“AGORA’ SPORTIVA” A CURA DI STEFANO CERVARELLI – E se viene a mancare il campione?…
di STEFANO CERVARELLI ♦
Ci sono momenti nello sport in cui l’attenzione improvvisamente viene distolta dall’esito del risultato finale, momenti che innescano una singolare dinamica, momenti in cui la notizia dell’abbandono dal campo di gara fa più notizia, più rumore della vittoria stessa.
In quei frangenti la cronaca sportiva smette di essere una questione di numeri, una questione tecnica, per raccontare un vero dramma, sportivo, personale e umano
E’ il momento esatto in cui l’atleta assoluto, il campione, il presunto dominatore dell’evento esce di scena; quando questo accade la notizia più importante non è più l’evento in sé o la vittoria di chi subentra, tutti cadiamo sgomenti nel vuoto generato da quell’assenza.
Recentemente si è disputato il mondiale di ciclismo su strada.
A questa, che è la più importante gara per un ciclista, mancava lui, il campione assoluto, quello che sarebbe stato il dominatore designato dell’avvenimento, quello che avrebbe reso la corsa interessante soltanto per vedere chi sarebbe arrivato secondo.
Il dramma della sua uscita si è consumato durante la recente Vuelta (Giro di Spagna per i non addetti ai lavori). Eravamo arrivati all’ottava tappa e fino a quel momento Tadej Pogacar, non stava semplicemente pedalando, stava monopolizzando la corsa imponendo, come altre volte, un predominio che rendeva la maglia rossa (segno del comando) una destinazione scontata, perché, cari amici, dove vi era Pogacar si correva per il secondo posto, vale a dire il primo tra gli “umani”.
Improvvisamente il dramma, il momento in cui della corsa non importa più a nessuno.
Un sasso cambia il destino.
Un sasso che si trovava a lato della carreggiata provoca la caduta dello sloveno, la frattura della clavicola con il conseguente ritiro. In quel momento si ha l’esatta percezione che al mondiale mancherà il predestinato dominatore, allora più nessuno s’interessa della Vuelta, più a nessuno interessa chi sarà il vincitore; l’interesse per la corsa subisce un crollo verticale.
Le telecamere hanno per lunghi minuti ignorato lo svolgersi della corsa per concentrarsi sull’atleta che si credeva immune da sconfitte e cadute.
Stranamente, oltretutto, nel gruppo regnava lo scoramento, mancava il punto di riferimento, quello sul quale molti corridori avevano impostato, magari con poche speranze, la loro corsa.
Ora che fare? Si chiedevano i corridori, specialmente gli outsider, che fare? Attaccare? Correre sulla difensiva? I direttori sportivi, all’interno delle loro macchine, si vedevano costretti a ridisegnare il piano tattico; se prima si correva per il secondo posto adesso bisognava valutare la possibilità di vittoria. Intanto i chilometri passavano rapidamente.
Ma tutto questo ai media, al pubblico, importava poco, come puoi pensare alla classifica generale della Vuelta quando al mondiale mancherà Tadej Pogacar? Chiunque arriverà in maglia rossa a Granada sarà immancabilmente destinatario della frase: “Sì, ha vinto, ma solo perché Tadej è caduto”.
Una vittoria a tutti gli effetti, ma percepita dal pubblico come meno autorevole perché ottenuta approfittando dell’assenza del grande favorito.
Nel passato abbiamo assisto ad analoghi episodi ossia di sicuri candidati alla vittoria che per motivi vari, non hanno potuto poi partecipare alla competizione oppure da questa costretti al ritiro. Naturalmente anche qui l’uscita di scena del grande favorito ha attirato l’attenzione molto al disopra di quella riservata alla gara in atto, proprio mentre questa si rivelava più avvincente e indecisa sulla vittoria finale.
Nel 2011, ai mondiali di atletica leggera svoltesi a Daegu, tutto il mondo era in attesa dell’ennesima e scontata vittoria di Usain Bolt nella regina delle gare, i cento metri.
Bolt si era sistemato sui blocchi al centro delle corsie, quella destinata al più veloce, invece… Invece il giamaicano incappava sorprendentemente in una falsa partenza e quindi veniva squalificato.
A pochi istanti dal via la gara più attesa dei mondiali perdeva il suo dominatore assoluto.
Le telecamere dividevano gli attimi precedenti la nuova partenza ora mostrando al mondo il volto incredulo di Bolt, le sue gesta di disperazione, ora inquadrando altri atleti già nuovamente sistemati sui blocchi: chi avrebbe vinto?
La domanda esplodeva nello stadio al pari se non più del colpo di pistola dello start.
Mugello 2010, gran premio motociclistico d’Italia.
Valentino Rossi, favorito d’obbligo anche lui, è in pista per le prove libere. Una scivolata della ruota, uno scodinzolamento della moto e Valentino si ritrova in terra: tibia e perone fratturati.
Sugli spalti del circuito cala un silenzio di piombo; nessuno sembra credere all’evidenza eppure è così, nella più semplice di una prova, quella senza avversari, senza nessuno che ti taglia improvvisamente la strada, la moto lo tradisce e il favoritissimo esce di scena. Il gran premio sarà vinto da Pedrosa, mentre il campionato andrà a Jorge Lorenzo.
L’attenzione però nel resto della stagione rimane concentrata sulle condizioni di Valentino Rossi, e molto seguiti erano i bollettini medici.
L’assenza del nostro campione dai circuiti provocò una flessione di pubblico e di attenzione verso il “circo” motociclistico, a dimostrazione che, in quel momento, la moto GP non fosse una competizione tra piloti, ma il palcoscenico di un unico protagonista del quale la vittoria sembrava essere la cosa più facile di questo mondo.
La caduta di un grande campione può anche causare un notevole impatto sociale.
E qui torno a giorni più vicini, precisamente alle olimpiadi di Tokio del 2020.
La ginnasta statunitense Simone Biles, si ritirò da alcune gare a causa di una condizione psicologica che le faceva perdere l’orientamento durante gli esercizi.
Biles non ebbe remore a parlare apertamente del suo disturbo aggiungendo che sentiva il dovere e la necessità di proteggere, per prima cosa, il proprio benessere emotivo.
Anche qui la vittoria finale della competizione passò in secondo piano, nonostante a vincere sia stata la squadra russa che riuscì a conquistare l’oro nel concorso a squadre, proprio grazie all’assenza della Biles, ma la sconfitta del team statunitense passò in secondo piano.
Nonostante, infatti, si fosse in un momento d’importante e intensa cronaca sportiva come le olimpiadi, l’attenzione generale si trasferì dalle prestazioni sportive al problema del benessere psicologico degli atleti e il ritiro di Simone Biles divenne un importante tema culturale dal titolo: fino a che punto la prestazione prevale sulla salute?
Termino riprendendo il motivo che mi ha spinto a scrivere questo articolo: ossia l’assenza improvvisa del favoritissimo dalla competizione.
Quando l’improvvisa assenza del predestinato alla vittoria, diventa l’episodio centrale, più attrattivo, l’essenza, direi, di quel momento sportivo, è questa a fare storia non la vittoria.
E’ la caduta, il ritiro, l’imprevisto a riscrivere la storia; l’assenza del favoritissimo, la sua “non” vittoria genera un’attenzione mediatica spesso superiore a quella riservata al trionfo di chiunque altro.
Tutto questo, a parer mio, accade anche per un altro motivo: il pubblico, i media, i social, o chi altro volete voi, scopre qualcosa che magari prima non sospettava: la fragilità del campione, una scoperta più importate, più avvincente del racconto di una vittoria.
STEFANO CERVARELLI
