Hormuz, Trump e il disordine del mondo
di PAOLO POLETTI ♦
Ci sono luoghi che, in certi momenti della storia, diventano interruttori del mondo. Lo Stretto di Hormuz è uno di questi.
La carta geografica ne fa comprendere subito l’importanza: è un passaggio stretto, quasi una fenditura tra l’Iran e la penisola arabica, attraverso il quale transita una parte rilevantissima del petrolio e del gas che alimentano l’economia mondiale. Ma Hormuz è anche qualcosa di più: è il punto nel quale si incrociano la rivalità tra Stati Uniti e Iran, la sicurezza di Israele, la vulnerabilità delle monarchie del Golfo, gli interessi della Cina, la debolezza strategica dell’Europa e la stabilità dei prezzi globali.
Per questo la tregua tra Stati Uniti e Iran non va letta come un episodio regionale. È il termometro di un disordine più ampio. Basta che Hormuz diventi incerto perché la geopolitica entri immediatamente nelle tasche dei cittadini.
La prima cautela, però, è necessaria: non siamo davanti ad un “trattato di pace”: sarebbe eccessivo. Siamo davanti a un memorandum politico, a un accordo provvisorio di riduzione del rischio, a una tregua armata. Un testo che non fonda un ordine, ma prova soltanto a impedire che il disordine precipiti.
Una guerra senza strategia
La crisi iraniana mostra anzitutto il limite della politica di potenza quando non è accompagnata da una vera strategia.
Trump è entrato nella guerra anche perché trascinato dalla pressione israeliana e dalla convinzione, alimentata dal governo Netanyahu, che il regime iraniano fosse vicino al collasso e che un colpo più duro avrebbe potuto produrre rapidamente un cambio di scenario. Era un’illusione. Il regime iraniano è stato colpito, danneggiato, indebolito sul piano economico e infrastrutturale, ma non è crollato. Anzi, ha potuto presentare la propria sopravvivenza come una vittoria politica.
È qui che emerge il primo paradosso. La guerra è stata combattuta in nome del contenimento dell’Iran, ma ha finito per riconoscerne la centralità. Alla fine Teheran non viene trattata soltanto come un problema da neutralizzare, bensì come un interlocutore indispensabile per riaprire Hormuz, discutere il nucleare, contenere Hezbollah e ridurre il rischio di escalation.
Questo non significa che l’Iran abbia vinto davvero. Significa che non ha perso nel modo immaginato dai suoi avversari. E, in politica internazionale, sopravvivere a un’offensiva presentata come decisiva è già una forma di forza.
Ma non si deve rovesciare il giudizio sulla Repubblica islamica, che resta uno dei regimi più oppressivi al mondo: reprime le donne, perseguita gli oppositori, comprime la società civile e continua a negare la legittimità stessa dell’esistenza di Israele. Inoltre, per anni ha finanziato e armato una rete di attori destabilizzanti (proxy) – Hezbollah, Hamas, Houthi e milizie filoiraniane in Iraq e Siria – trasformandoli in strumenti di pressione regionale. Secondo le ricostruzioni disponibili, questo sistema di sostegno avrebbe assorbito fino a 700 milioni di dollari l’anno. Il punto, dunque, non è assolvere Teheran. È l’opposto: proprio un regime di questo tipo, che avrebbe dovuto essere contenuto con lucidità strategica, rischia ora di uscire quasi legittimato da un’azione militare sconsiderata.
La guerra, dunque, non ha prodotto una soluzione ma costi, distruzione, instabilità, danni economici e, infine, un nuovo negoziato. Se l’obiettivo era piegare rapidamente la Repubblica islamica, l’obiettivo è fallito. Se l’obiettivo era costringere Teheran a trattare, il risultato è arrivato, ma al prezzo di riconoscere che nel Golfo non si torna alla normalità senza passare, in un modo o nell’altro, dal consenso iraniano.
