CRONACHE COLLEPARDESI – “La festa di San Giovanni 2026 ed altro”
di MARINA MARUCCI ♦
Dopo una nottata movimentata, trascorsa presso il Bad e Breakfast “La corte d’Ivi” a Collepardo, la mattina del 24 giugno 2026 Marina, scrittrice, sognatrice e votata alla causa di Trisulti, aveva deciso di andare alla Certosa.
Era arrivata con alcuni amici il giorno della Festa di San Giovanni , che nel paesino medioevale rievocava uno dei riti del solstizio d’estate: la notte più breve dell’anno.
Attorno a un grande falò acceso sul piazzale vicino i giardini Oreste Cicalè, tra racconti e leggende, la comunità preparava la «guazza di San Giovanni» e celebrava il «battesimo del compare», antico gesto di amicizia legato all’iperico, l’erba scaccia-diavoli.
Ma verso sera la celebrazione era stata guastata da un funesto incidente che aveva scosso gli animi dei paesani. Si era alzata una colonna di fumo da un appartamento situato sulla strada verso la Certosa, attirando l’attenzione dei passanti che avevano avvertito i vigili del fuoco subito intervenuti a sirene spiegate, incontrando però notevole difficoltà nel percorrere la strada principale di Collepardo.
Le macchine, parcheggiate in seconda fila, impedivano di fatto lo scorrimento veloce dei mezzi di soccorso e avevano creato il panico; la gente intorno gridava, gesticolava, correva verso la casa che bruciava, forse per aiutare a mani nude chi vi era rimasto intrappolato.
Domate le fiamme, dopo poco si diffuse la notizia che la proprietaria della casa, una donna anziana, sola, era morta, e non si capiva se fosse deceduta perché avvolta dal fuoco, causato da un corto circuito interno o per aver inalato prima il fumo spigionato.
Nel piccolo borgo si conoscevano quasi tutti e sapevano le storie di ognuno, così le persone iniziarono a raccontare le vicissitudini dell’appena defunta, incolpando questo o quello per la sua solitudine.
Sovente la mente umana ha bisogno di trovare un capo espiatorio, per codardia, per auto assolversi, per continuare a vivere, così malgrado la disgrazia iniziava la festa:
“The show must go on”, disse qualcuno citando il brano dei Queen.
Acceso il falò, disposti in cerchio, i partecipanti si ritrovarono per rivivere antiche atmosfere fatte di racconti, miti, musiche e danze popolari. Il fuoco, simbolo di purificazione, per una strana fatalità, coincideva con la morte tra le fiamme dell’anziana, e l’acqua, componente rigeneratore, l’accompagnava verso un’altra dimensione . I due elementi erano stati protagonisti di una notte in cui i confini tra il sacro, il magico e la sventurata sorte erano diventati sempre più sottili.
Però un retro gusto amaro era rimasto nella gola della persone. L’odore di quelle esalazioni che avevano soffocato una vita, inondavano ancora la vallata: sincretismo perfetto con il falò di San Giovanni che a notte fonda bruciava ancora.
Il giorno dopo il tragico avvenimento Marina sarebbe andata alla biblioteca di Trisulti. Aveva un impegno che doveva rispettare: recuperare i testi storici relativi all’anno mille, per continuare a scrivere il suo nuovo romanzo sulla costruzione dell’Abbazia di Trisulti: non aveva chiesto un appuntamento al responsabile ma sperava nella sua disponibilità.
Il suo amico Biagio, docente di storia e filosofia, conferenziere e pluri- impegnato, la lasciò davanti alla Certosa e lei, varcato il portone , come spesso le succedeva, sentì di vivere un “dejà vu”: quello era il luogo dove la sua anima si accresceva, si espandeva, forte della memoria di una precedente vita trascorsa lì, così almeno le raccontavano i suoi sogni.
Al box office d’ingresso fu subito fermata da una guida turistica a cui spiegò una mezza verità, cioè di avere un incontro fissato in biblioteca. L’individuo la lasciò andare e le aprì la porta del prezioso spazio.
L’impiegato del Ministero della Cultura, da cui la biblioteca dipendeva, non fu però particolarmente accogliente; entrata nell’ufficio la guardò come fosse un extra terrestre, atterrata in un pianeta dove le procedure e le regole scritte erano sostanziali e non formali:
“Lei, signora, non ha preso nessun appuntamento- sottolineò l’uomo con aria di rimprovero – e senza quello è difficile ascoltarla, poi, come può vedere sono oberato di lavoro – e indicò sulla sua scrivania tre fogli di carta diligentemente allineati.- Le sue richieste dovranno pervenire via e mail per poi ritornare a consultare i testi, secondo i modi e i tempi di lavoro da noi stabiliti”.
