LA CULTURA ED IL SUO VERO FONDAMENTO
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
Volle Davide un giorno di estrema languidezza ritrovare il suo creatore.
Volle Davide un giorno di estrema languidezza ritornare a chi gli aveva dato forma dal marmo bianco dei monti di Carrara secoli prima.
Volle Davide un giorno di estrema languidezza che gli occhi della gente non più tormentassero il suo corpo coi loro sguardi invadenti.
Volle un giorno Davide essere dissolto perché apparisse chi si celava dietro di lui.
E ciò ebbe luogo !
E le forme cominciarono a ritrarsi, e l’aspetto umano svanì e tutto ritornò ad essere blocco geometrico, spigoloso, liscio nella quattro facciate, amorfo come quando, un tempo, la causa efficiente s’avvicinò ad esso sola e trepidante con in mano lo scalpello e la mazza di legno.
Davide ritornò ad essere solo idea, adagiata nella mente del suo autore.
Come il suo creatore s’era ritirato in ombra per dar luogo alla sua opera in cui s’era riconosciuto, così ora lo stesso riappariva nel cono in tutta la sua luce.
Volle così Davide ripercorrere la via a ritroso perché onore fosse dato non all’opera ma all’autore.
Volle così Davide che la decreazione operasse perché la necessità impietosa della materia, la sua pesantezza, la sua gravità cedesse il posto alla sola leggerezza dell’idea.
Volle così Davide che il suo annientarsi rivelasse il vero volto dell’autore così che la verità fosse splendente per tutti.
Volle così Davide “farsi da parte” perché il creatore potesse contemplare la sua opera come sola idea senza la mediazione grave della materia.
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Farsi da parte? Perché?
Il lettore a questo punto potrebbe terminare la sua lettura. La “favoletta” del venerdì è data, che altro ancora?
Capisco che col commentare si corre il rischio di rendere la stranezza ancora più strana. Ma immersi nel mondo che viviamo, penso, che si debba far ricorso a qualcosa di “altro”. Tentare un ritorno alla nostra “vera natura” come descritta da Socrate, Cristo, Budda e tanti altri mistici e filosofi (la maggior parte di essi forniti di semplice e modesta erudizione). Comunque sia procedo senza tante illusioni, per la sola forza inerziale.
Dunque, una frase come quella che segue sembrerebbe essere del tutto incomprensibile. Almeno a prima vista!
“Vedere un paesaggio come quando io non ci sono”.
Il soggetto di quel vedere sono io. Dunque io vedo pur non essendoci.
Ma come è possibile che io veda un paesaggio se io non ci sono?
E’ possibile solo se è “in me” qualcuno a cui rendo possibile il vedere prestando i miei occhi. I miei occhi sono uno strumento che io cedo ad un altro perché lui possa vedere.
Ma quale può essere il motivo che mi spinge a cedere ad altro la mia vista?
Perché quando io vedo, il mondo che vedo è totalmente intenzionato da me e la mia presenza sporca la scena coprendola dei miei sentimenti, rivestendola del mio stato d’animo, proiettando le intenzioni che mi governano in quel preciso momento del vedere. A seconda del mio stato d’animo io vedo il mondo in un certo senso, lo percepisco secondo il mio stato d’animo. Io non vedo “oggettivamente”il mondo, io vedo dal mio punto di osservazione e quel mondo sarà triste, nauseante, preoccupante, minaccioso oppure apparirà lieto, festoso, promettente. Dunque, io cedo il vedere perché il mondo possa essere visto pulito, non più sporcato dal mio stato d’animo, non ingombrato dalla mia presenza. Essere visto come esso è, non come “io lo vedo”.
Ma chi può essere la persona a cui io metto a disposizione la vista? Non può che essere una persona che mi abita. Una persona a cui io do asilo permanente. Questa persona non può che essere il Sé che è in me, che mi abita e che io continuamente ignoro per dar spazio al mio io psicologico.
Pongo in disparte il mio io, come se lo restituissi, e lascio che dal mio abisso emerga il Sé affinché esso possa contemplare ciò che vuole senza la ingombrante presenza delle pulsioni, degli affetti, dei sentimenti che macchiano il mondo che io vedo. Mi pongo in disparte e lascio che il Sé entri in contatto con tutti quegli esseri che il destino mi colloca innanzi. Il Sé può allora vedere in presa diretta ed amare o respingere senza che l’io si intrometta.
Ognuno di noi ha il suo io psichico. Un io che vuole, che desidera, che tenta di prevalere sempre, che anela a distinguersi dall’altro. Ogni io, vedendo il mondo dalla sua prospettiva, frammenta la “ verità in una legione di opinioni. Ma il Sé che ci abita è qualcosa di comune a tutti. Esiste un solo unico Sé, per tutti.
Quando è l’io a dominare la scena noi priviamo al Sé che ci abita il dialogo che lui dovrebbe avere con il mondo.
L’umiltà, cioè il farsi da parte, esatto opposto del mondo che ci circonda fatto di tracotanza, gloria, potere , denaro, egoità, ma anche più semplicemente ignavia, indifferenza, idolatria (politica, scienza, benessere), ha la capacità di permettere questo dialogo che è l’unico modo di far emergere la verità del mondo.
Pensare di avere un credito che deve essere onorato! Questa è la grande illusione, base della ignoranza.
C’è chi pensa che quel credito sia la permanenza della personalità post mortem; c’è chi pensa che quel credito sia la propria importanza nel mondo, il valore dei propri progetti, la propria volontà. Non esiste credito!
Restituire il nostro “io” è la sola cosa che l’uomo, ateo o credente che sia, può fare e ciò non significa per nulla lasciare questo mondo ma viverlo meglio ben sapendo che nulla ci appartiene veramente.
Via, questa, che solo pochissimi possono perseguire. Ma il semplice esserne consapevoli , pur nella impossibilità di fare, è già molto. Significa non ignorare! Comprendere il limite. Questa, solo questa è la cultura!!
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Naturalmente, senza Simone Weil nulla di tutto questo !
CARLO ALBERTO FALZETTI