Il memorandum e l’asimmetria dell’accordo
Il memorandum in quattordici punti contiene cessazione delle ostilità, rispetto della sovranità, riapertura di Hormuz, negoziato sul nucleare, progressiva revoca delle sanzioni, sblocco di asset congelati, meccanismi di monitoraggio e possibile ratifica finale attraverso il Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Letto nel suo insieme, il testo rivela una forte asimmetria. Le misure immediatamente utili all’Iran – petrolio, fondi, riapertura economica, riconoscimento politico – partono subito o quasi subito. I nodi più difficili – nucleare, ispezioni, missili, milizie, Hezbollah, futuro regime di Hormuz – vengono rinviati alla fase successiva.
Il cuore economico dell’intesa è particolarmente delicato. Tra gli elementi più controversi vi è il fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo dell’Iran. Trump non intende presentarlo come un onere per il contribuente americano. Il paradosso politico, però, è enorme: a finanziare o facilitare il ritorno economico dell’Iran potrebbero essere, direttamente o indirettamente, anche capitali legati alle monarchie del Golfo, cioè Paesi rivali di Teheran, non pienamente coinvolti nelle scelte americane, esposti agli attacchi iraniani e ora chiamati a contribuire alla stabilizzazione del loro principale avversario regionale.
Accanto al grande fondo di ricostruzione vi è poi la partita più immediata degli asset congelati. Teheran punta ad accedere rapidamente a risorse bloccate all’estero, anche attraverso asserite destinazioni a scopi umanitari. Per Washington è un modo per presentare lo sblocco come misura limitata e controllata. Per l’Iran è invece il primo beneficio tangibile della tregua.
La vera posta politica, però, è ancora più ampia: la clausola di rispetto reciproco della sovranità e di non ingerenza vale soprattutto per Washington, perché implica la rinuncia alla prospettiva del cambio di regime per via della forza. Per la Repubblica islamica il guadagno strategico non è soltanto economico. È sopravvivenza riconosciuta.
Hormuz non torna neutrale
La tregua cerca di trasformare Hormuz da strumento di pressione militare a oggetto di regolazione negoziale. Se le navi passano, se l’Iran può esportare almeno una parte del proprio petrolio e se gli Stati Uniti ottengono garanzie sul contenimento del conflitto, il mondo respira. Ma respira solo provvisoriamente.
Il fatto stesso che la riapertura dello Stretto debba essere negoziata con Teheran segnala una discontinuità strategica. Washington resta decisiva, ma non può più considerare la libertà di navigazione come un dato garantito unilateralmente. Hormuz resta una leva iraniana: l’accordo può ripristinare il transito, ma non modifica la geografia né elimina la possibilità che Teheran usi quello spazio come strumento di pressione sull’intero equilibrio regionale.
Anche il linguaggio della riapertura è rivelatore. Non si parla soltanto di libertà di navigazione, ma di autorizzazione al transito. Il messaggio rivolto alle navi – “permesso accordato” – segnala che Teheran intende presentarsi non come semplice Stato rivierasco, ma come autorità di fatto dello Stretto.
La precarietà della riapertura emerge appena la tregua viene messa alla prova. Davanti ai nuovi scontri in Libano, il comando centrale iraniano Khatam al Anbiya ha annunciato la chiusura dello Stretto come “prima misura” di risposta alla violazione degli impegni. Washington ha replicato che l’Iran non controlla Hormuz e che il traffico continua a scorrere sotto vigilanza americana. La riapertura, dunque, non è ancora un fatto stabilizzato, ma un campo di contestazione.
Hormuz non è solo aperto o chiuso. Può essere reso incerto, condizionato, assicurativamente più costoso, politicamente ricattabile. È questo il punto decisivo: anche una riapertura parziale può lasciare dietro di sé una nuova normalità, nella quale il transito non è più percepito come dato naturale, ma come risultato di un equilibrio politico fragile.
Qui emerge uno dei limiti della globalizzazione. Spesso descritta come un fenomeno immateriale fatto di dati, finanza e piattaforme digitali, essa continua invece a poggiare su infrastrutture fisiche: porti, rotte marittime, oleodotti, gasdotti, cavi sottomarini, navi, assicurazioni, flotte militari, sistemi satellitari e reti informatiche. Hormuz appartiene a questa geografia materiale del potere.
