IL MARE SI APRE,IL MARE SI CHIUDE
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
Il mare si apre, il mare si chiude.
Quel che è stato sarà. E quel che è fatto si rifarà. Hàvel havalim.Vanitas vanitatum.
La storia è piena di contraddizioni, e ciò che ieri si mostrava in un verso, nel tempo inverte la sua modalità di essere.
In Esodo il mare si apre alla vista di Mosè , sfolgorante della luce divina che guida il suo popolo in fuga. I flutti arretrano obbedienti verso i fianchi lasciando aperto il varco entro cui le genti predilette dal Dio, i figli della Luce e del Patto, passano verso la sicura terraferma. Poi, quando l’ultimo ebreo è passato, i flutti riprendono tempestosi il loro corso e tutto inabissa il mare cruento e le bighe da guerra e i cavalli ardenti e gli armati egizi, i maledetti dal Dio supremo di Israele.
Potremmo dubitare di quanto l’intero Pentateuco (la Torah) narra. Potremmo e possiamo sulla scorta degli studi più recenti (Finkelstein e Silberman, fra i tanti). Ma ciò che importa ora è il Mito fondante, l’epopea di Israel non la veridicità dei fatti.
A distanza di millenni quel Mito, che è verità indiscussa per i figli di Sion, si capovolge. E la parte degli Egizi malvagi spetta ai figli di Abramo,Isacco e Giacobbe ed il Mar Rosso diviene il Mediterraneo che lambisce Gaza, e la parte del popolo perseguitato sono i suoi stessi abitanti.
E’ ai nostri giorni il decreto che impone, nonostante l’atrocità della calura estiva, l’interdizione di pesca e di balneazione nelle acque che perimetrano Gaza. Il mare si può solo guardare ed anelare guardandolo, non avvicinarlo, non assaporarlo, non essere bagnati da esso. Pena una pallottola in capo.
Ecco le lacrime degli oppressi e nessuno che li consoli; la forza in mano degli oppressori e nessuno che li consoli ( Qoèlet 4,1).
Stridore di denti, inquietudine, abominio. Le Scritture subiscono metamorfosi che sconvolgono chi ancora conserva un poco di giudizio. Per i fondamentalisti (tumore maligno delle genti, laici o religiosi che importa?) tutto quadra!
Eppure coloro che sanno, conoscono l’infamia. Ḥilluh HaShem: l’azione malvagia non solo offende la vittima ma offende anche Dio, “profanazione nel nome di Dio”. La saggezza secolare ebraica ha forgiato un termine per indicare quando la colpa viene trasformata in un diritto, quando l’arroganza si camuffa sfacciatamente in una “necessità” etica. Non è una novità nella Historia, basti pensare al Deus lo vult delle crociate e delle infamie commesse lungo l’iter che nulla avevano a che fare con la liberazione del Sepolcro. Quel termine ebraico traslitterato si scrive ḥuṣpaֿh e spesso si concretizza con lo sputare addosso verso chi non la pensa come te (cristiani, islamici). Per molti l’attacco contro Gaza è un collettivo sputo, un ḥuṣpaֿh istituzionalizzato.
Il rabbino ha il pensiero profondo e rammenta bene. Il disprezzo che cova ha radici antichissime. Nulla va perdonato, ahimè. E lui ricorda il ricordo antico che prima di lui gli antenati fecero e fecero gli antenati degli antenati, in lunga sequela di sconfitta dell’oblio. Un tempo Gaza era la Filistea. Tutta la fascia litoranea di Canaan era filistea. Gli israeliti chiamavano questa terra nemica palishtim e pelesti chiamavano i suoi abitanti (da cui poi Palestina). Alle lotte tra Israel e i Filistei fa riferimento il mito di Sansone, giudice forte e glorioso del suo popolo. Gaza era considerata “porta egizia sulla terra di Canaan”, dunque nemica da sempre. Questo ricorda il rabbino ed il suo predecessore ed il predecessore del predecessore, fino ad arrivare a colui che vide con i suoi occhi le glorie di Sansone.
Per il rabbino ciò che è scritto nella Torah conferma ancora una volta che il suo popolo è am segulah , popolo eletto. Dunque è un dovere morale, una necessità imprescindibile occupare la terra dal momento che Deus lo vult!
Eppure, sembra che la Torah non insegni nulla. Guai a chi legge volendo leggere ciò che lui vuole. Eppure sta scritto:
Guai a voi che aggiungete casa a casa
e unite campo a campo,
finchè non vi sia più spazio ,
e così restate soli ad abitare
nel paese (Isaia.5,8).
Jerusalemme, Jerusalemme tu che uccidi profeti e lapidi chi ti sono mandati.
Ma ricorda, giorno verrà nel quale più non ucciderai……giorno verrà Jerusalem!
Ricorda, Jerusalem, ciò che dice il verso: non reprimerai lo straniero; voi conoscete l’animo dello straniero, poichè siete stati stranieri nel paese d’Egitto. Questo dice Esodo 23,9 e si potrebbe aggiungere di nostro pugno: non dimenticare ciò che altri ti fecero. Non fare ciò che ti è stato fatto! Non giustificare ciò che non può trovare giustificazione.
. . .
Parole, queste, che di certo non sono indirizzate al becero sionismo religioso (Dati Leumi ed area Hardal) di Ben Gvir (Otzma Yeudit, Potere ebraico) che pratica solo colonialismo e distruzione per scopo economici e politici.. Le nostre parole si rivolgono allo Chassidim di Lubavitch, custodi fedelissimi della promessa divina, lettori attenti di tutto il Tanakh (di cui la Torah è parte). Non sono pochi, nel mondo ebraico, coloro che avvertono lo stridore morale se posti di fronte a quel testo di Isaia citato in precedenza.
CARLO ALBERTO FALZETTI

Carlo con una conoscenza sbalorditiva delle Scritture ci porta dentro un tema eminentemente ebraico che traspare simbolicamente da tanta letteratura jiddish e che è quello della colpa coniugata con la “presunzione” elettiva. La seconda giustificherebbe la incoercibile tendenza espansionistica e aggressiva del sionismo. E la prima? Più facile trovarla in Kafka…Il venerdì non delude mai. Grazie di questa ulteriore perla per approfondire una cultura religiosa che non conosciamo affatto o molto superficialmente. Io stessa amo la letteratura degli ebrei della diaspora, cioè ebrei laici, talora dissidenti come Moni Ovadia.Per il resto confesso: so poco e male. Lo scritto di Carlo ha una sacralità molto suggestiva.. 👏👏
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