IL CUORE AMARO DELLA CITTA’
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
Resiste nel tempo solo ciò che si fa col cuore.
Se la mia città non ha resistito nel tempo è segno che il cuore celava problemi.
Pallida è l’idea della città che disparve. E disparve perché il piccone di fine Ottocento anelava alla rendita edilizia. E disparve per la mancata ricostruzione post-bellica.
Ecco lo scenario della nostra giovinezza! Come lo vedemmo nel dopoguerra e ci sembrò che la città fosse così da sempre. Era quella la nostra geografia dell’anima, i nostri ricordi, le ombre del nostro passato, la quinta del teatro onirico che i sogni notturni ancora ci rappresentano calati come sono sui vicoli, sulle strade, sulle salite, sulle scalinate, sui marciapiedi, sulle curve, sui cortili, sui palazzi che apparivano al nostro sguardo negli anni della quiete, dopo il tempo del terrore giunto dal cielo.
Vivemmo entro quelle ferite, tra il palazzi lacerati, lungo le strade nuove che cancellavano qualcosa che noi non avremmo mai conosciuto . Eppure, tutto ci sembrava così ordinario, così naturale. Noi calpestavamo un suolo che non era come si mostrava appena dopo pochi anni prima. L’anima antica più non ci apparteneva. Non era quella la città d’un tempo. Lo era e non lo era per la gran parte.
Noi non sapevamo ancora che si sarebbe tradotto in pena quel nostro recinto di vita. Quella pena ci apparve più tardi negli anni maturi quando cominciammo a sapere di quell’anima antica. Iniziò allora la patetica melodia delle mostre, dei racconti, delle celebrazioni, dei filmati. Comparando il presente col passato apparve in tutta evidenza la distonia. Quel porto illustre ricettacolo d’arte mutilato e reso così deprimente da quei grigi vagoni merci che lo attraversavano, la lacerazione delle antiche muraglie romane e rinascimentali, la visione cancellata per chi dal mare avvicina la città, la prima e la seconda strada inghiottite, la chiesa madre coll’altare della patrona, colle insegne delle glorie di mare, con quel campanile a vela, tutto oltraggiato da chi poteva esprimere parola e non lo fece. E poi la Rocca, il Gran Hotel, le mura imponenti del Sangallo, la cittadella papale fortificata. Il cuore amaro della città non permetteva più l’esistenza dell’anima!
E’ a questo punto che sorge tormentosa la domanda: come di paga quel debito di aver mostrato un cuore amaro?
Resiste nel tempo solo ciò che si fa col cuore!
L’anima rapita sollecita la remissione di quel debito. E la remissione si attua solo amando e dunque abitando la città. Ma “abitare” una città è cosa ben diversa dal” vivere” la città.
Si vive la città quando ci si trova infilati dentro, quando si utilizzano i suoi servizi, quando la città è solo luogo di consumo, quando è vista solo come intelaiatura di segni utili per muoversi ed agire. Quando è solo il presente ed futuro prossimo ad interessare. La città diviene in tal senso una sorta di “non luogo”cioè solo spazio organizzato ed il cittadino mero consumatore di spazi e di servizi.
Ma il luogo non è solo spazio organizzato perché è qualcosa che ha a che fare con l’identità culturale. Coi simboli non solo coi segni! E identità significa storia, memoria collettiva. Ed è con il luogo così definito che nasce il concetto di amore.
Si ama perché si ha cura nel custodire il libro di pietra ancora esistente o esistente solo nella memoria storica.
Ne deriva che si può vivere la città ma non per questo abitarla e di converso si può non vivere in essa ma nel contempo abitarla.
Civitavecchia ha avuto un cuore amaro. Per una legge del contrappasso, tuttavia, l’anima del luogo offesa ha risvegliato la memoria. Il trauma ha generato la coscienza: ricostruire sulla carta ciò che il piccone ottocentesco, la bomba del ‘43, la colpevole negligenza ricostruttiva hanno distrutto. Ciò che poteva divenire spazio dell’assenza è stato colmato proteggendolo nella sua verità storica. Le pietre possono essere divelte, abbattute, frantumate, divenire calce ma hanno trovato il modo di “incarnarsi” nella mente e poi nella penna di molti concittadini attraverso storie, mappe, disegni.
Civitavecchia ! Come ebbe a scrivere un suo illustre concittadino del passato: Civitavecchia degna dei suoi destini.
E la speranza è che il destino sia quello di abitare e non solo vivere la città!
CARLO ALBERTO FALZETTI

Civitavecchia città senza ali per chi la valuta non solo col cuore;
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Riflessione stimolante, tematica meritevole di attenzione.
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Caro Carlo, mi hai riportato alla mente ciò che diceva spesso mio padre ( peraltro nato a Resina, ora Ercolano )…con tristezza diceva :” Civitavecchia non è amata né dai Civitavecchiesi né dai “forestieri “. E lui, ormai anziano, girando a volte per il Centro tirava le cartacce etc fuori dalla Fontana di Piazza Leandra per fare quello che lui diceva ” educazione civica”.