La scrittrice non si spazientì, si scusò per non averlo avvertito prima, gli spiegò che avrebbe seguito le procedure e sarebbe tornata dopo qualche settimana per la consultazione.
Il burocrate – bibliotecario la guardò ammiccando:
“Ma lei lo sa quali sono le opere che la interessano?”
“ Credo esista un elenco ?”
“ C’è un inventario che la pregherei di scorrere, ma deve tornare un’altra volta perché non è aggiornato ed io non posso stamparlo in questo momento.”
Stavolta fu lei a guadarlo come un’aliena, chiese se fosse ancora possibile che nel XXI secolo, alle soglie dello sbarco su Marte, in Italia, quindi in Europa , non c’era stata ancora la digitalizzazione delle opere della Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Trisulti, così denominato dal MIC (Ministero della Cultura), né si poteva accedere all’elenco da internet.
A quella domanda l’uomo rispose allargando le braccia:
“Qui va così, e nessuno può farci nulla”.
Lei ringraziò, salutò il solerte impiegato e leggermente stizzita si avviò verso la chiesa dedicata alla Vergine Assunta, a San Bartolomeo e al fondatore dei certosini San Bruno, chiesa più volte rimaneggiata, dove all’originaria struttura gotica era stato sovrapposto un impianto decorativo decisamente barocco.
All’interno della navata centrale, suddivisa da un’iconostasi , quella dei conversie quella dei padri, conforme alla tradizione certosina, Marina si sedette per raccogliere le idee sulle difficoltà incontrate.
Il recupero della memoria storica, la diffusione del patrimonio della conoscenza, sono iniziative rese sempre più difficili, richiedono passione e perseveranza, pena l’impoverimento culturale della comunità e l’allontanamento dei cittadini dal loro territorio.
Mentre stava ragionando su questi concetti le si avvicinò la stessa guida, per chiederle se aveva pagato il biglietto.
“Devo pagare per entrare nel tempio di Dio?” chiese spiazzata .
“Si, perché questo significa vedere tutto il complesso ecclesiastico” gli venne risposto prontamente, facendola sentire in colpa per averne approfittato ed ampliato la visita.
Il biglietto costava cinque euro, non era un problema, pensava, ma la questione era un’altra: chi svolgeva il ruolo di accompagnatore turistico all’interno dalla Certosa, era costretto a fare pure il detective per scovare ignari intrusi non paganti? Il lavoro precario, magari sottopagato, aveva snaturato le persone, ormai disposte a qualunque cosa, pur di sopravvivere.
Delusa, pagati gli euro richiesti, chiese allo stesso tizio quando sarebbe partita la corriera per tornare a Collepardo.
“Ma qui non passa nessuna navetta- affermò- sono due mesi che è stata sospesa”.
In quel momento, proprio quando le campane della Certosa annunciavano le dodici e un quarto, il dipendente del Ministero uscì dal portone centrale, si diresse verso la macchina, la mise in moto e partì. Non c’era tempo da perdere, Marina si gettò nel bel mezzo della strada, l’uomo frenò all’improvviso per non travolgerla e lei chiese:
“Mi scusi, scende verso il paese?”
“ Si certo, … ma sa che lei è strana, a momenti la investivo!”
“Non si preoccupi, ho dei super poteri, vengo da un altro pianeta” rispose.
Dopo quelle assicurazioni il timoroso autista la guardò con sospetto per tutto il percorso. Arrivati, la donna corse verso il Bar Centrale dove l’aspettano i suoi amici per andare a pranzare dalle suore di San Luca, presso il monastero di Guarcino.
Vista la mancanza di vocazioni, sia maschili che femminili, le congregazioni religiose si erano organizzate, cercando di trasformare le loro strutture in soggiorni per famiglie, pellegrini, luoghi di vacanze per i parrocchiani o anche solo in mense, dove però la puntualità era determinante: nel loro caso il pranzo sarebbe stato servito alle tredici.
Alle ore dodici e quarantacinque l’amico Biagio, organizzatore della gita, ancora non era presente, né si avevano sue notizie e gli altri, Maria, suo fratello Mimmo e Venanzio erano in attesa.
“Dove sarà andato- si chiedevano- che fine avrà fatto?”
“ Ma dov’è, dove non è!”
Insomma i minuti passavano ma Biagio non arrivava.
Sembrava di rivedere quel pezzo teatrale del grande Gigi Proietti, “Toto e la sauna” in cui tutti cercavano Toto ma lui era sparito.
