La violenza è sempre violenza. Possiamo decidere insieme di prevenirne una forma?
di VALENTINA DI GENNARO ♦
La violenza di genere è una delle forme attraverso cui la violenza si manifesta nelle nostre società. Ogni atto violento, contro chiunque sia diretto, richiede condanna, tutela delle vittime e una risposta adeguata da parte delle istituzioni. Sul piano dell’analisi, però, condannare ogni violenza con la stessa fermezza non significa rinunciare a distinguerne cause, dinamiche e contesti.
Quando parliamo di violenza di genere ci riferiamo a un fenomeno preciso. Parliamo di una violenza che trova il proprio terreno in una cultura, che assume carattere sistemico e che si alimenta di rapporti di potere storicamente diseguali, di stereotipi, di aspettative sociali legate ai ruoli di genere e di un’idea del possesso e del controllo sul corpo, sulle scelte e sulla libertà delle donne.
Questa distinzione non nasce dall’esigenza di stabilire una gerarchia tra vittime o tra sofferenze. Serve a comprendere il fenomeno sul quale si vuole intervenire. Le categorie con cui descriviamo la realtà hanno infatti conseguenze concrete: orientano le politiche pubbliche, la prevenzione, la formazione degli operatori, il lavoro dei centri antiviolenza, la lettura giudiziaria dei fatti e il modo in cui l’informazione li restituisce alla società.
Riconoscere la matrice culturale della violenza di genere significa individuare ciò che rende episodi apparentemente separati parte di uno stesso quadro. È attraverso questa capacità di riconoscimento che diventa possibile intervenire prima che la violenza raggiunga le sue forme più estreme.
Negli anni abbiamo imparato a conoscere molte delle sue dinamiche. Esistono comportamenti ricorrenti, modalità di controllo, narrazioni e codici che ritornano. Il controllo del telefono, degli spostamenti e delle relazioni; l’isolamento progressivo; la gelosia raccontata come prova d’amore; la delegittimazione della donna; la difficoltà ad accettarne la separazione o l’autonomia. Esiste poi un linguaggio pubblico che per molto tempo ha attenuato la responsabilità dell’autore attraverso formule come “raptus”, “delitto passionale”, “troppo amore”, trasformando il possesso in sentimento e la violenza in perdita improvvisa di controllo.
Anche per questo abbiamo imparato quanto sia necessario usare le parole con attenzione. Il modo in cui un fatto viene raccontato contribuisce alla sua comprensione sociale.
Lo stesso rigore dovrebbe impedirci di trasferire automaticamente i codici interpretativi della violenza di genere a qualunque episodio violento nel quale la vittima sia una donna. Oppure al contrario credere che si minimizzi altri tipi di criminalità. Il sesso della vittima, considerato da solo, non consente di ricostruire la natura dell’atto, il suo movente o il contesto nel quale è maturato.
Questo punto diventa particolarmente evidente quando utilizziamo la parola “femminicidio”.
Nel dibattito pubblico il termine viene talvolta impiegato come sinonimo di “omicidio di una donna”. È un uso che rischia di cancellare proprio la specificità per la quale quella categoria è stata elaborata. Il concetto di femminicidio serve infatti a interrogare la relazione tra l’uccisione di una donna e la sua condizione di genere: il possesso, il controllo, il rifiuto dell’autonomia femminile, la volontà di punire una scelta di libertà o l’uscita da una relazione possono essere elementi decisivi per comprenderne la matrice.
Una donna può essere vittima di un omicidio per ragioni che nulla hanno a che vedere con il genere. Può essere uccisa nel corso di una rapina, di una vicenda criminale, di una lite nata per altre ragioni o in circostanze nelle quali il fatto di essere donna non costituisce l’elemento che spiega la violenza. La gravità dell’omicidio rimane intatta. Rimangono intatti il dolore, la responsabilità di chi lo ha commesso e il dovere di giustizia. Cambia la categoria attraverso la quale quel fatto viene analizzato.
Distinguere, quindi, è necessario proprio per evitare che una categoria costruita per rendere visibile un fenomeno sistemico perda progressivamente capacità esplicativa. O venga usata come termine di paragone negativo.