Quando lì la temperatura sale, il disordine non resta confinato alla diplomazia: entra nei prezzi, nelle imprese, nei porti, nei bilanci pubblici e nelle tasche dei cittadini.
Il Libano come detonatore
Uno dei punti più fragili della tregua è l’assenza, dal tavolo, di alcuni attori decisivi. L’inclusione del Libano nella cornice dell’intesa non è un dettaglio diplomatico, ma una condizione di efficacia dell’intero memorandum.
Per Teheran la logica è semplice: senza Libano, niente accordo. La Repubblica islamica sostiene di poter trattenere Hezbollah e pretende che Washington dimostri di saper trattenere Israele. Il fronte libanese diventa così il primo vero banco di prova della tregua.
Il primo articolo del memorandum – la fine delle ostilità su tutti i fronti, Libano compreso – è stato infatti il primo a essere messo sotto stress. Per questo non basta proclamare il cessate il fuoco. Serve un meccanismo capace di accertare le violazioni, ricostruire gli incidenti e impedire che ogni scambio di colpi diventi il pretesto per far saltare l’intera intesa.
Qui si apre un paradosso. Se Teheran abbandona il tavolo ogni volta che Israele colpisce in Libano, consegna a Netanyahu un potere di veto sull’intero processo. Ma se resta al tavolo mentre il fronte libanese brucia, rischia di apparire debole davanti ai propri alleati e ai settori più duri del regime.
Il Libano diventa così una trappola negoziale: uscire dai colloqui può far saltare l’accordo; restarci può essere letto come cedimento.
La divergenza tra Stati Uniti e Israele
La crisi mostra anche qualcosa che per anni è rimasto più implicito: gli interessi degli Stati Uniti e quelli dell’attuale governo israeliano non coincidono più automaticamente.
Israele considera l’Iran una minaccia strategica di lungo periodo. Il problema, per Gerusalemme, non è soltanto il nucleare, ma la combinazione tra programma atomico, missili, droni, Hezbollah e proiezione regionale iraniana. Qualunque accordo che riduca la pressione sull’Iran senza neutralizzare questi fattori può essere percepito da Netanyahu come insufficiente.
Washington, però, ha oggi un interesse diverso: stabilizzare Hormuz, contenere il prezzo dell’energia, limitare i danni sull’economia americana e uscire da una guerra che rischia di produrre per Trump costi economici, politici ed elettorali crescenti.
È qui che si apre la divergenza. Netanyahu ha bisogno di poter raccontare una vittoria e di conservare libertà d’azione in Libano. Trump, invece, ha bisogno di uscire dal pasticcio. Può continuare a urlare contro gli alleati, minacciare Teheran, rimproverare Israele e accusare altri di sabotare l’accordo; ma una parte del problema nasce proprio dalla scelta di essersi lasciato trascinare in una guerra senza strategia chiara, senza alleati pienamente informati e senza un piano realistico per il dopo.
Le monarchie del Golfo lo hanno capito bene. Formalmente protette dagli Stati Uniti, si sono ritrovate esposte agli attacchi iraniani, vulnerabili sul piano energetico e infrastrutturale e poi costrette ad assistere a un negoziato USA-Iran che può decidere il futuro del Golfo sopra le loro teste. Sono ricche, ma non pienamente sovrane. Protette, ma non davvero garantite.
In questo quadro, l’attuale governo israeliano diventa un problema sistemico. Non si può negare a Israele il diritto di difendersi, ma la strategia del governo Netanyahu tende a trasformare ogni fronte in guerra permanente, ogni tregua in rischio di cedimento, ogni compromesso in minaccia esistenziale. Così Israele resta militarmente fortissimo, ma politicamente più isolato e sempre più dipendente dagli Stati Uniti.
Il problema non è Israele in quanto tale. È l’idea, oggi dominante nel governo in carica, che la sicurezza possa essere costruita solo attraverso l’espansione continua della pressione militare. Questa linea può produrre successi tattici, ma rischia di impedire qualsiasi stabilizzazione strategica.
