Se politica e associazioni di categoria sono assenti,esistono anche forme di autogestione nell’ambito del commercio.
di TULLIO NUNZI ♦
Potrà sembrare una cosa strana e particolare, ma nel momento in cui la politica e le associazioni di categoria sono assenti, esistono anche forme di autogestione nell’ambito del commercio. Partiamo dai dati: in questa città secondo dati Confcommercio, negli ultimi dieci anni hanno chiuso nel centro storico, circa 105 imprese. Dati che rivelano una desertificazione commerciale devastante, dati che in tutte le città sono stati discussi e presentati alla stampa; tutte le città escluso Civitavecchia, dove la Confcommercio locale non ha ritenuto il caso di avviare un incontro con i giornalisti: un atteggiamento incomprensibile. Dati che sono un po’ comuni in tutta Italia, ed evidentemente ci gioca in particolare l’e-commerce; le vendite online rappresentano oltre l’11% dei beni acquistabili e in pochi anni il l’e-commerce ha aumentato il fatturato, passando da 31 a 62 miliardi di euro. Ovvio che sta avvenendo un cambio del tessuto urbano, anche nella composizione delle attività; calano i negozi tradizionali, scompaiono le edicole, veri presidi culturali, ed in particolare calano abbigliamento e calzature – 37%. Riguardo a questi ultimi negozi, gran parte dei bilanci, circa il 30%, sono dati dall’andamento dei saldi. Se i saldi vanno bene i negozi sopravvivono, altrimenti chiudono. In tutta Italia nelle prime due settimane si avviano diverse iniziative a favore delle attività commerciali: disponibilità di parcheggi legati agli acquisti, il trasporto pubblico locale gratuito, l’intensificazione degli eventi, iniziative di animazione urbana, il miglioramento dell’accessibilità ai centri storici. L’apertura di via Cencelle di notte, è stata una forma di protesta perché sia con la vecchia giunta che con la nuova, niente è stato fatto e niente è stato proposto dalle associazioni per i saldi; da cui, ripeto si determina la sopravvivenza dei negozi. Tralascio poi l’importanza dei saldi per quanto riguarda il crocierismo, per l’interesse che gli stranieri hanno nei loro confronti, determinante per un certo tipo di negozi. In assenza della politica e in assenza di proposte concrete che non siano banali appelli, i commercianti di via Cencelle si sono organizzati autonomamente. Aggiungo che i dati della desertificazione, sono sulla falsariga dei dati nazionali, però non si tiene conto che in questa città sbarcano tre milioni e mezzo di persone, e più di trecentomila rimangono, portando benefici ad alberghi, B&B, e ad una parte dei pubblici esercizi. Si aggiunga poi che in gran parte della stragrande maggioranza delle città, si tentano approcci tra associazioni e comuni per contrastare la desertificazione commerciale: attivazione di accordi tra associazioni di categoria e proprietari immobiliari per favorire canoni di locazioni commerciali, rendendo sostenibili costi di affitto per nuove imprese o attività in difficoltà; incentivi fiscali per favorire riaperture, semplificazioni commerciali, patti di cittadinanza. Al momento al di là di ipotesi future, niente è stato fatto, e purtroppo la desertificazione commerciale e’ evidente in vie, un tempo, reputati centrali. La politica ha le sue colpe e i suoi tempi, che non coincidono con quelle delle imprese, ma in questo caso le carenze maggiori le hanno le associazioni di categoria, incapaci di proposte concrete e di incidere sulla politica, incapaci di svolgere il ruolo di corpi intermedi tra associati e politica, come è avvenuto per l‘apertura notturna di via Cencelle. Perché poi tutti si spendono nell’affermare che i negozi, le botteghe, la prossimità, sono un bene comune, il presupposto della coesione sociale, della identità di una città, socialità, sicurezza, lavoro, perché i negozi sono presidi insostituibili al contrasto al degrado, presente purtroppo in alcune zone della città. È qui arriviamo al problema dei problemi, che non riguarda la attuale amministrazione comunale, ma ha attraversato tre amministrazioni: il mercato di piazza Regina Margherita. Prima grande opera di rigenerazione urbana, di ristrutturazione, di recupero di un luogo caro ai Civitavecchiesi, luogo identitario di vita sociale, luogo di incontro, perfetto centro commerciale naturale, ex motore economico della città, si trova dopo 15 (quindici) anni in condizioni tragiche. Non serve addebitare colpe, che sono un po’ di tutta la politica, e degli stessi operatori, o delle associazioni che li rappresentano, o dicono di rappresentarli. Il progetto di ristrutturazione poteva essere l’inizio di un rapporto inclusivo e di dialogo, un modello di gestione partecipata della città: un dialogo con residenti (che da mesi si trovano in situazioni assurde) con gli stessi operatori, con una intera comunità che aspetta la rinascita di un luogo, per alcuni aspetti, laicamente sacro per la nostra identità. Una assemblea pubblica, popolare, un incontro tra cittadini, imprese, istituzioni, avrebbe forse evitato i rischi a cui si sta andando incontro. Perché se dopo 15 anni, dovesse fallire il progetto (oltretutto di una amministrazione passata) si aprirebbe un futuro desolante non solo per gli operatori del mercato ma per lo stesso futuro economico della città. Ribadisco che i tempi della politica sono diversi da quelli delle imprese, però sarebbe un pessimo segnale per il commercio, che, nonostante la desertificazione, continua ad essere il motore della nostra economia, per occupazione, numero