Furio Jesi e le idee senza parole della destra
di PATRIZIO PAOLINELLI ♦
Dato il momento storico che attraversiamo, nottetempo ha compiuto un’operazione meritoria ripubblicando nel 2025 Cultura di destra di Furio Jesi (a cura di Andrea Cavalletti, 295 pp.). Uscito nel 1979 e già riproposto nel 2011, il volume conserva intatta la propria forza critica. Leggerlo oggi aiuta a comprendere i meccanismi culturali che alimentano il richiamo ai valori del fascismo e persino del nazismo, nonché i miti, i simboli e le parole d’ordine con cui sovranismi e destra radicale costruiscono appartenenza e consenso.
Torinese, classe 1941, Jesi fu un enfant prodige. Si dedicò alla cultura tedesca e alla scienza del mito, elaborando l’idea della “macchina mitologica”: un modello per studiare la produzione di narrazioni, simboli e materiali mitologici. Pur senza diploma, ottenne per meriti scientifici la cattedra universitaria. Morì nel 1980, a soli 39 anni a causa di un incidente domestico.
Attraversando autori diversi, da Evola a D’Annunzio, da Carducci a Liala, Jesi mostra che il mito politico agisca in spazi diversi: ideologie, letteratura (sia alta sia di consumo), pubblicità. Per Jesi la cultura di destra è innanzitutto una “sorta di pappa omogeneizzata”: un repertorio di miti e simboli pronti all’uso, attivabili dal comando politico senza bisogno di coerenza teorica. Basta un’immagine, un gesto, un’evocazione per mobilitare un intero universo emotivo.
Al di là dell’originalità del metodo, l’accostamento di materiali eterogenei permette di comprendere una delle affermazioni più impegnative di Jesi: “La maggior parte del patrimonio culturale, anche di chi oggi non vuole essere affatto di destra, è un residuo culturale di destra”. La tentazione di mitizzare non appartiene dunque soltanto alla destra, benché questa vi abbia ceduto molto più di altre culture politiche. La sua mitologia comprende l’eroe solitario opposto alla massa, il nemico interno che minaccia l’unità nazionale, la purezza identitaria insidiata dallo straniero e il richiamo a un passato glorioso. È un linguaggio tornato nel dibattito politico e penetrato nel senso comune, favorito dalla crisi economica, dall’instabilità geopolitica e dall’incertezza per il futuro.
Per Jesi i principali mattoni con cui è costruito l’edificio culturale della destra sono i seguenti. Innanzitutto la prevalenza della “religione della morte”: sacrificio, eroismo, guerra e purificazione attraverso il sangue trasformano la violenza in rito e la sconfitta in martirio. Centrale è poi la Tradizione, intesa non come trasmissione storica, ma come deposito di verità sottratte al confronto e affidate all’autorità di pochi iniziati. Infine, la cultura di destra trova fondamento sulle “idee senza parole”, come ebbe a scrivere Oswald Spengler.
Cosa significa avere “idee senza parole”? Significa produrre un linguaggio che non argomenta ma evoca, non dimostra ma suggestiona, non convince ma ipnotizza. Le parole non servono a comunicare, bensì a consacrare o sconsacrare. A essere sconsacrato è soprattutto il materialismo moderno, tanto marxista quanto capitalistico e consumista. Eppure, sia prima sia dopo la Seconda guerra mondiale, le destre politiche sono state al servizio del capitalismo. Una contraddizione evidente, con cui la cultura di destra non ha mai fatto davvero i conti e che Jesi lascia intravedere senza approfondirla; ma che oggi si renderebbe davvero necessaria soprattutto quando la sinistra insegue al destra sul suo terreno.
Rileggere Cultura di destra nel 2026 significa smontare i dispositivi attraverso i quali il potere si fa mito e il mito diventa linguaggio comune, rivelando l’artificio dietro ciò che si presenta come eterno e inevitabile: per esempio, la disuguaglianza sociale. In termini gramsciani, prima di tradursi in dominio politico, l’egemonia si costruisce attraverso la scuola, la stampa e le istituzioni culturali. Jesi mostra come la destra fabbrichi il consenso subordinando la ragione alla forza delle emozioni, delle liturgie e dei gesti. Ancora oggi il suo libro resta un campanello d’allarme e uno strumento critico per non lasciarsi irretire dalle idee senza parole.
PATRIZIO PAOLINELLI
