L’oasi
di LUCIA SCAGGIANTE ♦
Alla memoria di Roberto, architetto e amico, e di Rita, sua sposa
Se amore guarda suona il titolo di un prezioso e appassionato libretto di Tomaso Montanari, un titolo che sembra sciogliersi come un canto ma non è preso dall’opera lirica: sono parole di Carlo Levi. Carlo Levi sapeva bene cos’è un altrove, non solo un luogo, ma una dimensione che assume in sé anche un tempo diverso, lui che, uomo moderno e cosmopolita, al confino in Lucania si era trovato immerso in un mondo non solo geograficamente remoto, ma di fatto appartenente a un’altra epoca, e aveva imparato a osservarlo e a cercare di comprenderlo. Al suo occhio di artista, alla sua penna di scrittore nel 1960 fu affidato il compito di commentare gli scatti di un fotografo ungherese in viaggio lungo la penisola, e ne nacque Un volto che ci somiglia. Ritratto dell’Italia. Montanari entra in dialogo con questo scritto, che considera “la meditazione sul patrimonio culturale forse più profonda del Novecento italiano”, e ne raccoglie il testimone. Riflette sull’importanza dello sguardo che, liberandosi dal fluire del presente, si posa sui beni culturali – ciascuno, in qualche modo, un “altrove” rispetto a noi – e li indaga nella loro unicità umile o grandiosa fino a “metterci in contatto con ciò che ci avvince alla vita e le dà un senso”. La condizione è che sia uno sguardo d’amore.
La chiesa di San Giovanni Battista, conosciuta come la Chiesa dell’Autostrada, è stata costruita fra gli svincoli dell’Autostrada del Sole in prossimità di Firenze nei primi anni Sessanta, anni generosi di creatività e di fermenti. Giovanni Michelucci, il suo architetto, volle che assomigliasse a una tenda sorretta da bastoni, un luogo provvisorio fatto per accogliere un’umanità in transito, come poteva essere chi percorreva la moderna rete viaria, ma come lo è sempre chi passa su questa terra. Anche se è la mia meta, e con un moto di gioia la riconosco, ci arrivo un poco spaesata: non so bene dove andare, perché non è solo una tenda, è un’oasi, e nel grande prato costellato di alberi si aprono diversi punti di accesso ai pieni e ai vuoti di un labirinto che, però, irresistibilmente chiama. Così, sarà il caso o una regia sapiente e misteriosa, mi inoltro nel passaggio più appartato, e all’improvviso mi trovo davanti proprio il blocco di marmo e pietra spezzata che ricorda coloro a cui è dedicata la chiesa, i lavoratori caduti durante la costruzione dell’autostrada. Centosessantaquattro vite.
Dopo, c’è un corridoio lunghissimo, quello che nelle chiese antiche sarebbe stato il nartece. Vi si allineano enormi altorilievi di bronzo realizzati da Emilio Greco e Venanzo Crocetti, con le storie dei dieci santi patroni delle dieci città per cui passa l’Autostrada del Sole. Siamo esattamente a metà fra la Milano di Sant’Ambrogio e la Napoli di San Gennaro, e questa è come una mappa che le congiunge tutte per i nostri occhi e le avvicina per i nostri passi. Camminare è più lieve se qualcuno intanto racconta storie, e l’ultimo abbraccio di Crisanto e Daria, gli sposi patroni di Reggio Emilia che insieme vanno al martirio, mi pare struggente.
E poi, la meraviglia. Perché appena girato l’angolo, si apre uno spazio che non avevo mai visto prima, così lungo che mi toglie l’orientamento, e mi occorre del tempo per capire che l’aula maggiore è, sì, a pianta di croce, ma una croce che contro ogni convenzione si dilata in orizzontale, coi transetti che ne allargano ulteriormente il respiro, e dunque non ci sono posti d’onore e, relegati in fondo, ultimi posti: chi entra qui, attraverso il linguaggio delle forme è sciolto da ogni gerarchia, come se il sogno dell’uguaglianza umana fosse portato al cospetto di Dio. Fra una selva di pilastri asimmetrici scende dolcemente la volta, anche questa rovesciata contrariamente agli schemi, perché deve raffigurare dall’interno, rigonfio di vento, il telo della tenda cui la chiesa si ispira. Penso ai complicatissimi calcoli che avrà richiesto per la statica il peso immane del cemento armato.
Quando la chiesa è stata inaugurata ero una bambina, e mi sarei sfrenata felice in mezzo agli ulivi che ariosamente le crescono attorno. Adesso mi raccolgo su uno dei tanti sedili di pietra che offrono ciascuno una prospettiva diversa, una curva inaspettata, il verderame della vela appuntita che si specchia nel verde argento degli ulivi, il bagliore del vetro e la quiete opaca del sasso, e mi tornano in mente le parole di Vitruvio, che l’architetto deve sapere di disegno, di geometria e di calcolo, ma anche di medicina e di filosofia, le discipline che sovraintendono al corpo e allo spirito. Che cercano risposte ai loro bisogni. È un pensiero che mi raggiunge come una carezza. Perfino di astronomia ha da intendersi l’architetto. Deve essere bellissimo guardare il cielo stellato da quaggiù, seduti sulla pietra.
LUCIA SCAGGIANTE
