“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – STORIA DI UN COMPLEANNO
di MICHELE CAPITANI ♦
Traian è stato un abitante del cementificio abbandonato, poi della tenda sulla spiaggia, poi di cantoniere e di recessi sconosciuti sotto la città. Veterano della sopravvivenza, degli adattamenti a luoghi malsani e a sgomberi, è uno dei senza-dimora per eccellenza fra le nostre contrade, un indigeno della tribù dei marginali, nella loro città sottostante e buia, giungla agghiacciante piena di mistero arcano, ove incombono tanti pericoli maligni e occulti.
Orbene, Traian ormai ci sopravvive senza patemi, coi suoi capelli lunghi e sciolti, e una strappata fascetta di tessuto in testa, vero indio di quella selva. La sua è una minitribù con l’amico storico Sergio, e a loro, a momenti, si aggregano altri membri, secondo amicizia o necessità. Non chiedono quasi mai niente, al più qualche candela o una coperta. Vengono al servizio docce, nemmeno sempre. Tribù modulare ma solida, con alcune comodità e in sana collaborazione fra loro.
Tutto però in Traian rimane selvatico e misterioso: a partire dal suo italiano dal volume leggero ma dalla sintassi barbarica, fino a quel che si sa di lui, cioè sempre poco, e a pochi e feroci aneddoti della sua vita.
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L’amico inseparabile Sergio è il suo contraltare urbano, ossequioso e grato, che mi porta un souvenir dal suo paese la volta che riesce a tornarci, che mi parla della famiglia, e mi chiede ragguagli del libro che ho scritto su di loro. Mi racconta di aver trascorso la sera di Natale dal fratello a Ladispoli, che ha casa con mutuo, e una figlia. Lui a volte ci si appoggia per fare una doccia, «perché aspettare una settimana è troppo».
Sergio ha inoltre un altro fratello in Germania, anch’egli riunitosi a loro per Natale. Sta in un’impresa di italiani, siciliani, e lui, romeno, a volte insegna loro l’italiano corretto! Il primo invece ha un’impresa sua, ma per entrambi ora è impossibile assumere il fratello.
«Quindi siete in tre?»
«Sì. Io sono il secondo».
«Come me!»
«Eh, io sono la pecora nera…»
«Però è bello che siete rimasti uniti, invece certe altre famiglie con le distanze si perdono».
«Però, se lavoravo non stavo mica ad abitare lì al cementificio abbandonato. Lo teniamo bene, pulito e silenzioso. Sopra siamo io e Traian, e sotto gli altri, e se sentiamo che qualcuno fa casino, gli diciamo subito di farla finita».
«Tenetevela cara quest’amicizia. Lo sai che i luoghi dei poveri cambiano spesso popolazione, c’è chi va e chi viene, chi fa danni e viene cacciato… invece voi siete gli stessi da tanto tempo. Te lo dico perché anche noi volontari siamo un gruppo, e per noi siete un esempio».
Parlo dell’uno perché meglio si comprenda il suo opposto: questo conversare e questo parlare di affetti non appartiene invece a Traian, che al massimo sappiamo essere stato con Consuelo, in coppia disastrata: per i lunghi periodi quando li passeremo a trovare nella capanna sulla spiaggia, lei spesso ubriaca prorompe in urla e pianti incontenibili e animaleschi, con lui che guarda paziente, senza poter dire nulla nel suo italiano rude ed essenziale. Non sappiamo se gli sfoghi di lei sono perché lui la maltratta (o i silenzi di lui saranno perché avviene il contrario?!) o per generica esasperazione contro la loro situazione di miseria. O vai tu a capire. D’altra parte, su Traian si sanno sempre troppe poche cose, ma in compenso drammatiche: una volta ci chiamano in ambasce i compagni perché deve essere trasportato all’ospedale, avendo le gambe divorate da un’ustione da fornello a spirito fai-da-te. Un’altra volta, quando lavora a raccogliere pigne, si frattura una gamba perché cade dai sette metri di un pino. Emergono insomma aneddoti abbastanza bestiali, qua e là, che peraltro non compongono una narrazione compatta…
Un giorno alle docce gli chiedo del braccio sinistro, un braccio che non tende completamente, e connotato da antiche cicatrici, molto vaste e molto strane.
«È stato urso».
«Cosa?!»
Ferite da orso, questa non l’avevo mai vista! Dice che quando stava sui monti, nel suo Paese, un tedesco gli avrebbe dato 7000 marchi se gli avesse portato due cuccioli di orso, ma è ovvio che non ci si poteva aspettare l’adesione di mamma orsa a tale iniziativa.
