150 anni tra emigrazione ed immigrazione in Italia
di GIORGIO GARGIULLO ♦
Lo scorso 8 agosto si è commemorato il settantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle, in Belgio, dove, per un incidente avvenuto nella miniera di carbone del Bois du Cazier che provocò un incendio e la diffusione di fumo e gas nei cunicoli, morirono 262 operai di cui 136 italiani. Molti di loro erano emigrati in Belgio nel secondo dopoguerra, anche nell’ambito dell’accordo sottoscritto nel 1946 tra Italia e Belgio, che prevedeva l’invio di lavoratori italiani nelle miniere belghe in cambio di forniture di carbone.
La commemorazione di quella tragedia è importante per noi italiani non soltanto per il rispetto e la pietà verso le vittime, ma anche perché ci ricorda che, per circa un secolo, siamo stati un grande paese di emigrazione: milioni di italiani hanno lasciato il proprio territorio, diventando immigrati in numerose parti del mondo.
L’emigrazione italiana come fenomeno di massa ebbe inizio negli anni successivi all’Unità ed è, in forme diverse, ancora in corso. È possibile distinguerne quattro fasi principali. La prima, compresa indicativamente tra il 1876 e la prima guerra mondiale, è nota come “grande emigrazione”. Seguì una fase di rallentamento e trasformazione dei flussi tra le due guerre mondiali. La terza fase si sviluppò dal secondo dopoguerra fino agli anni Settanta del Novecento e fu caratterizzata soprattutto dall’emigrazione verso altri paesi europei. Infine, dalla fine degli anni Novanta e soprattutto dai primi anni Duemila, si è assistito a una nuova crescita degli espatri. Sebbene numericamente meno consistente rispetto alle grandi migrazioni del passato, questa nuova fase ha interessato soprattutto i giovani e persone con un elevato livello di istruzione, alimentando il dibattito sulla cosiddetta “fuga dei cervelli”.
Durante la “grande emigrazione”, in quasi 40 anni, furono registrati circa 14 milioni di espatri dall’Italia. Non si trattò necessariamente di altrettante persone, poiché una stessa persona poteva partire più volte. Il massimo storico fu raggiunto nel 1913, con 873.000 espatri in un solo anno. Le principali destinazioni furono gli Stati Uniti, l’Argentina e il Brasile, oltre a diversi paesi europei, tra cui Francia, Svizzera e Germania. Nei primi 20 anni del Novecento furono registrati circa 4 milioni di espatri verso gli USA, per il Brasile e l’Argentina rispettivamente 420.000 e 1.100.000, 1.200.000 verso la Francia, 800.000 in Germania, oltre un milione verso la Svizzera[1].
Tra le principali cause dell’esodo vi furono la povertà, la scarsità di lavoro e di terra, i bassi salari e le profonde disuguaglianze territoriali che caratterizzavano l’Italia. Milioni di italiani raggiunsero le Americhe, spesso affrontando viaggi molto difficili e condizioni di vita e di lavoro particolarmente dure. Non è tuttavia corretto considerarli genericamente immigrati “clandestini”, poiché, prima dell’introduzione delle quote nazionali, l’ingresso degli europei negli Stati Uniti non era sottoposto alle limitazioni numeriche che sarebbero state introdotte negli anni Venti.
Nel 1921 gli USA approvarono l’Emergency Quota Act, che introdusse quote annuali di ingresso basate sulla nazionalità degli immigrati. Le restrizioni furono ulteriormente irrigidite dall’Immigration Act del 1924, che penalizzò in particolare l’immigrazione proveniente dall’Europa meridionale e orientale. Gli italiani furono frequentemente oggetto di pregiudizi, stereotipi, discriminazioni e, in alcuni casi, vere e proprie violenze. Venivano spesso rappresentati come poveri, poco istruiti, inclini alla criminalità e difficilmente assimilabili nella società statunitense. È bene ricordare che l’atteggiamento degli americani nei confronti degli italiani spesso fu brutale. I giornali parlarono di “immigranti indesiderati”; il The New York Times definì gli italiani “feccia sporca, sventurata, pigra, criminali dei bassifondi italiani”. Le dimensioni della presenza italiana negli Stati Uniti furono tali che, per molto tempo, New York venne informalmente descritta come una delle più grandi “città italiane” del mondo.