Maria Zeno
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Carlo Alberto carissimo, caro presidente della Associazione archeologica
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Carlo Alberto carissimo, caro presidente della Associazione archeologica Centumcellae, come sai e come ho scritto tante volte, non ho mai abitato a Civitavecchia, ci ho soltanto lavorato e me ne ne sono occupato soltanto da certi punti di vista. Nella sede della Soprintendenza a Roma, in via Cavalletti, nel 2019, si è svolta una mostra accompagnata da due convegni dal titolo aperte” l’Anima di Civitavecchia” che vi prendeva una famosa frase di un altro forestiero, il domenicano padre Raimondo Diaccini. Le 25 tavole di quella mostra, peraltro già esposta l’anno prima è quella che io continuo a chiamare l’Infermeria Presidiaria, sono state poi consegnate formalmente e con verbale di consegna all’ufficio urbanistico del Comune per far parte della documentazione di quel Centro sulla storia della città che un programma sovra Comunaale prescrive debba essere allestito nuovamente in quegli uffici. Purtroppo quelle tavole sono scomparse, come è scomparso da quel luogo che è l’antico casale Antonelli nel parco della resistenza, lo stemma della fontana del Vanvitelli di cui ho raccontato ripetutamente la storia e il calco gesso, molto bello, da me recuperato. Purtroppo altri studi, progetti assistiti da finanziamenti, informazioni importanti, idee ripetutamente esposte e tanto altro viene non solo ignorato ma letteralmente respinto, impedendomi addirittura l’assolvimento di precisi doveri istituzionali e sottoponendo a mobbing e rischi per la salute.
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Chi ha conosciuto solo la città postbellica, trovava del tutto naturale utilizzare le rovine del Grand Hotel come campo di pallone o, meglio ancora, considerarle spazio in cui d’estate s’insediava il luna park. E normale e utile il treno cha attraversava la marina, coi binari che attraversavano il viale provocando non di rado qualche caduta di scooter. Nessuno di noi babyboomers si poneva il problema se la città fosse bella o no, era quella la città che abitavamo, il luogo in cui nascevano amicizie, amori, pulsioni morali e politiche. Ascoltavamo senza interesse i vecchi che magnificavano la città di prima: non era la nostra vita; avremmo solo più tardi, con la cultura, conosciuto la città degna dei suoi destini, ma -almeno per quel che mi riguarda- con fredda partecipazione. D’altronde, diceva Proust, ci sono canzonette che sul piano artistico non valgono nulla, ma che possono avere un’importanza enorme nel vissuto di qualcuno.
Ah, come Francesco (I presume), anche per me un certo edificio continua a chiamarsi Infermeria presidiaria: quello sì un luogo del cuore.
Ettore
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Caro Carlo Alberto,
il tuo articolo tocca una corda profonda per chi, come me, è nato a Civitavecchia e continua a sentirla non soltanto come luogo di origine, ma come parte della propria identità.
Hai ragione quando distingui il “vivere” la città dall’“abitarla”. Si può attraversare Civitavecchia, usarne i servizi, consumarne gli spazi, perfino amministrarla o raccontarla, senza davvero abitarla. Abitarla significa invece riconoscerne le ferite, custodirne la memoria, avvertire il peso di ciò che è stato perduto e, proprio per questo, assumersi la responsabilità di salvare ciò che resta, ricostruire ciò che è possibile e, soprattutto, edificare il nuovo su una memoria capace di orientare il futuro.
Aggiungerei però un punto, forse scomodo, ma necessario. Civitavecchia ha certamente subito molto: la cancellazione di parti essenziali della sua forma antica, la violenza della guerra, una ricostruzione spesso incapace di ricucire, una modernità arrivata più come sostituzione che come cura. Ma non possiamo limitarci a raccontarla solo come una città offesa dalla storia. Dobbiamo anche chiederci se, nel tempo, noi civitavecchiesi non siamo diventati troppo spesso più residenti che abitanti: presenti nello spazio urbano, ma non sempre partecipi del suo destino.
Abbiamo atteso che “qualcuno” provvedesse: lo Stato, il Comune, il porto, l’Enel, Roma, un investitore esterno. Abbiamo talvolta vissuto la città come un contenitore di servizi, di occasioni mancate, di lamenti ricorrenti, più che come un bene comune da custodire, pretendere, progettare. Ma una città non rinasce se chi la abita rinuncia alla propria voce e alla propria responsabilità.
La memoria, allora, non deve diventare soltanto rimpianto. Deve trasformarsi in coscienza civile. Non basta ricordare ciò che Civitavecchia è stata, né denunciare ciò che le è stato tolto. Occorre tornare ad abitarla con intelligenza, cura e visione: non come spettatori del suo declino, ma come parte attiva della sua possibile rigenerazione.
Forse il debito di cui parli si paga proprio così: smettendo di aspettare sempre un salvatore esterno e ricostruendo, prima ancora dei luoghi, un sentimento condiviso di appartenenza e responsabilità.
Grazie per questa riflessione, che non consola, ma richiama ciascuno di noi a una forma più esigente di amore per la città.
Paolo Poletti
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