Dal Manierismo cibernetico al Neoumanesimo tecnologico.
di MASSIMO COZZI ♦
Nel suo recente e stimolante intervento intitolato “Simulacro cognitivo”, Marcello Rocchetti ha sollevato una questione fondamentale che ridefinisce il nostro rapporto con le intelligenze artificiali: la macchina non pensa, ma simula il pensiero con una precisione tale, a volte, da ingannarci. Ci troviamo davanti a uno specchio distorto, un’architettura di algoritmi che replica i pattern superficiali della coscienza umana senza possederne l’essenza, la scintilla o l’intenzionalità. Se accettiamo questa premessa – ed è vitale farlo per non cadere in facili misticismi tecnologici – sorge spontanea una domanda in quale epoca culturale ci stiamo addentrando?
La risposta si articola attraverso due punti chiave che ridefiniscono il nostro presente e che, con due neologismi concettuali di mia coniazione, chiamerò: Manierismo cibernetico e Neoumanesimo tecnologico. [Nota]
Nel XVI secolo, i pittori manieristi si rifecero ai canoni del Rinascimento (Raffaello e Michelangelo) e iniziarono a imitarli, esasperandone la tecnica, lo stile e la grazia formale, ma spesso svuotandoli di quella forza (monumentale) espressiva originaria. Come l’Umanesimo quattrocentesco ha rimesso l’uomo al centro dell’universo dopo i dogmi teocentrici del Medioevo, il neoumanesimo tecnologico rimette l’uomo al centro dopo i dogmi del tecnocentrismo o del determinismo tecnologico (l’idea che la tecnologia guidi l’uomo e non viceversa).
Oggi sta accadendo qualcosa di straordinariamente simile nel mondo digitale: quello che possiamo definire Manierismo cibernetico è l’attuale fase storica della produzionealgoritmica. Le IA generative estraggono miliardi di dati prodotti dall’ingegno umano per ricombinarli in forme apparentemente impeccabili: testi fluidi, immagini sbalorditive, codici puliti.
Il Manierismo cibernetico è il trionfo della perfezione formale sulla sostanza; è la macchina che fa il “verso” all’uomo con un virtuosismo tecnico impressionante, ma che rimane, per l’appunto, un simulacro cognitivo. Non c’è sofferenza, non c’è intuizione vissuta, non c’è urgenza espressiva: è una sineddoche culturale – la parte formale che pretende di sostituire il tutto.
Se l’ecosistema digitale rischia di ridursi a una selva di specchi manieristi, dove l’autenticità viene sommersa da una produzione infinita di repliche, come dobbiamo reagire?
Non serve a nulla un luddismo nostalgico o il rifiuto della tecnologia. La vera sfida consiste nel tracciare i confini di un nuovo Rinascimento; è qui che diventa necessario il Neoumanesimo tecnologico. Questo approccio non mette al bando l’algoritmo, ma lo ricolloca nel suo ruolo naturale: quello di strumento. Il Neoumanesimo tecnologico è la postura intellettuale ed etica che rivendica la centralità dell’essere umano nel processo creativo e decisionale.
Significa ricordare che:
– L’empatia non è computabile: la macchina può simulare la comprensione, ma non può sentire.
– L’errore è fecondo: l’errore umano genera deviazioni creative inaspettate, mentre l’errore della macchina è solo un glitch o un’allucinazione statistica.
– La responsabilità rimane dell’uomo: il simulacro non ha coscienza, quindi non ha etica. Le decisioni ultime devono rimanere saldamente nelle mani dell’uomo.
Il neoumanesimo tecnologico non è una proposta rigida, ma un’attitudine, un modo di stare al mondo e di guardare lo sviluppo tecnico; rappresenta un posizionamento attivo. La sua sostenibilità risiede nel fatto che non rifiuta il progresso (evitando il vicolo cieco del luddismo), ma lo orienta ed è sostenibile per tre motivi chiave:
– sostituisce l’allarmismo con la progettualità: invece di limitarsi a dire “l’IA ci ruberà il lavoro” o “il potere delle macchine ci dominerà”, il neoumanesimo tecnologico stabilisce un principio regolatore: la macchina estende il potenziale umano, ma il timone decisionale e creativo resta saldamente in mano all’uomo;
– risponde a un bisogno reale di mercato e della società. Oggi si parla sempre più di Human-in-the-loop (l’uomo nel ciclo di controllo dei sistemi IA) e di etica degli algoritmi. Il neoumanesimo tecnologico offre una cornice filosofica alta a un’esigenza pratica che ingegneri, legislatori e creativi avvertono ogni giorno;
– salva la specificità umana. Rivendicare la centralità nel processo creativo significa riconoscere che l’IA genera per associazione probabilistica, mentre l’uomo crea per urgenza esistenziale, intuizione ed empatia.