Una parte degli emigrati si stabilì definitivamente nei paesi di destinazione, mentre altri fecero ritorno in Italia dopo alcuni anni o alternarono più partenze e rientri. La migrazione verso l’America meridionale ebbe una componente temporanea e circolare particolarmente rilevante, ma anche dagli Stati Uniti si registrarono numerosi rimpatri. Molti emigrati lasciavano in Italia una parte della famiglia, alla quale inviavano una quota dei propri guadagni. Per molti anni, le rimesse degli emigrati rappresentarono un’importante fonte di valuta estera e contribuirono significativamente all’equilibrio della bilancia dei pagamenti italiana. Tra gli anni Venti e gli anni Quaranta il flusso emigratorio diminuì sensibilmente. Ciò dipese dalle restrizioni introdotte dai paesi di destinazione, dalla crisi economica internazionale, dalle guerre e dalla politica del regime fascista, che, soprattutto per ragioni demografiche e di prestigio nazionale, ostacolò fortemente l’emigrazione permanente. Nonostante ciò, tra il 1921 e il 1940 furono registrati circa 3,5 milioni di espatri[2].
Una nuova fase dell’emigrazione italiana ebbe inizio negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale e si attenuò progressivamente nel corso degli anni Settanta. È spesso definita “emigrazione europea”, perché la maggior parte delle partenze fu diretta verso altri paesi europei tra cui Germania federale, Francia, Svizzera, Belgio e Regno Unito. Rimasero comunque importanti anche alcune destinazioni extraeuropee, tra cui USA, Canada, Argentina e Australia.
Tra il 1946 e il 1976 furono registrati circa 2,3 milioni di espatri verso la Svizzera, 1,1 milioni verso la Germania federale e poco più di un milione verso la Francia. Nello stesso periodo, gli espatri verso gli Stati Uniti furono circa 488.000 e quelli verso l’Argentina circa 500.000. Si trattava spesso di migrazioni temporanee o circolari: molti lavoratori partirono e tornarono più volte e una parte consistente fece successivamente ritorno in Italia.
A partire dalla fine degli anni Novanta, e in misura più evidente dai primi anni Duemila, gli espatri dall’Italia hanno ripreso ad aumentare. La crescita è diventata particolarmente marcata dopo la crisi economica del 2008. Questa nuova emigrazione interessa una popolazione eterogenea: non soltanto giovani laureati e lavoratori altamente qualificati, ma anche persone con livelli di istruzione e qualifiche professionali differenti. Tra le principali motivazioni vi sono la ricerca di migliori opportunità lavorative e professionali, salari più elevati, maggiori possibilità di carriera e, in alcuni casi, migliori condizioni di vita. Le principali destinazioni sono altri paesi europei, tra cui Germania, Francia, Regno Unito, Svizzera e Spagna. Una particolare fonte di preoccupazione è rappresentata dall’espatrio di giovani laureati e lavoratori altamente qualificati, fenomeno comunemente definito “fuga dei cervelli”, per le possibili conseguenze sul capitale umano e sulle prospettive di sviluppo del paese. Il numero di cittadini italiani iscritti all’AIRE –Anagrafe degli italiani residenti all’estero- è cresciuto considerevolmente dall’inizio del XXI secolo, arrivando a sfiorare i sei milioni nel 2022[3]. Dati che fanno riflettere circa le prospettive e le tendenze del nostro paese.
Occorre infine soffermarsi sui processi immigratori che, ormai da diversi decenni, interessano l’Italia. All’inizio del 2025 risiedevano nel paese circa 5,4 milioni di cittadini stranieri, pari a poco più del 9% della popolazione residente. La comunità straniera più numerosa è quella rumena – sono circa 1.200.000 -, seguita dalle comunità albanese (circa 500.000), marocchina (circa 400.000), ucraina (circa 240.000, di cui circa 160.000 per la guerra ancora in corso), cinese. A queste si aggiungono numerose collettività provenienti dall’Africa centrosettentrionale e dall’America centro-meridionale.
La gestione dei flussi migratori è complessa. È difficile affrontare la condizione di migliaia di persone prive di un regolare titolo di soggiorno, così come risultano complessi e onerosi i rimpatri di coloro che non hanno diritto a rimanere nel paese. Qualunque soluzione dovrebbe tuttavia tener conto del fatto che si tratta di esseri umani e non di numeri, di uomini e donne titolari di diritti riconosciuti dalle leggi nazionali e dai trattati internazionali, la cui dignità deve essere sempre tutelata. Purtroppo, questa attenzione alla persona non emerge sempre nelle intenzioni, nelle decisioni e negli atti di coloro ai quali spetta tale responsabilità.
