L’ECONOMIA DI CIVITAVECCHIA FRA LE DUE GUERRE MONDIALI – CAPITOLO 5: LE OPERE PUBBLICHE
a cura di MARIA BONCOMPAGNI ♦
Il piano regolatore[1]
Nel periodo tra le due guerre mondiali fu promosso l’allargamento della città e fu prospettata la possibilità di una strada semicircolare che avrebbe permesso a Civitavecchia, nel futuro, un traffico periferico più agevole. Tutto ciò impose uno studio approfondito al fine di stabilire i criteri del piano regolatore. Sulla base di tali criteri si giunse, sulla fine del 1927, al decreto del Ministero delle Finanze che riconosceva la nuova demarcazione della città. Osservando il piano regolatore possiamo notare come sia stato rispettato l’orientamento delle strade da Nord a Sud, come si sia cercato di lasciare la vista del mare anche dai punti più lontani della città e di mantenere assi stradali rettilinei. La vecchia città, che fino al 1866 aveva una superficie di 11,6 ettari e che, dopo la costruzione della cinta bastionata dei Francesi, si era ingrandita fino a 57,3 ettari, passò a 210 ettari circa. Il piano regolatore prevedeva svariate demolizioni, permute e acquisti di aree stradali. Fu costruita così la galleria di passaggio tra piazza Vittorio Emanuele e via Piave, che costò 38.000 lire; fu demolito il vecchio muro di cinta daziario che dette continuità alle strade troncate da esso; si realizzò una nuova piazza fra viale Baccelli e via Bernini, mentre via Buonarroti fu aperta al traffico raggiungendo viale Baccelli. Come previsto, il Comune di Civitavecchia ebbe presto la necessità di acquistare delle aree per le nuove strade, in particolare la località denominata “Prato dei Vagoncini” al prezzo di 170.000 lire (per una superficie di 20.000 mq) e le aree per la nuova via Apollodoro al prezzo di 38.840 lire. Invece, per l’allargamento della via Buonarroti, si provvide all’esproprio di un tratto del fabbricato dove si trovava la chiesa dei Salesiani. Furono infine impegnate nel bilancio 156.073 lire per il prolungamento della via Cencelle destinata, secondo il piano regolatore, a diventare una delle più importanti arterie della città.
Le opere igieniche, gli acquedotti e le opere idrauliche
Il Comune di Civitavecchia provvide alla sistemazione dello scarico delle acque reflue facendo eseguire fognature per 6.195 metri lineari. Ciò servì a risanare talune zone che, per effetto del piano regolatore, erano venute a far parte dell’abitato. Osservando l’elenco delle vie in cui fu realizzata la rete delle fognature, notiamo come tale rete copra tutto il centro e anche alcune aree che allora potevano essere considerate periferiche. A S. Marinella, invece, vennero eseguite due sole opere ed altrettante a Ladispoli. Per la realizzazione di tutte queste opere il Comune spese complessivamente 700.000 lire. Dal 1927 al 1936 furono poi costruiti due acquedotti che, convogliando le acque del Mignone verso la città, coprirono in buona parte il fabbisogno della città e delle sue frazioni. Il Comune provvide a rendere potabile l’acqua del Mignone attraverso un impianto di filtrazione (più precisamente, filtri Chabal). Il costo del primo acquedotto del Mignone fu di 2.500.000 lire, quello del secondo di 1.500.000 lire. Il Comune contribuì alle spese per circa 2.750.000 lire, mentre per la restante cifra contrasse un debito con la società Prodotti Chimici Napoli al 5% di interesse da restituire in quattro annualità, ritardando però poi di un anno il pagamento dei tubi alla ditta che li forniva. Civitavecchia perciò ebbe a disposizione, in un primo tempo, una quantità giornaliera di 3.000 mc e, con la costruzione del secondo acquedotto, di altri 3.000 mc al giorno. Se si aggiungono a questa quantità d’acqua gli 800 mc dell’acquedotto della Trinità e i 4.800 mc dell’acquedotto di Oriolo possiamo affermare che la città giunse ad avere a disposizione una quantità di 11.600 mc di acqua. La spesa sostenuta dal Comune fra le due guerre fu perciò senz’altro consistente, se si comprendono anche le spese di manutenzione. Soltanto la conduttura che portava l’acqua al porto costò infatti circa 26.000 lire. Furono eseguite anche opere idrauliche per S. Marinella e Ladispoli. Per S. Marinella il Comune provvide alla conduttura nel quartiere degli ex combattenti investendo 26.000 lire, alla costruzione del serbatoio investendo 65.000 lire e a nuovi impianti che rifornissero l’acqua al quartiere “Pirgus”. Per quanto riguarda Ladispoli, fu realizzato, al costo di 75.000 lire, un acquedotto in grado di fare fronte al fabbisogno della frazione. L’Amministrazione delle ferrovie dello Stato costruì infine un acquedotto che, partendo da Bracciano e raggiungendo la linea ferroviaria presso Furbara, proseguiva per Civitavecchia, servendo così tutte le stazioni e la stessa linea.
