istanze politiche dell’allora governo siriano.
[9] Organizzazione islamista transnazionale anticoloniale e antioccidentalista formatasi nel 1928 sulle sponde del Canale di Suez. Ha ideologicamente risolto l’influenza del comunitarismo di stampo marxista socialista con un riformismo di formula islamico-estremista che si avvaleva dello scontro armato con le sue milizie nei territori arabi tra Egitto e Siria.
[10] Così Amin Maalouf definisce la società araba tra Egitto, Libano e Siria nella commistione etnica basata sul pragmatismo relazionale e l’istintuale condivisione di vivacità culturale tra gli anni 40’ e gli anni 70’ che pose le basi per la teorizzazione del panarabismo operato dal presidente egiziano Nasser.
[11] La Guerra del 1967 ricordata anche come “guerra dei sei giorni” con Israele combattuta da Egitto, Giordania e Siria e conclusasi con l’operazione israeliana che sconfisse quasi del tutto l’aviazione nemica. Oltre ad essere all’ origine dell’occupazione territoriale della Striscia di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est all’ interno della questione palestinese, questa data rappresenta una congiuntura storica importante per il mondo arabo come ferita sempre aperta. Alcune zone come l’occupazione delle alture del Golan costituiscono tutt’oggi ragione di attrito diplomatico fra Israele e Siria.
[12] Si fa qui riferimento al sistema elettorale del confessionalismo politico del Libano che distribuisce quote elettorali equamente distribuite sulla base delle diverse appartenenze musulmane. Il sistema ha avuto la risultante apparentemente controintuitiva di aumentare la corruttibilità di queste appartenenze e modificare la loro gestione amministrativa reale di influenza sulle rispettive appartenenze.
[13] Il recupero di una appartenenza identitaria nazionalista e preislamica è uno dei caratteri fondativi dell’appoggio politico di soluzione neo-monarchica per l’Iran da parte degli iraniani della diaspora in Europa. Esso rivista e rilegge in chiave emblematica e in ragione dei “diritti per tutti i popoli” anche la narrazione storica propagandistica legata alla dinastia achemenide.
DELFINA ANGELONI
*immagine di copertina tratta da un archivio della rivista “LIFE” anni 50′-60′