Esiste anche un problema politico. Se definiamo ogni violenza subita da una donna come violenza di genere, rendiamo più difficile individuare ciò che nella violenza di genere è strutturale e quindi suscettibile di prevenzione attraverso politiche specifiche. Su una struttura culturale si può intervenire: attraverso l’educazione, la formazione, i servizi, l’autonomia economica, la rete territoriale, la capacità delle istituzioni di intercettare i segnali di rischio. L’episodio occasionale e imprevedibile pone problemi diversi e richiede strumenti diversi.
Le cronache italiane di questa estate hanno riportato numerosi casi nei quali l’autodeterminazione femminile appare al centro della dinamica violenta: donne che avevano lasciato un uomo o volevano farlo, donne che avevano scelto un’altra vita, donne la cui libertà non veniva accettata. È in questa relazione tra libertà femminile e volontà di controllo che la categoria della violenza di genere acquista il proprio senso.
Anche l’espressione “relazione tossica”, ormai molto diffusa, merita cautela. Una relazione conflittuale e una relazione violenta non coincidono. La violenza implica spesso una disparità di potere, forme di controllo e coercizione che possono assumere carattere psicologico, economico o fisico. Chiamare tutto “tossico” rischia di rendere indistinguibili situazioni molto differenti e, ancora una volta, di indebolire le parole che dovrebbero aiutarci a riconoscerle.
La precisione linguistica ha dunque una funzione pubblica. Chiamare correttamente un fenomeno permette di produrre dati attendibili, individuare fattori di rischio, costruire strumenti di prevenzione e valutare l’efficacia delle politiche adottate. Una categoria che finisce per comprendere qualsiasi episodio perde inevitabilmente una parte della propria utilità analitica.
Civitavecchia, nelle ultime settimane, ha assistito a episodi di violenza e a vicende legate a condizioni di marginalità che hanno avuto conseguenze gravissime, in alcuni casi luttuose. Sono fatti che interrogano la città e le istituzioni. Meritano attenzione, rispetto per le vittime, accertamento rigoroso delle responsabilità e risposte pubbliche adeguate.
Proprio la loro gravità impone di evitare sovrapposizioni inutili delle vittime o alla loro classe o genere. Leggere automaticamente ogni violenza contro una donna attraverso la categoria della violenza di genere può apparire, nell’immediatezza, una forma di maggiore attenzione verso la vittima. Può invece produrre l’effetto opposto: confondere fenomeni differenti e utilizzare una tragedia per confermare una lettura già decisa prima ancora di averne compreso le circostanze. Così come al contrario. La violenza è sempre violenza e tale da condannare. Senza sminuire e puntualizzare l’ovvio.
Questo non rende una vittima meno vittima. Non rende una morte meno intollerabile. Non sottrae nulla alla solidarietà dovuta alle donne colpite e alle loro famiglie.
Chiede soltanto rigore.
La lotta alla violenza di genere ha avuto bisogno di decenni per costruire un lessico capace di nominare ciò che per molto tempo era stato confinato nella dimensione privata: il controllo, la coercizione, la violenza domestica, lo stalking, la punizione dell’autodeterminazione femminile. Quel lessico va utilizzato con precisione, perché dietro ogni parola ci sono fenomeni differenti e, di conseguenza, differenti possibilità di intervento.
Confondere i piani non aiuta le donne. E non aiuta neppure a comprendere le altre forme di violenza che attraversano una città: la marginalità sociale, la criminalità, i conflitti interpersonali, il disagio che esplode in forme imprevedibili. Anche queste realtà hanno bisogno di essere osservate per quello che sono e affrontate con strumenti adeguati.
C’è infine un limite che riguarda il discorso pubblico. Il dolore delle vittime e delle loro famiglie non dovrebbe diventare il terreno sul quale misurare chi possiede maggiore sensibilità o maggiore diritto alla parola. La sofferenza non è un argomento da utilizzare contro qualcuno.
E sul fatto di non vedere qualcuno tornare a casa, nessuno può darmi lezioni.
VALENTINA DI GENNARO

Il linguaggio non è mai neutro. Questo Valentina ci dice. Ma la comunicazione ha le sue leggi e molte volte non può ricorre a sottigliezze. La conseguenza è che non riusciamo nell’intento di prevenire i fenomeni mescolando gli atti contro il genere con atti di natura diversa. Ma è l’ultimo concetto quello più tremendo: il non rispetto per il dolore dei superstiti. La dura legge comunicativa in questo caso divora ogni possibile limite pur di far cronaca. Valentina ci sottolinea questa tendenza che ha solo lo scopo orrido di soddisfare la “golosità della curiosità morbosa”.
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