l’Istituto Autonomo per le Case Popolari e l’edilizia scolastica.
Il problema edilizio divenne drammatico dopo la fine del primo conflitto mondiale, anche a causa dello sviluppo demografico della città. Nacque così nel 1920 l’Istituto Autonomo per le Case Popolari di Civitavecchia, grazie allo sforzo congiunto del Comune di Civitavecchia, della Cassa di Risparmio e della Società Italcementi, che assieme costituirono un fondo di 235.000 lire. Francesco Cinciari portò il problema della casa in seno al Comune provvedendo alla costruzione di fabbricati in via XVI Settembre, via Buonarroti e di sei casette economiche in via del Prato e via Bernini. Il tutto costò 1.179.233 lire e fu venduto all’Istituto Autonomo nel 1926 per 1.293.000 lire. L’Istituto poté in tal modo continuare la sua opera e contrarre mutui. Così fu realizzato il fabbricato di via Cencelle e si iniziò la costruzione di tre fabbricati in via XVI Settembre. In seguito l’Istituto iniziò la costruzione di otto fabbricati a schiera su viale Baccelli e, sempre su viale Baccelli, fu costruito un fabbricato per gli ex combattenti da riscattarsi, da parte degli stessi, in un ventennio. Osservando i grafici, si può constatare l’incremento edilizio della città dovuto in larga parte all’attività di questo ente. Notiamo infatti che dai 64 vani IACP del 1922 (per un importo di 519.270 lire) si giunse nel 1930 a 818 vani (per un importo di 6.404.391 lire). Malgrado ciò le case costruite erano assolutamente insufficienti alle necessità della popolazione. Occorre dire che le Ferrovie dello Stato costruirono altri fabbricati, ma che anche ciò non risolse il problema. Dobbiamo infine osservare come S. Marinella e Ladispoli conobbero un incremento edilizio superiore, in proporzione, a quello di Civitavecchia. Passando nello specifico al settore dell’edilizia scolastica, tra le due guerre si provvide a costruire un edificio a S. Marinella, uno a Ladispoli e tre a Civitavecchia, due per le scuole primarie e uno per le scuole medie. A tal fine si ricorse a espropriazioni, a un mutuo con la Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali e a un mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti. La spesa complessiva ammontò a 4.090.504 lire: il Comune contribuì per mezzo dei bilanci annuali con la somma di 1.403.504 lire mentre i mutui contratti furono di 2.687.000 lire.
Opere stradali
Durante il ventennio furono pavimentati 9.185 m di strade e piazze per una superficie di 33.160 mq. Nello stesso tempo furono eseguiti 9.165 mq di marciapiedi e furono sistemati cigli stradali per 2.625 m. Il tutto costò al Comune 3.825.177 lire. Scendendo maggiormente nello specifico, dopo la sistemazione di piazza Vittorio Emanuele, il Comune provvide a rinnovare Viale Garibaldi, quindi a creare l’anello che dall’antica Porta Tarquinia si ricongiungeva, attraverso via Vidau e via Risorgimento, alla stazione, con tutte le strade intermedie comprese. Tutto ciò per dare un assetto ordinato al centro della città e migliorarne il transito. Successivamente furono eseguiti lavori anche nelle periferie.
[1] Tutti i dati relativi al piano regolatore sono stati tratti da F. Cinciari, Civitavecchia Fascista, op. cit..
MARIA BONCOMPAGNI