Perché il regime iraniano tiene
La guerra non ha rovesciato il regime iraniano anche per una ragione interna molto semplice: l’opposizione esiste, il malessere sociale è profondo, ma non esiste oggi una forza organizzata in grado di trasformare la crisi in alternativa politica.
Le proteste degli ultimi anni hanno mostrato la frattura tra società e potere. La crisi economica, la repressione, l’inflazione e la stanchezza sociale hanno eroso la legittimità della Repubblica islamica. Ma una società stanca e repressa non diventa automaticamente un soggetto politico capace di sostituire il regime.
Anzi, la guerra può produrre l’effetto opposto. Gli apparati che prima erano contestati si presentano come ultimo scudo contro l’aggressione esterna. Il dissenso viene spinto ai margini, delegittimato come connivenza con il nemico, assorbito dall’emergenza patriottica.
Per questo chi immaginava che i bombardamenti potessero accelerare la caduta del regime ha probabilmente ottenuto l’effetto opposto: ha rafforzato la logica securitaria e reso più difficile l’organizzazione dell’opposizione interna.
Il prezzo più alto rischia di pagarlo proprio l’opposizione iraniana. Le donne, gli studenti, i giovani, gli attivisti e tutti coloro che negli ultimi anni hanno sfidato il regime si trovano ora in una posizione ancora più difficile: il potere può presentarsi come difensore della nazione aggredita, qualificare il dissenso come complicità con il nemico e rafforzare gli apparati di sicurezza. Così un regime repressivo e destabilizzante, invece di essere politicamente isolato, può usare la guerra per ricompattare il fronte interno e soffocare più facilmente chi lo contesta.
Il regime, inoltre, può uscire dalla crisi non più moderato, ma più militare. Il peso dei Pasdaran appare determinante. L’accordo può consolidare una Repubblica islamica più pragmatica sul piano economico, ma non meno rigida sul piano politico e regionale. La diplomazia tratta, ma l’apparato rivoluzionario vigila perché quei benefici non siano letti come cedimento.
Il costo americano della guerra
Sarebbe un errore pensare che questa crisi danneggi soltanto l’Iran, l’Europa o le monarchie del Golfo. Danneggia anche gli Stati Uniti.
Il prezzo della benzina, l’inflazione, l’incertezza dei mercati, il costo della protezione militare delle rotte, l’esposizione delle basi americane nel Golfo, la tensione con gli alleati e la spaccatura interna al trumpismo rendono questa guerra politicamente pericolosa per Trump.
Il presidente americano si trova stretto tra due critiche opposte: gli isolazionisti che lo accusano di essersi fatto trascinare in una guerra altrui e i falchi che lo accusano di non aver completato l’opera. Da qui nasce la sua urgenza di uscire dalla crisi rivendicando una vittoria. Ma più Trump urla contro alleati e avversari, più appare evidente il tentativo di spostare altrove le responsabilità di una decisione che ha prodotto costi senza risultati apprezzabili.
Il dato più rivelatore è che le minacce arrivano mentre il negoziato è ancora in corso. Da un lato, l’amministrazione americana prova a tenere aperto il tavolo con Teheran; dall’altro, Trump continua a usare il linguaggio dell’intimidazione, minacciando nuovi attacchi e promettendo conseguenze devastanti in caso di nuova chiusura di Hormuz. È una diplomazia sotto ricatto della propria propaganda: serve a mostrare forza davanti agli elettori, ma rischia di indebolire proprio la fiducia minima necessaria a trasformare una tregua armata in un accordo politico.
C’è poi un altro piano, meno visibile ma decisivo: la fiducia nel potere finanziario americano. Gli Stati Uniti possono congelare fondi, bloccare pagamenti e usare l’accesso al dollaro come strumento di pressione geopolitica. Ma questo potere funziona finché il resto del mondo considera il sistema finanziario americano non solo forte, ma anche prevedibile. Se troppi Paesi cominciassero a pensare che le proprie riserve possano essere bloccate e sbloccate secondo convenienze politiche mutevoli, cercherebbero vie alternative.
Per Washington, dunque, la gestione dei fondi iraniani è delicata: deve servire a tenere in piedi il negoziato con Teheran senza dare l’impressione che il dollaro e i circuiti finanziari controllati dagli Stati Uniti siano strumenti manovrati in modo arbitrario.
