Le molte Odissee. Ulisse, il ritorno e le voci rimaste nell’ombra
di ROBERTO FIORENTINI ♦
Ci sono opere che appartengono al tempo nel quale sono state concepite e altre che, al contrario, sembrano sottrarsi al tempo, come se la loro materia narrativa contenesse una sorta di inesauribile capacità di rigenerazione. L’Odissea appartiene certamente alla seconda categoria. Ogni epoca vi ha riconosciuto qualcosa di sé e, proprio per questo, ogni epoca ha sentito il bisogno di riscriverla, di contraddirla, di spostarne il baricentro, di interrogarne le zone d’ombra.
È forse questa la ragione profonda per cui l’operazione di Christopher Nolan con The Odyssey appare, prima ancora che come una grande impresa cinematografica, come l’ennesima dimostrazione della vitalità del mito. Nolan non si confronta semplicemente con un testo antico: si confronta con una delle matrici narrative fondamentali della cultura occidentale. E lo fa attraverso il linguaggio che gli è proprio, quello di un cinema monumentale, visionario, insieme spettacolare e intellettuale, nel quale il tempo, la memoria, l’identità e il ritorno costituiscono da sempre nuclei tematici privilegiati.
Il risultato è un film che ha suscitato un’attenzione straordinaria e che, nel momento in cui restituisce all’immaginario contemporaneo la figura di Ulisse, ci ricorda quanto sia difficile, forse impossibile, considerare definitivamente conclusa la storia dell’uomo che partì da Itaca per la guerra di Troia e impiegò dieci anni per ritornare.
La ricezione entusiastica del film, culminata in un successo commerciale di dimensioni eccezionali, non è, in questo senso, soltanto un fenomeno cinematografico. È anche un fenomeno culturale. Significa che un racconto nato quasi tremila anni fa continua a possedere una forza di riconoscimento. Continuiamo a riconoscerci in Ulisse perché il suo viaggio è, in realtà, la forma archetipica di molti dei nostri viaggi: l’allontanamento, la perdita, la tentazione, il desiderio, la paura, la sopravvivenza, il ritorno.
Ma proprio qui, davanti a questa nuova e imponente rappresentazione dell’eroe omerico, nasce una domanda che mi sembra inevitabile.Che cosa accadrebbe se provassimo, per una volta, a raccontare l’Odissea senza guardare soltanto Ulisse?
Da questa domanda nasce il mio nuovo spettacolo.
Non un semplice adattamento dell’epopea omerica, né tantomeno un tentativo di competere con la grandiosità cinematografica di Nolan. Al contrario: il mio progetto nasce dalla volontà di compiere un movimento opposto. Ridurre la distanza fra l’eroe e gli esseri umani che lo circondano. Spostare lo sguardo dal centro alla periferia del racconto, là dove spesso si nasconde ciò che la storia ufficiale non ha avuto il tempo, o forse il desiderio, di raccontare.
È questo il punto di partenza del mio spettacolo: la convinzione che non esista una sola Odissea, ma una pluralità di Odissee, tante quante sono le coscienze che hanno attraversato quel viaggio.
La grandezza dell’Odissea consiste anche nella sua struttura sorprendentemente moderna. Non è un racconto lineare. È un racconto fatto di racconti, di memorie, di testimonianze, di narrazioni dentro la narrazione. Ulisse racconta le proprie avventure ai Feaci; il passato viene ricostruito attraverso la parola; gli eventi assumono significato a seconda di chi li racconta e di chi li ascolta.
In un certo senso, l’Odissea contiene già al proprio interno il principio della sua futura riscrittura.
Non è dunque un caso che la letteratura moderna e contemporanea abbia sentito il bisogno di restituire la parola ai personaggi rimasti ai margini del racconto.
Margaret Atwood, ne Il canto di Penelope, compie esattamente questa operazione. Penelope smette di essere la moglie paziente e quasi immobile che l’immaginario tradizionale ci ha consegnato e diventa una narratrice. Non osserviamo più la sua vicenda attraverso lo sguardo di Ulisse: ascoltiamo direttamente la sua voce.
Ed è una trasformazione radicale.
Perché Penelope non è soltanto colei che aspetta il ritorno dell’eroe. È una donna che deve amministrare un regno, difendere la propria posizione, crescere un figlio, fronteggiare uomini che pretendono di sostituirsi al marito e, soprattutto, convivere per vent’anni con l’incertezza.
Perché il ritorno di un uomo può essere il compimento di una storia e, contemporaneamente, l’inizio di una crisi per chi lo ha atteso.
Dopo vent’anni, infatti, non torna soltanto Ulisse.
Torna un estraneo.
E anche Penelope non è più quella che egli aveva lasciato.
Ancora più radicale è la prospettiva di Telemaco.
L’Odissea è anche, forse soprattutto, il racconto della formazione di un figlio che cresce nell’ombra di un padre assente.
