L’ECONOMIA DI CIVITAVECCHIA FRA LE DUE GUERRE MONDIALI – CAPITOLO 4: LE ATTIVITA’ ECONOMICHE (prima parte)

a cura di MARIA BONCOMPAGNI

La pesca

La pesca veniva praticata con differenti sistemi: con reti a strascico trainate da battelli a motore o trainate da battelli a vela dette “paranze”, con le “manaidi” e le “lampare”, con i “tramagli”, con i “palanchi”. Nel periodo tra le due guerre Civitavecchia aveva circa 68 barche a vela. Il pesce veniva pagato ai pescatori 4 lire al kg in media. Per quanto riguarda la pesca meccanica con reti a strascico trainate da battelli a motore abbiamo i seguenti dati: numero di moto-pescherecci 14; prodotto medio per anno solare 382.000 kg. Il pesce pescato in questo modo veniva pagato ai pescatori lire 5 al kg. Le barche per pesca con “manaidi” erano 27 (prodotto annuo 405.000 kg), quelle con “tramagli” 60 (prodotto annuo 36.000 kg), quelle con “lampare” 27 (prodotto annuo 405.000 kg), quelle con i palanchi 10 barche (prodotto annuo 30.000 kg). Il pesce veniva spedito per la maggior parte ai singoli grossisti tramite i Mercati Generali di Roma. La spiaggia romana che si estende dal promontorio Argentario fino a quello Circeo costituisce un ottimo campo di pesca molto battuto dai pescatori. Tuttavia, non tutte le zone sono egualmente favorevoli. I canali più pescosi sono dieci e cioè i seguenti: Canale del Maciottino, a ponente di Montalto dei Castro presso le foci del Chiarone; Canale di “Montalto”, che si estende per circa 4 miglia dalla Torre di Montalto in direzione sud-ovest; Canale “La Sposina”; Canale “Capannelle”, che unisce quello di Montalto con quello della Sposina attraverso il promontorio della Morsa; Canale di “Mezzo”; Canale della “Marta”; Canale del “Mignone”; Canale di “ Furbara”; Canale di “Ladispoli”; Canale di “Fogliano”.

