I RACCONTI BREVI DI ANDREA BARBARANELLI – Cantami, o Musa…
di ANDREA BARBARANELLI ♦
Una quarantina di anni fa – disse ad alta voce il vecchio professore, benché fosse solo, seguendo il noto modello del vedovo che parla ad alta voce con sé stesso, aggirandosi per le stanze di una casa diventata troppo grande -, una quarantina di anni fa scrissi, non so più come e perché, alcuni pochi versi in cui evocavo un qualcosa di enorme e misterioso. Me li ricordo ancora, come se li avessi appena scritti: “Mille miliardi di sogni formano un incubo onnipotente”. A dire il vero, non sono più tanto sicuro del numero preciso, ma certamente intendevo la somma di tutti i sogni sognati da tutti gli esseri umani, una somma ovviamente innumerabile. Questa massa immensa e potente di sogni dovrà pure condensarsi da qualche parte, pensavo, mentre li scrivevo, e restare lì, al di sopra di noi, sovrastandoci. Dovrà pure continuare a operare in qualche modo, questo incubo onnipotente. Come operano i miti, pensai. Sì, era questa l’idea. L’idea che stavo cercando. I miti che, come i sogni, formano una enorme massa vivente, che continua a operare. A operare nella memoria, questo è certo, ma in una memoria che non è quella individuale, quella di ciascuno di noi singoli individui, ma una memoria sovraindividuale, che si conserva da qualche parte e continua a operare e alla quale ogni individuo può attingere. Beh, no ogni individuo, almeno da un certo momento della storia in poi, ma solo coloro che si sono specializzati nel conservare intatte le risorse della memoria, quelli che possono chiedere direttamente aiuto alla Musa, la figlia della Memoria. Gli aedi. I quali, come spiega Platone in quel delizioso dialoghetto dedicato all’aedo Ione, non devono necessariamente essere molto intelligenti né creativi. Devono conoscere la tecnica della memoria, per accedere all’immenso magazzino del mito, dell’epos. Quella tecnica memoria che un tempo possedevamo tutti ma che poi, con l’invenzione della scrittura, s’è andata perdendo, anzi ha finito col perdersi completamente, come ricorda lo stesso Platone in un altro molto famoso suo dialogo. E adesso – e a questo punto il vecchio professore si sedette alla sua scrivania, di fronte al computer, piuttosto seccato con sé stesso per questo suo vizio di tornare a ripetersi cose che in fondo gli erano già chiare, come se si trovasse ancora e sempre di fronte ai suoi antichi studenti, della cui attenzione non era mai troppo sicuro -, e adesso tutto mi risulta chiarissimo, a meno che quest’idea non sia una trovata della demenza senile ormai in agguato: il cerchio, nella nostra storia di esseri umani, si è chiuso. Siamo tornati indietro, all’epoca anteriore alla scrittura, all’epoca in cui la Memoria incombeva su di noi, come una nuvola, alta nel cielo. La nuvola, sì, la Nuvola, quella che gli anglofoni chiamano the Cloud, dove si raccolgono e condensano tutti i nostri pensieri, i nostri sogni, i nostri miti, eccetera eccetera, e resta lì, in un luogo che è un non luogo, ma è comunque un luogo fuori di noi, sopra di noi, al quale possiamo in ogni momento ricorrere per attingervi le nostre memorie, sempre e quando siamo in possesso della tecnica per invocare questa Musa, la parola magica, la password perché lei ci risponda. Chissà, magari non siamo ritornati all’epoca anteriore alla scrittura, ma siamo entrati nell’epoca successiva alla scrittura. E a questo punto il vecchio prof si bloccò, incerto o forse allarmato. Sì, con questa novità – disse poi, ancora ad alta voce, ma con la voce incrinata dal dubbio o forse dal timore che qualcuno (una potenza maligna?) lo stesse spiando e ascoltando -, sì, con questa novità, che non ho ancora afferrato bene e che chi sa se farò in tempo ad afferrare, delle intelligenze artificiali, mi sento proprio come il povero Ulisse aggrappato alla sua zattera sul dorso del mare in tempesta. Proprio così. Andra moi énnepe Musa… Cantami, o Musa…
ANDREA BARBARANELLI