Telemaco non conosce davvero Ulisse. Conosce la sua fama, i racconti degli altri, la memoria di sua madre. Il padre che deve ritrovare è prima di tutto una costruzione narrativa.
È difficile non vedere, in questo, uno dei temi più contemporanei dell’intero poema.
Che cosa significa essere figli di qualcuno che non c’è?
E che cosa accade quando l’uomo reale torna a confrontarsi con il padre immaginario che abbiamo costruito durante la sua assenza?
Daniel Mendelsohn, in Un’Odissea. Un padre, un figlio e un’epopea, ha trasformato questa domanda letteraria in una meditazione personale sul rapporto fra padri e figli. La lettura dell’Odissea diventa progressivamente un viaggio dentro la memoria familiare, dentro la difficoltà di conoscere davvero chi ci ha preceduto e dentro la consapevolezza che ogni rapporto fra generazioni è anche un rapporto fra versioni diverse della stessa vita.
È un libro che suggerisce una prospettiva preziosa per il mio spettacolo: l’idea che l’Odissea non sia soltanto un racconto sul ritorno, ma anche un racconto sulla difficoltà di riconoscersi quando il ritorno finalmente avviene.
C’è poi un altro territorio nel quale la riscrittura contemporanea ha prodotto risultati particolarmente fertili: quello delle donne dell’epopea.
Madeline Miller, con Circe, ha compiuto un’operazione letteraria esemplare. Ha preso una figura che nell’Odissea appare prevalentemente come una delle prove attraversate dall’eroe e ne ha ricostruito l’intera esistenza, restituendole una biografia, una voce, un desiderio e una forma di autonomia.
La Circe di Miller non è più soltanto la maga che trasforma gli uomini in animali. Diventa una creatura che deve imparare a confrontarsi con il potere, con la solitudine, con la maternità, con l’amore e con il proprio rapporto con gli uomini e con gli dèi.
La storia di Ulisse è, del resto, la storia stessa della nostra cultura.
Dante ne fa una delle figure più potenti dell’Inferno. Il suo Ulisse non coincide con quello di Omero: diventa il simbolo di una conoscenza che non accetta confini, di una curiosità intellettuale che può trasformarsi in hybris.
Joyce, nell’Ulysses, compie un gesto ancora più radicale: prende l’architettura dell’epica e la trasferisce nella quotidianità di Dublino. Il viaggio non attraversa più il Mediterraneo, ma le strade di una città moderna. I mostri, le sirene, i ciclopi e le prove dell’eroe si trasformano in esperienze ordinarie, psicologiche, urbane.
È la dimostrazione definitiva che il mito non sopravvive perché resta immobile.
Sopravvive perché cambia.
Ogni epoca prende Ulisse e lo costringe a parlare la propria lingua.
Nolan lo porta nel XXI secolo attraverso il cinema spettacolare, restituendogli la dimensione grandiosa dell’epica.
Il mio spettacolo vuole invece provare a fare qualcosa di diverso: entrare nelle stanze private dell’epopea.
Entrare nella casa di Penelope. Nella solitudine di Telemaco. Nel palazzo di Circe.
È in questo senso che il mio nuovo spettacolo sarà un’Odissea e, contemporaneamente, qualcosa di profondamente diverso dall’Odissea.
Ci sarà il poema omerico, naturalmente. Ci saranno il mare e la guerra, gli dèi e i mostri, le Sirene e Polifemo, Circe e Calipso, il ritorno a Itaca.
Ma ci saranno anche i libri che, nei secoli e soprattutto nella letteratura contemporanea, hanno provato a sottrarre il mito alla sua prospettiva esclusivamente eroica: Atwood, Miller, Mendelsohn, Claire North e le molte altre riscritture che hanno dimostrato quanto il patrimonio omerico sia ancora capace di generare nuove domande.
Perché Ulisse ci riguarda più di quanto immaginiamo.
Non soltanto perché siamo tutti, in qualche misura, viaggiatori.
Ma perché siamo tutti, alternativamente, Ulisse, Penelope e Telemaco.
Siamo quelli che partono e quelli che restano.
Siamo quelli che attendono e quelli che vengono attesi.
Siamo figli che cercano padri e genitori che attendono il ritorno dei figli.
Siamo persone che, dopo avere attraversato la propria Odissea, cercano un luogo nel quale riconoscersi.
Ed è questa, forse, la ragione per cui Omero continua a parlarci.
E allora il mio spettacolo nasce da una convinzione semplice, ma per me decisiva: ogni volta che raccontiamo Ulisse, raccontiamo anche noi stessi.
Questa volta, però, vorrei provare ad ascoltare coloro che, mentre Ulisse attraversava il mare, sono rimasti sulla riva.
Perché l’Odissea è il racconto di un ritorno.
Ma prima ancora è il racconto di un’assenza.
E forse è proprio nelle assenze, più che nelle imprese dell’eroe, che si nasconde la parte più umana, più contemporanea e più dolorosa della storia di Ulisse.
ROBERTO FIORENTINI