Spazientito intervenne Venanzio, di professione venditore porta a porta di materassi, reti, cuscini e quant’altro:
“Nel frattempo potremmo andare noi quattro, con la mia macchina, anche se è piena di materiale“
“E come possiamo fare?” chiese Mimmo, uomo studioso, dall’animo candido e specchiato, trasparente come il nailon.
“Tu puoi prendere posto davanti con me, e voi donne potreste stendervi prone sopra i materassi, agganciandovi con le fasce che li trattengono. E’ sicuro. Garantito. Già sperimentato!”
Maria, donna pragmatica, sveglia e poco avvezza alle stupidate, avuto uno scambio d’occhiate con Marina affermò:
“ Noi preferiamo aspettare Biagio, il trasporto ci sembra in tantino più sicuro.”
Dopo quelle parole spuntò, dalla curva che portava alla via centrale del paese, la macchina di Toto- Biagio, una cinquecento nuova fiammante a trazione GPL.
Le due amiche si guardarono sollevate per lo scampato pericolo ed entrarono in macchina.
Li seguivano Venanzio e Mimmo, seduto vicino al guidatore, alle cui spalle premevano moltitudini di cuscini schiacciati su i soliti materassi.
Partirono alle tredici. Guarcino era a pochi chilometri ma per arrivare alla meta bisognava percorrere una strada ripida e sterrata, su una collina fuori città.
Biagio, dopo aver girato a sinistra e a destra assaltò la salita verso il monastero innestando la seconda, ma la macchina si fermo a metà pendenza.
“ Signore, dovete uscire – sentenziò – altrimenti non ce la facciamo, la macchina è in panne, forse bisogna spingere”
“…E per fortuna che con lui era più sicuro!” commentò Maria a voce alta.
Marina, posizionata davanti, cercava di aprire lo sportello per scendere ma un masso laterale ne riduceva l’apertura. Mentre l’uomo tentava di riavviare la macchina che inesorabilmente slittava indietro, sul selciato sdrucciolevole, lei, la sognatrice, fattasi piccola piccola riusciva ad uscire, aggrappandosi pericolosamente al macigno, seguita, dopo un nano secondo dall’amica, lanciatasi anch’essa sull’appiglio.
I due maschietti, dentro la macchina, dissertavano sulla situazione:
“Troppi passeggeri per una cinquecento” sottolineava Mimmo, mentre il povero autista annaspava con il mezzo meccanico.
“Biagio non ha caricato il motore prima di attaccare la salita” sottolineava Venanzio. Insomma fioccavano i commenti da bar dello sport alla Stefano Benni, fintanto che una piccola fila di macchine, rimaste bloccate, iniziò a strombazzare dietro di loro.
“Tutti a mangiare dalle Monache?” chiese Marina, visibilmente scossa dal rocambolesco gesto appena compiuto.
“ Allora dateci una mano” affermò Maria, la pragmatica, rivolgendosi ai presenti.
Dopo vari tentativi gli sforzi di Biagio ebbero successo: chiusa l’aria condizionata , l’auto riprese vigore, lui tolse il freno a mano, ingranò con difficoltà la prima e dopo l’ennesima manovra riuscì a marciare magicamente in avanti, anzi, ad un tratto il mezzo gli sfuggì di mano e si mise a correre.
“Ma che ci lascia qui?” si domandarono le due superstiti, davanti a quella situazione da far ridere, ma ridere sul serio!
“Forza, forza, montate in macchina, è tardi” le incitavano gli automobilisti, così correndo procedettero tutti insieme verso l’agognato banchetto.
Appena arrivate, le sopravvissute, forse per una reazione nervosa causata dal secondo rischio schivato nell’arco della stessa giornata, cominciarono a ridere, a raccontare vivacemente l’accaduto agli altri commensali, finché il cibo e il vino fecero il resto.
“Per tornare non ci sono problemi – sentenziò Biagio, dopo aver esaminato l’auto – andremo a folle, tanto è tutta discesa” concluse, agghiacciando i presenti.
Giunti indenni a Collepardo Marina si rifugiò nel beneamato Bad e Breakfast, spazio di armonia e tranquillità, Maria e Mimmo, continuarono a discutere in modo animato dell’andamento della giornata, Venanzio ritornò al suo paesello, carico di mercanzia invenduta e Toto-Biagio, ripartì nel pomeriggio per la Ciociaria, tra conferenze da organizzare e continui imprevisti.
Questa è la cronaca Collepardese dei nostri cinque eroi. I fatti sono realmente avvenuti e fanno parte ormai della storia del borgo medioevale.
MARINA MARUCCI
- Immagine di copertina: Collepardo è un comune di 860 abitanti, in provincia di Frosinone, dove sorge la Certosa di Trisulti.