In bocca ad altri mi sembrerebbe la fanfaronata del mitomane, ma Traian è sempre stato discreto e riservato, e troppo laconico nel suo italiano elementare per sparare una gradassata di tal fatta; perciò gli credo. Certo, pare poco credibile che uno abbia una colluttazione con un’orsa inferocita e poi lo possa raccontare:
«Ma non ero da solo, eravamo tanti».
«Ah, allora magari sì».
Mi vengono in mente anche i mal di schiena di cui ogni tanto si lamenta, ma ora che mi ha raccontato che l’orsa lo ha ferito anche alla schiena, credo che i sacchi di cemento che si è caricato al lavoro potrebbero essere una causa molto marginale…
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Ora, il lettore avrà già capito che Traian non è un propriamente un fine uomo di lettere. Eppure, questo brutale “velletrano” dei Carpazi ci sorprenderà…
Una delle cogenti regole della vita di strada è che, per quanto tu te ne stia dimesso e silenzioso, prima o poi qualcosa avviene: uno sgombero, un incendio, la morte del compagno di baracca, una malattia, un furto; e a questo il nostro amico è avvezzo. Ma può anche accadere che un giorno capisci che di qualcuno ti potresti anche fidare, e andare a reclamare un piccolo diritto che da anni ti viene negato.
Nella sua trista vita da barbone, avviene un giorno un compleanno.
Non è facile vedere Traian ubriaco, anche il mercoledì sera quando li si va a trovare, figurati al servizio docce, ove lui sa perfettamente che vige il divieto non solo di presentarsi bevuti, ma anche solo di introdurre alcolici.
Quando però devi far valere non uno, ma ben due diritti, non è detto che te la senti di curarti delle regole. Il primo diritto è festeggiare il compleanno, ma il secondo è esprimere la disperazione, e nel caso di un senza-dimora queste due istanze possono anche mestamente combaciare: succede che stamattina, alle docce, Traian si affaccia sulla porta della sala; stranamente non entra, mi chiama da fuori, e non si nota subito il suo stato alterato. Io mi avvicino, lo saluto, e lui:
«Io devo dire cosa importante».
«Certo, dimmi».
«Oggi è mio compleano».
Brandisce una pila di bicchieri di plastica, ci fa capire che il vino ce l’ha, ma… come si fa? Anche l’amico Sergio è già alticcio, anzi è proprio lui a mostrare nello zaino due preoccupanti damigiane di bianco, da tre litri cadauna!
Hai voglia a dirgli che non lo sapevamo, e ci farà piacere festeggiare la prossima volta con calma, tutti insieme, con torta e candeline, ma Traian è irremovibile: non argomenta, non ci si ragiona, è la tipica ostinazione alcolica. Riusciamo a farlo sedere al tavolino vicino all’entrata, e visto che non è recidivo né scalmanato, e oggi c’è poca gente, lo lasciamo un attimo poggiato là.
Lo vedo che canticchia qualcosa fra sé e sé, di melodia indistinguibile; una melodia deforme, stravolta dall’alcol.
Più tardi ci accorgeremo che se n’è andato via.
Ma siamo sinceri: la verità vera è che oggi fatichiamo a far valere il nostro, di diritto, che è poi il diritto e l’interesse di tutti, cioè di far rispettare compiutamente la regola dell’alcol, perché imbarazzati da quanta tristezza deve avere smosso quest’uomo, dalla poca storia e dalla tanta miseria, se si trova ridotto a reclamare, ubriaco, che qualcuno lo festeggi.
Non è che diventiamo poliziotti: riusciamo a far rispettare le regole solo recitando una parte, solo aggrappandoci a una provvidenziale razionalità e ricordandoci che permettere un’eccezione andrebbe a scàpito di tutti; perché d’istinto, di pancia, di cuore, chi mai potrebbe dire di no a un povero cristo tanto disperato?
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Esco infine anch’io.
Mi volto a sinistra e sul marciapiede vedo Traian, di spalle, che lento e sempre barcollante se ne va: si muove rallentato, e confusamente, forse ancora col ritmo di quella musichina nella testa.
Chissà quale canto gli è tornato nel cuore?
Forse, chissà, in questa sua notte alcolica, gli è riemersa l’eco di un antichissimo “Tanti auguri a te”…
MICHELE CAPITANI