Europa e Italia: pagare senza decidere
Per l’Europa, Hormuz dovrebbe suonare come un allarme. Ancora una volta, una crisi decisiva per l’economia europea viene gestita principalmente da altri. Gli Stati Uniti negoziano, l’Iran tratta, le monarchie del Golfo cercano garanzie, la Cina osserva e difende i propri interessi energetici. L’Europa, invece, rischia di subire gli effetti senza incidere sulle cause.
Anche l’eventuale contributo europeo alla sicurezza della navigazione conferma questa marginalità. Le marine europee potrebbero contribuire alla sorveglianza delle rotte o alla protezione del traffico commerciale. Ma la questione decisiva resta politica: se la riapertura di Hormuz dipende da un’intesa tra Stati Uniti, Iran, Oman e attori del Golfo, l’Europa può intervenire solo dentro una cornice diplomatica che non ha costruito e che non governa.
Hormuz ricorda all’Europa che la sovranità non è un concetto astratto, ma una capacità concreta: energia, industria, tecnologia, logistica, difesa e diplomazia. Senza questi strumenti, l’Europa resta esposta a crisi che nascono altrove ma producono effetti immediati sulla sua economia e sulla sua sicurezza.
Per l’Italia, Hormuz non è lontano quanto sembra. Paese manifatturiero, importatore di energia e collocato nel Mediterraneo, l’Italia dipende dalla stabilità delle rotte commerciali ed è vulnerabile agli shock dei prezzi. Ogni crisi nel Golfo arriva, prima o poi, nei porti italiani, nei costi delle imprese, nei bilanci familiari e nella competitività industriale.
Quando si infiamma il Golfo, anche il Mediterraneo ne avverte subito il calore.
Il mondo ha guadagnato tempo
La tregua tra Stati Uniti e Iran dice qualcosa di più generale sul nostro tempo. Viviamo in un mondo nel quale la pace è sempre meno il risultato di grandi architetture multilaterali condivise e sempre più il prodotto di accordi parziali, provvisori, imperfetti, costruiti per evitare il peggio. Siamo nell’epoca della gestione permanente del rischio.
Una tregua imperfetta può avere un valore enorme: fermare un’escalation, riaprire una rotta marittima, ridurre il premio di rischio sull’energia, guadagnare tempo per negoziare ed evitare che un conflitto regionale diventi crisi globale è già molto. Ma non basta.
Perché la tregua di Hormuz si trasformi in un equilibrio stabile occorrono verifiche sul nucleare, gradualità sulle sanzioni, contenimento delle milizie, tutela della libertà di navigazione e una cornice diplomatica più ampia. Occorre soprattutto che gli attori principali smettano di usare la tregua come pausa tattica per preparare la prossima crisi.
La vera lezione strategica è che nessuno esce davvero padrone del campo. L’Iran ottiene riconoscimento e spazio negoziale, ma può consumare il proprio vantaggio se abusa di Hormuz. Gli Stati Uniti restano indispensabili, ma non più onnipotenti. Le monarchie del Golfo cercano nuove garanzie e rischiano di contribuire alla stabilizzazione del loro principale rivale. Israele vede ridursi il rischio immediato di escalation, ma resta esposto alla questione nucleare e alla minaccia di Hezbollah. L’Europa guadagna soprattutto sollievo temporaneo, senza aver realmente inciso sulla costruzione dell’equilibrio.
Trump deve uscire da questo pasticcio perché, se la crisi continua, ne ricaverà soprattutto danni: economici, politici, elettorali e strategici. Netanyahu, invece, può essere tentato di tenere aperto il fronte perché la guerra permanente è diventata parte della sua grammatica politica. Ed è proprio qui che la divergenza tra Washington e Gerusalemme diventa più evidente.
Per ora il mondo non ha ottenuto la pace. Ha guadagnato tempo. Ma il tempo, nel disordine contemporaneo, non è mai neutrale: può servire a costruire un equilibrio o a preparare la prossima esplosione.
PAOLO POLETTI
