“AGORA’ SPORTIVA” A CURA DI STEFANO CERVARELLI – DONNA ARBITRO (prima parte)
di STEFANO CERVARELLI ♦
Chi non ricorda i tempi quando il rettangolo verde di un campo di calcio era una “riserva” esclusiva del genere maschile, i tempi quando la presenza delle donne era relegata alla tribuna (dove peraltro non mancava di generare qualche stupore); oppure eroine del giornalismo sportivo – anch’esso considerato attività prettamente maschile – che si cimentavano, nel descrivere e commentare episodi ed avvenimenti la cui capacità d’interpretazione, appunto, apparteneva solo ai maschi?
Tempi lontani, sia nella loro dimensione temporale che in quella prettamente calcistica.
Immagini d’archivio.
La mutazione e direi l’evoluzione dei tempi, dei modi, ha portato le donne ad esser protagoniste di attività che nelle nostre immagini erano di proprietà assoluta degli uomini.
Non voglio certo adesso ripercorre il cammino compiuto dal genere femminile e le battaglie compiute in nome della parità di genere. Ci mancherebbe! So di rivolgermi ad una platea di amici che nella fattispecie hanno molto da insegnarmi.
Quello che però vorrei sottolineare in queste modeste note è il progressivo, seppur lento, raggiungimento di una parità là dove era da noi lontana l’idea che potesse essere raggiunta.
A smentirci è stata proprio la ferrea volontà femminile di cimentarsi nelle attività che, diciamolo, tutti pensavamo di competenza prettamente maschile. Chi di voi pensava ad un arbitro di calcio femmina?
E chi osava pensare che un giorno una donna avrebbe arbitrato una partita ai mondiali?
Anche questa attività trova la sua primaria spiegazionene nel motto: “Perché il maschio sì e la femmina no?”
Giusto!
I primi bagliori dell’invasione femminile nel mondo calcistico l’abbiamo avuti quando sono comparse le prime, magari poche ma c’erano, allenatrici di calcio anche di squadre maschili.
Non è passato molto tempo ed ecco che sullo shermo televisivo appaiono le prime conduttrici di programmi calcistici: chi non ricorda la pioniera Alba Parietti?
Oggi ormai le donne commentatrici di calcio le troviamo in tutte le emittenti e la loro conoscenza di cose calcistiche e competenza, non sorprende più e permette loro di “reggere” la conversazione tecnica con i migliori giocatori internazionali.
Le donne hanno invaso il mondo dello sport come bravissime conduttrici, eccellenti commentatrici ma dei loro ruoli nel mondo sportivo, quello che colpisce di più che ha avuto un impatto non indifferente con la mentalità maschile è stato proprio i fatto che una donna potesse arbitrare una partita di calcio, figuriamoci quando questo è avvenuto nei campionati maschili, poi in serie A, poi a livello mondiale!
Tornate con la mente e le immagini ai ricordi delle partite di pochi decenni fa e ditemi se qualcuno avrebbe potuto credere che un giorno, a dirigere 22 maschietti, a districare situazioni “calde”, a prendere decisioni dalle quali dipendevano le sorti di un match, sarebbe stata una donna?!
Roba da crepar dalle risate!
Una donna che si avventura a tener a bada 22 virgulti che in molte occasioni non mancano di darsele di buona ragione!
Le donne hanno invece dimostrato di saper benissimo essere alterezza dei protagonisti più famosi che dirigevano, senza cedere a timori reverenziali né cedere davanti a plateali simulazoini che la volevano indurre nell’errore pensando di far colpo sulla sensibilità femminile.
Oggi la presenza delle donne arbitro addirittura in un Mondiale non rappresenta più un esperimento sociale, un colpo da palcoscenico.
Non rappresenta neanche un colpo di pubblicità di maerketing da parte della FIFA per dare immagine di modernità alla propria istituzione (orami carente sotto tanti aspetti).
La presenza di donne arbitro è una realtà tecnica consolidata che rivoluziona gli schemi i canoni classici della direzione di gara promuovendo, di conseguenza, nuovi sviluppi e modelli culturali.
Ma, come si dice, “non ci son rose senza spine” ed allora vediamole quali sono le spine che pungono il mondo dell’arbitraggio al femminile.
Ed è proprio il Mondiale in corso (anzi quando uscirà quest’articolo sarà concluso) a metterci davanti un paradosso numerico e simbolico del quale non posso esimere dal parlare.
La cronaca del torneo ha già fatto registrare un evento storico: nella parte iniziale, quella a gironi, due donne hanno diretto, come arbitro centrale, tre partite!
Prima di loro, ai mondiali, tale incombenza era toccata solamente a una donna: la francese Stephanie Frappart, Mondiale 2022.
E’ normale, quindi, a questo punto che una domanda sorga spontanea, quasi antropologica: è illusorio o verosimile che in un futuro non molto distante, una finale dei mondiali maschili possa essere diretta da una donna?
La risposta qualcuno ha detto che si trova soltanto nella clessidra che misura il tempo del cambiamento, e non può essere che così.
Infatti se si guarda ai numeri puri di quest’ultima edizione del Mondiale l’orizzonte per un avvicinamento di genere appare lontano.
Su 170 ufficiali di gara selezionati dalla commissione presieduta da Pierluigi Collina, solo 6 sono donne.
In maniera specifica sono stati: 52 arbitri centrali (di cui solo 2 donne), 88 assistenti arbitrali (3 donne), 30 ufficiali VAR di cui una sola specialista femmina.
6 donne su 170 significa il 3,5% del totale; percentuale ancora nettamente troppo bassa, che fotografa una crescita, ma eccessivamente lenta.
Da notare inoltre che che non ci sono rappresentanti europee sul campo.
Al momento della stesura di questo articolo le donne hanno diretto solo 3 gare sulle 89 giocate fino ad ora.
Alla luce di questi dati l’ipotesi di vedere una donna dirigere la finale del torneo mondiale di calcio appare oggi solo un’illusione di carattere statistico.
Ma fortunatamente lo sport, come altre attività sociali, non cammina solo su binari statistici; si muove guidato dalle storie e dalle competenze.
Di questo ed altro parlerò la prossima volta.
STEFANO CERVARELLI
