“Una piazza viva è una piazza che non ha paura del conflitto”
di VALENTINA DI GENNARO ♦
Ci sono piazze che restano luoghi di passaggio, in cui non ci si ferma, non si abitano, si attraversano velocemente, senza viverle, Quante piazze a Civitavecchia possono essere dette e catalogate come classiche piazze italiane? Però poi ci sono piazze che, a un certo punto, decidono di diventare altro: spazio vissuto, attraversato, discusso, di conflitto. Spazio che smette di essere scenografia e torna ad essere corpo collettivo. È da qui che si può partire, leggendo insieme le traiettorie aperte da Elena Granata in “La città è di per tutti” e “Placemaker”, e lo sguardo critico di Franco La Cecla in “Contro l’urbanistica” e “Contro l’architettura”. Non come testi astratti, dí difficile fruizione, perché poi non lo sono nemmeno, ma come strumenti per interpretare ciò che accade quando una comunità si riappropria dei propri spazi. Li ripensa. E di come decide di gestirli e di farne carne viva della città.
Elena Granata, che ho imparato a leggere e a studiare da pochi anni come occhio critico lucido e sempre attento sulle nuove necessità del vivere lo spazio urbano, si concentra su un punto semplice e radicale: la città non è fatta per essere guardata, ma per essere abitata. Non basta progettare luoghi “belli” o “museali”; serve costruire contesti accessibili, inclusivi, capaci di accogliere differenze e fragilità. La città per tutti è una città che rinuncia all’idea di perfezione e sceglie la complessità: una città che lascia spazio all’imprevisto, all’uso non codificato, alla vita reale.
E qui entra in gioco il placemaking: non un’operazione estetica, ma un processo. Non è l’architetto che “fa” il luogo, ma la comunità che lo trasforma, lo attraversa, lo riscrive. Il luogo prende forma attraverso le relazioni che lo abitano. Siano relazioni sociali, conviviale, di commercio, financo di profitto, non solo di profitto, sicuramente non solo di consumo.
Al contrario, La Cecla mette in guardia da un’architettura che si chiude in se stessa, autoreferenziale, incapace di ascoltare. Un’architettura che produce spazi perfetti ma vuoti, belli ma inospitali. Ma chi decide come interagire con spazi che non chiedono di essere vissuti, ma solo osservati. È una critica che riguarda non solo gli edifici, ma anche il modo in cui pensiamo lo spazio pubblico: troppo spesso progettato dall’alto, troppo poco costruito insieme.
Dentro questo dialogo teorico si inserisce, con forza e concretezza, ciò che è accaduto in Piazza Regina Margherita a Civitavecchia. Non vuole essere una trasformazione calata dall’alto, né un intervento spettacolare. È, piuttosto, un processo di riappropriazione, dopo anni di incuria del verde, del commercio e della vivibilità. Un attraversamento collettivo che vuole restituire alla piazza una funzione che sembrava smarrita: essere spazio comune. Al di là della dolorosa questione del taglio degli alberi di cui nessuno ha gioito. Il progetto è stato modificato, migliorato, ha subito trasformazioni, cambiamenti, non solo prescrizioni della soprintendenza, ma anche la volontà di questa amministrazione di renderlo migliore.
In questi momenti, che siano stati eventi, incontri, presenze diffuse, si è prodotto qualcosa che i libri raccontano, ma che raramente si riesce a vedere con questa chiarezza: la coincidenza tra spazio fisico e spazio sociale. La piazza ha smesso di essere un contenitore e vuole tornare ad essere relazione. È esattamente ciò che Elena Granata definisce “La città di tutti”: uno spazio che non esclude, che non seleziona, che non impone un uso unico. Uno spazio dove possono coesistere tempi diversi, corpi diversi, bisogni diversi. Una piazza che non ha bisogno di essere perfetta per funzionare, ma che funziona proprio perché è attraversata.
E, allo stesso tempo, è la risposta concreta alla critica di La Cecla: contro l’architettura che si impone, si afferma una pratica urbana diversa. Contro lo spazio progettato come oggetto, emerge lo spazio vissuto come processo. C’è, in quello che è accaduto, un elemento che va oltre la dimensione urbanistica: è una questione politica e amministrativa, nel senso più alto del termine. Perché lo spazio pubblico è il primo luogo in cui si misura la qualità della democrazia. Non nelle dichiarazioni, ma nei corpi che possono o non possono abitarlo.