L’analisi di Marcello Rocchetti sul simulacro cognitivo ci offre gli occhiali giusti per non lasciarci ipnotizzare dalle magie dell’intelligenza artificiale. Riconoscere il Manierismo cibernetico ci consente di dare il giusto valore alla perfezione formale delle macchine, senza scambiarla per vera sapienza.
Pertanto, la sfida del nostro secolo non è capire se le macchine diventeranno umane, ma impedire che gli umani diventino macchine, appiattendosi su risposte prefigurate e pattern ripetitivi.
Praticare il Neoumanesimo tecnologico significa esattamente questo: usare la massima potenza della tecnica per liberare, e mai sostituire, l’irripetibile unicità dello spirito umano.
Tuttavia, alla luce del dibattito in corso, una domanda si pone con urgenza: quali rischi e/o minacce si nascondono dietro l’IA?
La tesi secondo cui dietro l’IA si nasconde una dinamica di controllo biocapitale e psicopolitico non è affatto bizzarra.
Qual è l’evoluzione, nel tempo, del potere computazionale?
Senza rischiare di cadere nel determinismo tecnologico apocalittico: l’idea che la tecnologia abbia una traiettoria maligna autonoma e inevitabile,è necessario far leva su tre argomenti:
– Il potere computazionale è frammentato, non monolitico e non risiede in un unico “sovrano” o palazzo; è distribuito tra big tech, governi, ma anche comunità open-source, accademici e singoli utenti. Non esiste un “Grande Fratello” unico, ma un campo variegato di interessi culturali, economici e politici.
– La tecnologia è un “ambiente”, non solo un’arma. Se riduciamo l’IA a mero strumento di oppressione, dimentichiamo che essa è diventata l’ecosistema in cui l’umanità si esprime. Dire che è in funzione e/o serve solo all’esercizio del potere significa negare il potenziale di emancipazione (es. accesso alla conoscenza, diagnosi mediche avanzate, coordinamento di risposte ai cambiamenti climatici).
– La fallibilità del controllo algoritmico: i sistemi basati su dati e predizioni falliscono costantemente davanti all’imprevedibilità del comportamento umano. L’essere umano non è un set di dati passivi, l’introduzione di nuove tecnologie genera sempre nuove forme di resistenza, reinterpretazione e contropotere.
Oggi il potere non si esercita più tramite la coercizione fisica (le “società disciplinari” di Foucault), ma tramite la modulazione e la persuasione invisibile (le “società di controllo” di Deleuze).
Il potere, oggi, si manifesta come:
– Monopolio dell’attenzione: controllo dei flussi informativi e dei contesti in cui le persone prendono decisioni.
– Infrastrutturazione della realtà: le grandi piattaforme non ti impongono cosa pensare, ma stabiliscono l’architettura digitale entro cui sei costretto ad agire e pensare.
Il potere manipola il consenso offrendo simulacri formali perfetti e risposte preconfezionate che anestetizzano il pensiero critico.
Il livello tecnologico odierno mette l’umanità davanti a un bivio, profilando due modelli opposti:
Modello A: l’Uomo-Utente (l’appiattimento sul Simulacro); è il modello verso cui spinge la logica del puro dominio computazionale. Un essere umano ridotto a consumatore passivo di risposte generate da algoritmi, che delega la creatività, la memoria e le decisioni etiche alle macchine: è un’umanità che si adatta alla logica binaria del software, perdendo la capacità di abitare il dubbio, l’errore fecondo e la complessità.
