“AGORA’ SPORTIVA” A CURA DI STEFANO CERVARELLI – DONNE DISOBBEDIENTI (parte seconda ed ultima)
di STEFANO CERVARELLI ♦
Katherine Switzer aveva vent’anni ed era nata in Germania, figlia di un ufficiale dell’esercito americano.
Era tornata negli Stati Uniti, con la famiglia, quando era ancora piccola; negli States aveva condotto una vita normale, come quella di tante ragazze della buona borghesia ed era entrata al college per studiare letteratura e giornalismo. Però aveva una passione: amava correre, ma questa passione diventava un “difetto” perché lei amava correre le lunghe distanze, in particolare la maratona, cosa assolutamente vietata alle donne fino al 1968 infatti, come già detto, quella specialità non era contemplata, non solo nelle competizioni scolastiche femminili, ma in nessun’altra competizione agonistica riconosciuta ufficialmente.
Katherine faceva parte della squadra di atletica della Siracuse University e dopo aver pazientato un po’ e continuato ad allenarsi correndo chilometri su chilometri, spinta dall’orgoglio e stimolata dall’esempio di Bobbi Gibb, decise che doveva correre anche lei la maratona; ma non di nascosto, come Bobbi, la sua doveva essere una presenza ufficiale. Sì, ma come?
La sua mente partorì un piano la cui realizzazione prevedeva l’aiuto di complici ad iniziare dal suo allenatore che sebbene inizialmente dubbioso, si convinse definitivamente dopo aver visto la sua atleta correre i mitici 42 chilometri in allenamento.
Ma torniamo al piano.
Katherine fece domanda d’iscrizione utilizzando proprio gli accrediti della sua squadra però con una “leggera” dichiarazione falsa: barò sul suo nome.
Sui documenti scrisse e si firmò K. V. Switzer mettendo cioè solo le iniziali. L’organizzazione della maratona di Boston, non si curò di approfondire e verificare il fatto che una donna potesse correre la maratona ed iscriversi ricorrendo a quell’inganno, non sfiorò neanche la mente degli organizzatori.
“C’erano delle regole, e queste regole non consentivano la partecipazione femminile; non c’era, quindi, nessun motivo per dubitare che le regole non venissero rispettate” disse in seguito Will Cloney, presidente del comitato organizzatore, dimostrando grande fiducia nel rispetto delle regole ma poca conoscenza della caparbietà, della forza di volontà delle donne e di cosa può escogitare la capacità diabolica della mente femminile quando vuole qualcosa.
Katherine fu dunque ammessa alla corsa e le venne assegnato il pettorale 261, questo gesto decretava ufficialmente la sua partecipazione alla maratona.
La ragazza “disobbediente” sapeva benissimo che durante la corsa poteva accadere qualcosa di poco piacevole e si premurò anche contro questa evenienza, si fece accompagnare; non corse da sola ma bensì accompagnata da qualcuno che potesse proteggerla. Questa necessità traeva origine anche dal fatto che lei, come Bobbi, avvertiva la necessità e la responsabilità di finire la gara: sentiva che lo doveva a tutto il movimento femminile di atletica.
E chi scelse dunque Katherine per farsi accompagnare nella storica impresa?
Come “body-guard” scelse il suo allenatore Arnie Briggs e il suo fidanzato Tom Miller, giocatore di football americano e specialista nel lancio del martello. I due, per poter essere più vicino a Katherine, si dovettero iscrivere regolarmente alla corsa.
La ragazza, all’inizio, riuscì a nascondersi, confondendosi tra i molti partecipanti, ma quando il gruppo comincio ad assottigliarsi, a sgranarsi, la sua presenza non sfuggì.
Se ne accorse particolarmente un giudice di gara di nome Jock Semple che si precipitò di corsa in mezzo agli atleti urlando con il sangue agli occhi: “Vattene dalla mia corsa e dammi quel numero di gara!”.
Immaginate la scena che ne seguì.
Il giudice era vestito con giacca e cravatta, età non tanto adatta a correre dietro ai maratoneti e per di più era in sovrappeso; nonostante questo riuscì a raggiungere Katherine, cercando più volte di fermarla, la ragazza sebbene a fatica, riuscì a divincolarsi, ma il giudice non demorse e l’afferrò nuovamente per un braccio: oramai era un corpo a corpo. Arnie, l’allenatore, provò a proteggerla ma venne buttato a terra, la cosa però non riuscì con Tom Miller, il giocatore di football e fidanzato di Katherine.
Jack Semple era letteralmente fuori di sé, non sopportava la presenza della ragazza (si seppe poi che in gioventù era stato un corridore di ottimo livello) ma alla fine fu costretto a rinunciare al suo proposito di mettere fuori gara la ragazza che terminò la gara in quattro ore e mezza, mentre Robbi era arrivata un’ora prima.
Katherine, però, essendo regolarmente registrata, finì nell’ordine di classifica: la prima donna a comparire ufficialmente in una gara di maratona.
La Federazione statunitense di atletica leggera non poté far finta di non vedere che una donna era presente nell’ordine di classifica ufficiale di una gara che, per paradosso, la stessa Federazione aveva definito non affrontabile da una donna, adducendo tra l’altro, come già detto nel precedente articolo, addirittura rischi di infertilità.
La prova di Katherne quindi, sebbene di livello tecnico scarso, costituì una svolta enorme in quanto rappresentò l’apertura di una porta nello sport femminile ma sopratutto nei diritti delle donne.
A tale proposito ritengo che bene faremmo ad interessarci maggiormente delle lotte portate avanti dalle atlete per i riconoscimenti dei pari diritti con i loro colleghi maschi.
Ci volle un po’ perché le donne ottenessero la loro presenza ufficiale alla maratona di Boston; questo accadde nel 1972; dopo qualche tempo però iniziarono ad organizzarsi maratone femminili in varie parti del mondo.
Bisogna aspettare il 1984, (edizione di Los Angeles) per vedere la prima maratona femminile alle olimpiadi; la commentatrice di quella gara fu proprio Kartherine Swizzer che, non avendo smesso di correre, aveva portato il suo tempo di percorrenza della maratona dalle iniziali 4 ore e mezza a due ore e 50 minuti, sempre a Boston nel 1975, mentre l’anno precedente aveva vinto la maratona di New York.
Nel 2017, la direzione della maratona di Boston, per ricordare i cinquant’anni della sua corsa, decide di ritirare il pettorale 261; un onore questo che viene concesso a chi, con il suo comportamento sportivo, ha dato lustro alla sua carriera e allo sport.
E Bobbi Gibb? Niente paura, nessuno si è dimenticato della donna che per prima corse, portandola a termine, la maratona, ripetendosi sempre ufficiosamente, l’anno seguente.
Nell’albo d’oro della corsa però Bobbi Gibb risulta vincitrice delle prime tre edizioni femminili.
Comunque il miglior riconoscimento credo che sia stato quello che le ha concesso l’atleta Etiope Atsede Baysa vincitrice della maratona del 2016.
Bobbi era presente a quella gara e Atsede le donò, con riconoscenza per il suo coraggio, il premio destinato alla vincitrice.
STEFANO CERVARELLI

Bel racconto! Il coraggio, la pazzia delle donne senza confini mentali, che bel tributi, Stefano.
Maria Zeno
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