Da qualche tempo, è entrato nel dibattito pubblico il termine “remigrazione”. Con questa espressione si fa generalmente riferimento a politiche di rimpatrio o espulsione su vasta scala. Nelle formulazioni più radicali, tali politiche potrebbero coinvolgere non soltanto persone in condizione irregolare, ma anche immigrati regolarmente residenti o naturalizzati. Si tratta di proposte che sollevano seri interrogativi sul rispetto dei diritti fondamentali e sul rischio di espulsioni collettive. Alcune di queste proposte hanno suscitato paragoni con precedenti storici di deportazione forzata. È stato richiamato, tra gli altri, il cosiddetto “piano Madagascar”, elaborato dal regime nazista nel 1940 e finalizzato alla deportazione degli ebrei europei. Poi vennero i campi di sterminio.
Un’ultima riflessione riguarda quanto avvenuto alla fine di luglio nell’enclave spagnola di Ceuta, situata geograficamente in Africa ma appartenente politicamente alla Spagna e all’Unione europea. In poche ore decine di migliaia di persone, in larga maggioranza provenienti dal Marocco, anche qui spinti dalla disperazione e con l’obiettivo di arrivare in Spagna e quindi in Europa, hanno attraversato o tentato di attraversare il confine. Le stime successive hanno indicato oltre 70.000 ingressi e almeno 90 vittime, morte per annegamento o nella calca. In pochi giorni, la maggior parte delle persone è successivamente tornata o è stata ricondotta in Marocco, ma diverse migliaia sono rimaste a Ceuta in condizioni estremamente precarie. Tutto ciò ha creato grande preoccupazione in Spagna; in Italia, si è registrato un allarme sproporzionato alla realtà dei fatti. La sospensione del trattato di Schengen tra Italia e Spagna risponde ad una logica politica interna al nostro paese piuttosto che ad un atto utile per fronteggiare una crisi immigratoria che comunque non c’è stata. Fa riflettere che il dibattito europeo si sia concentrato soprattutto sulle conseguenze politiche e sulla gestione delle frontiere, riservando minore attenzione alle oltre 90 persone morte per annegamento o nella calca durante i tentativi di attraversamento. Quanto avvenuto a Marcinelle, a Ceuta e lungo le rotte del Mediterraneo riguarda contesti storici e fenomeni profondamente diversi, accomunati tuttavia dalla ricerca di migliori condizioni di vita e, spesso, dalla necessità di sfuggire alla povertà, alla mancanza di opportunità, alle persecuzioni, alle guerre o agli effetti delle crisi ambientali.
Le migrazioni contemporanee non possono essere ricondotte a un’unica causa. Dipendono dalle disuguaglianze economiche tra paesi, dalla domanda di lavoro, dalle reti familiari e migratorie, dalle aspirazioni individuali, dai conflitti, dall’instabilità politica e, in alcuni contesti, dalle conseguenze del cambiamento climatico e del passato coloniale. Rappresentare questi movimenti come un progetto unitario di invasione o di “islamizzazione” dell’Italia non trova riscontro nella pluralità delle motivazioni e delle storie delle persone coinvolte.
Molte persone attraversano irregolarmente le frontiere europee perché non dispongono di canali legali e sicuri per raggiungere l’Europa. La gestione delle migrazioni richiede regole e responsabilità, ma anche la tutela dei diritti fondamentali e della dignità umana. Come ha più volte ricordato Papa Leone XIV nei suoi interventi sui migranti, l’accoglienza e l’incontro devono contribuire a rendere il viaggio e la vita più umani per tutti.
GIORGIO GARGIULLO
[1] L’esatta quantificazione degli espatri verso ciascun paese varia a seconda del periodo e della fonte statistica considerati; si tratta pertanto di stime senza la pretesa di fare confronti.
[2] Anche in questo caso, il dato si riferisce al numero complessivo degli espatri e non necessariamente ad altrettante persone distinte.
[3] L’aumento degli iscritti all’AIRE segnala comunque la crescente consistenza delle comunità italiane all’estero, ma non consente, da solo, di misurare l’intensità dell’emigrazione recente.
