Quando il re cade: tra la retorica della fragilità e il mito del campione come «Categoria dello Spirito».
di MASSIMO COZZI ♦
Leggere le riflessioni di Stefano Cervarelli su Spazioliberoblog (Agorà Sportiva con il pezzo «E se viene a mancare il campione?») è sempre un esercizio stimolante, un viaggio dentro i meccanismi dello sport-spettacolo. L’autore parte da una premessa affascinante: cosa accade quando il dominatore designato esce di scena? Che si tratti della sfortunata caduta di Tadej Pogačar alla Vuelta, della clamorosa falsa partenza di Usain Bolt a Daegu, o del drammatico infortunio di Valentino Rossi al Mugello, la cronaca sportiva improvvisamente si ferma. Il risultato passa in secondo piano e a fare notizia non è più il trionfo e/o la vittoria, ma il vuoto, il dramma, l’imprevisto.
Fin qui la disamina di Cervarelli tocca corde note agli appassionati. Ma è nella chiusa del pezzo che l’impianto argomentativo scivola in un cortocircuito logico: l’autore sostiene che l’attenzione mediatica si infiamma perché il pubblico, i social e i media scoprono qualcosa che prima ignoravano, ovvero la fragilità del campione (portando l’esempio calzante di Simone Biles a Tokio 2020).
Se colleghiamo la chiusa dell’autore con l’impostazione generale dello sport- spettacolo moderno, dobbiamo, necessariamente, evidenziare un paradosso: il mito dell’indistruttibilità vs.la vulnerabilità.
Da un lato Cervarelli descrive campioni percepiti come immuni da sconfitte e cadute, il cui dominio rende la competizione quasi scontata per il primo posto (lasciando agli altri il podio degli umani); dall’altro, quando l’ingranaggio si rompe, l’autore esalta la scoperta della fragilità.
La domanda sorge spontanea: di quale sport stiamo parlando?
Se i media e lo show business vivono della serialità del risultato e della costruzione di un impero economico basato sul vincitore seriale, la fragilità non è una scoperta autentica, ma l’ennesimo colpo di scena spettacolarizzato.
Se il campione fosse, semplicemente, un ingranaggio intercambiabile a gettone, la sua assenza non lascerebbe tracce; se invece la fragilità viene mercificata dai media, il dramma umano diventa l’ennesimo format di consumo.
Se il campione è visto unicamente come il motore che calamita l’interesse (come dimostra il calo di pubblico citato per la Moto GP senza Valentino Rossi) la sua fragilità non nobilita lo sport, ma rischia di gettarlo, temporaneamente, nel caos o nell’apatia del pubblico, che perde i propri punti di riferimento.
Se la fragilità viene mercificata e inserita nei palinsesti tra uno spot e l’altro, non è una presa di coscienza: è un’ulteriore strategia per mantenere agganciato il pubblico, trasformando il dramma umano nell’ennesimo contenuto da scorrere sui feed.
Ridurre lo sport a una catena di montaggio che sforna campioni a gettone significa ignorare il patto fondamentale che lega l’atleta al tifoso: la condivisione di un percorso irripetibile, fatto di sudore, talento puro e un’autenticità che nessun algoritmo di marketing potrà mai replicare interamente.
Cervarelli giustamente nota che l’uscita di scena del favorito (la caduta di Pogačar, la falsa partenza di Bolt, l’infortunio di Rossi) calamita i riflettori più della vittoria stessa. Al riguardo dobbiamo, però, evidenziare due aspetti della questione, che meritano il dovuto approfondimento, da un lato la mercificazione del dolore: i social e i media non scoprono la fragilità per un moto di empatia culturale, ma perché il dramma fa notizia, genera interazioni e monetizza l’attenzione molto più di una vittoria annunciata; dall’altro la svalutazione del merito altrui. Come fa notare lo stesso Cervarelli parlando della Vuelta, chi vince, in assenza del dominatore, viene etichettato con la svalutazione implicita: «Sì, ha vinto, ma solo perché Tadej è caduto». Questo dimostra che lo sport-spettacolo non valorizza la polifonia o la fragilità umana, ma rimane ossessionato dal padrone del campo; quando questo manca, l’evento perde d’importanza agli occhi del pubblico.
La vera scoperta non è la fragilità del campione, quanto piuttosto l’interesse e la miopia dei media, dei social, del marketing, dello show business sportivo e di quanti continuano a raccontare lo sport come una merce, dimenticandosi che dietro ogni sportivo c’è sempre una storia umana.
La sponda del web: tra Sinner e la «Categoria dello Spirito».
A rendere ancora più interessante il dibattito ci ha pensato l’unico, acuto commento apparso sotto l’articolo, firmato da Maria Zeno. Quella che a un primo sguardo poteva sembrare una provocazione bislacca si rivela, a una attenta lettura, una riflessione lucidissima che sposa in pieno le premesse di Cervarelli.
La lettrice esordisce con un tempismo perfetto: «Eccomi sebbene in ritardo, come il campione che manca», agganciandosi subito al tema dell’assenza che scombina i piani e, poi, affonda il colpo chiamando in causa un nome: Sinner, simbolo del dominio contemporaneo, pur non essendo il tennis il suo sport del cuore.
Zeno si domanda: «Sinner? Meteora? Presenza stabile? Categoria immaginativa dello Spirito? Che ne sarà? Ce lo siamo inventati o esiste?».
Lungi dal dubitare dell’esistenza fisica dell’atleta di San Candido, questo interrogativo centra esattamente il punto focale dello sport spettacolo: il dominatore assoluto cessa di essere un semplice atleta in carne e ossa e si trasforma in un’entità mitologica, in una proiezione dell’immaginario collettivo.
Nello sport-spettacolo descritto da Cervarelli, i campioni assoluti (specialmente quando dominano in maniera totalizzante) smettono di essere considerati semplici atleti in carne e ossa e vengono trasfigurati dai media, dai social e dal pubblico in idee, in entità mitologiche, in simboli astratti, quasi intoccabili.
Quando il mito incontra la carne.
La riflessione del commento si fonde perfettamente con la conclusione di Cervarelli sulla fragilità. Quando campioni percepiti come intoccabili – elevati quasi a categorie dello Spirito – subiscono una battuta d’arresto, un blocco o una crisi, l’illusione si rompe.
La domanda «Ce lo siamo inventati o esiste?» è, in realtà, la chiave di volta per capire perché la caduta di un idolo faccia così tanto rumore. Il pubblico e i media non scoprono semplicemente che un atleta può perdere, scoprono che l’immaginario collettivo aveva spogliato il campione della sua umanità, trasformandolo in un’idea perfetta. E quando l’idea inciampa nella fragilità della carne, lo sport smette di essere un algoritmo di risultati e torna ad essere, nel bene e nel male, profondamente umano.
MASSIMO COZZI