Una piazza viva è una piazza che non ha paura del conflitto, del rumore, della presenza. È una piazza che accetta di non essere neutra, perché sa che la neutralità spesso coincide con l’esclusione.
E allora il punto non è “riqualificare” nel senso tradizionale. Il punto è attivare. Mettere in condizione. Aprire possibilità. Quello che Elena Granata chiama cura dei luoghi non è manutenzione estetica, ma manutenzione delle relazioni. E quello che Franco La Cecla critica non è l’architettura in sé, ma la sua pretesa di sostituirsi alla vita.
Piazza Regina Margherita, in questo senso, diventa un esempio piccolo, ma potente. Non perché sia perfetta, ma perché è stata attraversata. Non perché poteva essere progettata meglio, ma perché vuole essere vissuta di più. E forse è proprio qui che si gioca la partita delle città contemporanee: non nella ricerca di nuovi spazi iconici, ma nella capacità di restituire senso a quelli che già abbiamo. Le piazze non hanno bisogno di essere reinventate. Hanno bisogno di essere restituite.
Ce la faremo?
VALENTINA DI GENNARO

d condivido tutto quello che è stato scritto , ma in un sistema democratico, in un rapporto di dialogo con la città , la ristrutturazione di una piazza che dovrebbe essere il primo momento di rigenerazione urbana, non doveva essere condivisa con la città stessa,residenti,imprenditori, gente, popolo, che quella piazza la vive socialmente, commercialmente,
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si trattava di un progetto della giunta precedente,ovviamente rivisto
diversamente dalla giunta precedente si poteva avviare un percorso di incontri,di confronto con la città .confronto, dialogo che forse avrebbe evitato quello che sta succedendo e avrebbe reso partecipativo un progetto che la città aspetta da 15 anni. Spero che venga fatto per l altro progetto di rigenerazione urbana,come l Italcementi. Ad oggi la città è rimasta a mega alberghi,megaparcheggi e centri commerciali maga
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Questa amministrazione non ha semplicemente imposto un progetto, lo ha cambiato, modificato, ricambiato: ha dialogato con se stessa, con i diversi attori della piazza, con altri enti dello stato, ne è dimostrazione il progetto che, sotto gli occhi di tutti, vede sostanziali modifiche rispetto a quello iniziale. La ripiantumazione dei lecci, le diverse pavimentazioni, le diverse disposizioni delle pensiline, la fontana non c’è più ed è prevista la piantumazione di una palmetta etc etc etc
valentina Di gennaro
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avrai ragione ma da quello che so,da semplice cittadino, con residenti e parte dei commercianti non è stato cosi
ma siccome sarà come dici tu una presentazione pubblica alla cittsb per il primo progetto di rigenerazione urbana poteva essere fatta sulla falsariga di quello che aveva fatto l Adsp ed apprezzata anche dal sindaco
non comprendo però che nonostante incontri modifiche colloqui si rischi il non rispetto dei tempi del pnrr
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Cara Valentina, rispondo alla tua domanda: dobbiamo farcela! Due giorni fa sono passata di là a piedi e la vista mi ha profondamente rattristato, con la mente vedevo altre immagini. Mia nonna abitava a Via Montegrappa, mio nonno paterno aveva un grande banco del pesce al Mercato coperto, mia zia per un periodo ha gestito il bar del Dopolavoro Ferroviario, per cui Piazza Regina Margherita per m è la mia infanzia ed adolescenza. Mia sorella ha un negozio di abbigliamento in Via Mazzini e mio cognato la Libreria lì … quindi anche il.mio presrnte vive in Piazza. Però sono ottimista e voglio pensare che l’attuale soprasotto sia il caos da cui nasce la nuova vita. Lo spero. Troppo triste sarebbe il contrario. Tanta vita porta i Civitavecchiesi in Piazza, tanti come me hanno lì radici e ricordi.
Maria Zeno
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Scusa sono Tullio Nunzi
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sono Tullio Nunzi
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correggo un mio lapsus “da sonno”: mio nonno materno (non paterno) aveva il banco del pesce. Restituiamo ai ricordi la giusta collocazione 🙂 Maria Zeno
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hai ragione Maria e’ il luogo più identitario della città io ci andavo con mia madre per fare acquisti,ma in particolare per incontrare gente,parlare,conoscere.
non ho mai visto per ragioni professionali,un centro commerciale naturale come era il nostro mercato, perfetto nella sua struttura,da adeguare semplicemente ad alcune esigenze del tempo
confido nel tuo ottimosmo
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