Modello B: l’Uomo-Centrico (il Neoumanesimo tecnologico); è il modello alternativo. Qui l’umanità sfrutta l’eccedenza della tecnologia senza farsi assorbire da essa; è il modello in cui il livello tecnologico esistente viene utilizzato per automatizzare il superfluo e il ripetitivo, permettendo all’individuo di riscoprire ciò che lo rende insostituibile: l’intuizione profonda, l’intenzionalità etica, l’empatia non computabile.
Credere che il rischio di una “nuova logica del dominio” insita nel potere computazionale sia già scritto nel futuro del destino della IA è un errore che compie il pessimismo tecnologico. L’IA non è un mezzo di solo ersercizio del potere, a meno che l’uomo non decida di abdicare al proprio ruolo.
Contro il rischio di ridurci a Uomini-Utenti schiacciati dal manierismo cibernetico, la risposta non è la resa, ma l’adozione attiva di un umanesimo tecnologico: una postura intellettuale ed etica che spezza la logica del dominio rivendicando la centralità umana nell’origine e nel fine di ogni processo creativo e decisionale.
[Nota] Manierismo cibernetico: l’imitazione virtousa ma vuota operata dagli algoritmi sui modelli umani. Neoumanesimo tecnologico: l’attitudine intettettuale ed etica di mettere l’uomo al centro dei processi decisionali nell’era delle IA.
MASSIMO COZZI

Per la serie “quanto siamo curiosi”: ho acquistato il saggio del professor Nello Cristianini, Forma Mentis, e per ora mi sono limitato a leggere qualche articolo e recensione a riguardo. Alcuni passaggi me li aspettavo — l’AI che fa progressi inimmaginabili, le potenze di calcolo in crescita esponenziale, eccetera — e il mio accostamento dell’AI a una sorta di “simulacro cognitivo”, proposto in un mio recente articolo su Spaziolibero, insieme ai neologismi coniati da Massimo (“manierismo cibernetico” e “neoumanesimo tecnologico”), mi avevano fatto pensare che potessi concedermi una pausa di riflessione. E invece no.
Cristianini esplora un’evoluzione straordinaria che, a mio avviso, va oltre l’anomalia: la costruzione di macchine intelligenti che non sono state programmate, ma “coltivate” — esattamente come quando si semina qualcosa e poi la pianta cresce da sé. A noi resta solo il compito di annaffiare. E la cosa più sconvolgente è che oggi nessuno — nemmeno chi le ha create — sa davvero cosa accada al loro interno. Queste macchine hanno sviluppato una propria capacità di comprendere il mondo e formulare idee, diventando a tutti gli effetti una forma di intelligenza autonoma e “aliena” rispetto a quella umana. Dovremmo quindi abbandonare l’idea di trovarci semplicemente di fronte a dei “pappagalli stocastici”.
Di più: esplorando l’interno delle reti neurali, i ricercatori (esseri umani, per una volta) hanno scoperto mappe geografiche, concetti astratti e regole che non sono stati programmati dagli sviluppatori, ma che sono emersi spontaneamente durante l’addestramento. Non ci resta che capire, per quanto ci sarà possibile, fino a che punto potremo fidarci di una mente che “pensa” in modo del tutto diverso dalla nostra — e forse sovrumana?
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Più l’architettura delle IA si fa complessa, autonoma e aliena, più la postura dell’uomo deve farsi critica, radicata ed etica. Se la macchina sviluppa logiche proprie, l’uomo non deve inseguirla sul terreno del calcolo imprevedibile, ma deve governarla dal terreno insostituibile dei valori, della coscienza e della scelta morale. La scoperta delle mappe emergenti dimostra semplicemente che l’IA è uno strumento potente, un super cannocchiale puntato sul mondo dei dati, ma il cannocchiale non decide dove guardare, né si commuove per il panorama: quella responsabilità resta, e deve restare, interamente dell’osservatore umano. Il vero pericolo insito nella comparsa di queste mappe spontanee non è che l’IA diventi “troppo intelligente”, ma che l’essere umano, pigramente affascinato da questa intelligenza aliena decida di abdicare. Se iniziamo a credere che l’IA capisca il mondo meglio di noi solo perché ne ha mappato i dati in modo più efficiente, smetteremo di esercitare il dubbio, l’intuito e la responsabilità. Il Neoumanesimo tecnologico risponde a questa sfida con un principio di asimmetria, ma sull’argomento tornerò più approfonditamente.
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