Agricoltura locale

La Maremma romana, di cui faceva parte l’agro di Civitavecchia, comprendeva anche i comuni di Allumiere, Tolfa e Cerveteri. Essa, per le sue caratteristiche omogenee, veniva denominata colle-piano litoraneo di Civitavecchia e si estendeva per 50 km, dalle foci del Mignone a Palidoro. La regione era ed è tuttora eminentemente collinare, con altezze variabili fino a 624 m sul livello del mare; la superficie territoriale, di 27.678 ettari con quella boschiva di 14.700 ettari, è limitata geograficamente ad ovest dal mar Tirreno, a nord dal corso del Mignone, a est dalle prime pendici dei monti Sabatini e a sud dal fosso Vaccinello che sfocia in prossimità di Ladispoli. Allora registrava una popolazione di 45.936 unità con densità di 89 persone per kmq di superficie territoriale e di 166 per kmq di superficie lavorabile, densità tra le più scarse della provincia. Circa i 3/4 degli abitanti dimoravano a Civitavecchia e nelle sue frazioni, il resto nei centri citati. La natura del terreno era varia: a nord-ovest di Civitavecchia, fin sotto Tolfa, si riscontravano per la maggior parte arenarie argillo-calcaree. Nei dintorni di Tolfa e Allumiere si avevano rocce trachitiche, trasformate in alcuni punti in allumite; a nord-est di Tolfa si riscontravano marne grigie e gessose, mentre a nord ovest si aveva un bacino minerario, principalmente di ferro. Presso Cerveteri prevalevano i tufi, mentre lungo il litorale di origine alluvionale-marina si avevano: sabbia, ghiaie, terreni silicei e argillosi; presso Civitavecchia depositi travertinosi di origini marine. Il clima nel complesso è sub-arido. I terreni collinosi, in cattive condizioni di scolo, davano luogo a continue erosioni e a ristagni d’acqua. Ciononostante, la malaria era molto diminuita essendo state effettuate cure igieniche e profilattiche. Le strade di campagna carreggiabili erano poche, poca era l’acqua potabile, pochissime la case coloniche e i ricoveri per il bestiame. Per tali condizioni ambientali e sociali, la coltivazione del grano e l’allevamento brado del bestiame bovino e ovino erano le attività prevalenti e da esse dipendeva l’economia agricola della zona. L’agricoltura era più estensiva che in altre zone: i seminativi interessavano il 48,3% della superficie territoriale; si registrava poi una bassa percentuale di colture legnose specializzate (0,9% vigneto e, ancor meno, oliveto) e una buona estensione di terreni boschivi (26,9%) e pascolivi (19,5%). Riguardo al bestiame vi erano nel periodo di riferimento complessivamente circa 84.690 capi; più precisamente, dal 1908 al 1930 gli ovini raddoppiarono e gli equini aumentarono di 2/5 (cfr. E. Turbati, Rapporti fra proprietà, impresa e manodopera nell’agricoltura italiana, Istituto Nazionale di Economia Agraria, Roma, 1938, Vol. XVIII). La proprietà era molto concentrata: molte infatti erano le proprietà di oltre 500 ettari, occupando complessivamente il 34% dell’area produttiva, mentre le proprietà di piccola estensione erano per lo più raccolte intorno a Civitavecchia. Tuttavia, se la grande proprietà (cioè con reddito imponibile catastale superiore a lire 20.000) era più diffusa, la piccola proprietà aveva un reddito imponibile medio per ettaro tre volte superiore. La proprietà degli Enti era notevole (43%), per lo più di proprietà collettiva (27,6%); scarsissima invece quella degli enti ecclesiastici (0,3%). Gli enti erano quattro: Università di mosceria, agricoltori e possidenti di bestiame di Allumiere, con 5.100 ettari di superficie e reddito annuo di lire 171.502; Associazione agraria di Civitavecchia, con1.495 ettari di superficie e un reddito annuo di lire 47.435; Università di mosceria, agricoltori e possidenti di bestiame di Tolfa, con 7.100 ettari di superficie e reddito annuo di lire 57.842; Università agraria di Tolfa, con 114 ettari di superficie e reddito annuo di lire 3.616. Il sistema di conduzione per queste grandi tenute era in genere estensivo e legato ai sistemi tradizionali locali. Riguardo alla produzione cerealicola molti fattori incidevano negativamente come ad esempio la coltivazione parcellare, praticata dagli utenti dei demani collettivi e in quelle aziende in cui si usava concedere piccoli lotti di terreno a colonia temporanea. Nell’estate del 1925 Mussolini in persona proclamò “la battaglia del grano” allo scopo di far raggiungere all’Italia la piena autosufficienza dall’estero nella produzione di frumento dal momento che le importazioni del grano incidevano pesantemente sul bilancio statale. Furono perciò adottati, da parte degli agricoltori, nuovi e più razionali mezzi tecnici e meccanici di produzione, nonché un largo impiego di concimi chimici, che però impoverirono il suolo. La campagna del grano, molto propagandata, ebbe successo, anche se la riconversione forzata comportò per Civitavecchia e per il suo entroterra ripercussioni negative nella misura in cui furono abbandonate le colture ortofrutticole e l’allevamento del bestiame, attività per le quali il nostro territorio sarebbe maggiormente vocato. I principali proprietari terrieri eseguirono anche opere di bonifica e di risanamento cercando con ciò di ottenere un migliore sfruttamento dei terreni stessi. Nei dintorni di S. Marinella, invece, si verificò una vera e propria trasformazione fondiaria: alla lottizzazione dei terreni concessi ai combattenti, con molte costruzioni rurali, seguirono le trasformazioni delle colline di S. Marinella in vigneti e floricolture.