di imprese e partecipazione al PIL. Sarebbe bello sapere, se in questi 15 anni, ci siano stati calo di consumi e di clientela, e se di questa si siano avvantaggiati le varie attività, di grande e media distribuzione. A quel punto sarebbe obbligatoria una riflessione delle varie associazioni di categoria (che potrebbero avviare l’indagine) composte nella struttura direttiva in gran parte da media e grande distribuzione, e da cui sono assenti ambulanti, imprese di abbigliamento ed operatori turistici. Parlando di turismo, arriviamo all’altro problema su cui sarebbe necessario intervenire: il turismo crocieristico. A Civitavecchia sta avvenendo quello che spesso ti spiegano nei vari master di economia turistica. Una città che si definisce turistica, è accogliente non solo per turisti e croceristi, ma in particolare per gli stessi cittadini. Ci sono categorie in città che cominciano ad entrare in conflitto con i croceristi. Se andate alla stazione ed intervistate i pendolari delle fasce orarie 7,40 / 9,00 vi parleranno dei crocieristi come di nemici mortali; Se prendete un cittadino che si trova a passare con la macchina in alcune zone, vi dirà peste e corna di bus, taxi ed NCC, che rendono il traffico ingestibile. Certo non voglio addebitare a questa giunta traffico, inadempienze ferroviarie, ed una stazione che spesso raggiunge livelli di assurdo quotidiano. Però sarebbe sufficiente vedere le previsioni per l’andamento del turismo croceristico, per comprendere come non ci sia stata la capacità di prevenire e prevedere quello che sta succedendo, e che succederà. I dati delle crociere sono in espansione da oltre 20 anni e anche per i prossimi anni. Una città con il porto, avrebbe dovuto prevedere un adeguamento ai flussi croceristi, avrebbe dovuto diventare città porto, eliminando barriere, ipotizzando progetti comuni tra porto e città, piani di sviluppo comuni piani regolatori adeguati. Rimaniamo una città con il porto, e poiché quando i problemi non trovano soluzione, (come per i saldi di via Cencelle) rischiamo di avere il porto di Roma come il primo porto europeo, e la città che lo ospita in difficoltà, proprio nel campo economico dove I settore croceristico dovrebbe essere propulsore di ricchezza. Una contraddizione in termini: primo porto croceristico in Europa, e grave sofferenza economica per l’incapacità di intercettare flussi turistici. Diversamente da quello che si dice nei social, le crociere la ricchezza la portano, e tanta, ma rimane in gran parte nel porto. In città crescono forme di alloggio alternativi che si decuplicano, crescono i ristoranti, ma calano i bar per il 25%. Incapacità in questi 20 anni di adeguarsi, riposizionarsi, nel terziario, ma in particolare in qualità urbana, decoro, per milioni di persone che sbarcano. Sarebbe bello conoscere i dati reali delle crociere all’interno del sistema portuale, quanto lavoro portano, quanto personale impiegano, i servizi che utilizzano e quanto questo porti all’economia portuale. Lo stesso dovrebbe essere fatto per la città. Normalmente i dati li danno in una conferenza stampa RTC, ma perché non convocare alla fine della stagione quelli che un tempo si definivano gli” Stati generali del turismo”, invitando allo stesso tavolo, pubblico e privato: sindaci, regione, armatori, Camere di commercio, operatori turistici, ADSP forze sociali, esperti dell’ambiente. Per arrivare a definire un progetto comune e di rilancio, ma in particolare per conoscere i dati di quanto alla città viene dalle crociere. Gli ultimi in mio possesso parlavano di un valore aggiunto di un milione, ma sarebbe utile conoscere il macro dato generale per definire con certezza una cifra certa per quello che si sta chiedendo con legge nazionale: la tassa sul crocierismo. Perché a mio avviso le crociere arricchiscono, ma portano anche problemi di inquinamento e traffico, che in una conferenza fatta di numeri e fati si potrebbe comprendere e definire in modo più chiaro ; si tratterebbe di una novità, di una rottura col passato e la possibilità di un dialogo con ADSP, disponibile nei confronti della città Personalmente penso che passa ogni giorno in città un patrimonio di promozione turistica incredibile: persone che viaggiano e che potrebbero passare, con uno slogan, “da croceristi a turisti “ di un territorio da far conoscere, nel momento in cui sbarcano: giusto che vadano a Roma, però li si può invitare a tornare, facendo conoscere un territorio con patrimonio UNESCO, con un turismo termale, archeologico, marino con un aeroporto adeguato ; insomma un sistema territoriale da poter visitare di nuovo. In questo è necessario un rapporto con ADSP, che a Civitavecchia è sempre stato assente e spesso conflittuale, spesso contrastato, per arrivare ad una visione strategica comune tra porto e città. Credo, per concludere, che sia necessario dopo due anni di Giunta Piendibene un pit stop, un cambio di marcia, una riflessione su due settori determinanti per lo sviluppo di questa città e spesso sottovalutati. Da una gestione quotidiana passare ad una con più visione, lasciare i progetti di giunte precedenti e cominciar ad avere una visione futura, che consideri le imprese del terziario, come “bene comune”, ma con un disegno organico, di sistema che comprenda traffico, sicurezza, parcheggi, urbanistica commerciale, fiscalità, porto, turismo, incentivi etc etc. Una progettualità che cominci a guardare al futuro e con obbiettivi certi, che nei prossimi due anni potrebbero concretizzarsi.
TULLIO NUNZI
