Non è solo l’ignoranza a essere pericolosa, ma … “La morte delle competenze”.
di TULLIO NUNZI ♦
Secondo Tom Nichols, politologo e saggista, professore alla Harvard extension school, sta avvenendo nel mondo la “morte delle competenze”, ” arroganza e ferocia nel rifiuto della competenza”, Nichols sostiene che non è solo l’ignoranza a essere pericolosa, ma la convinzione che l’ignoranza valga quanto la competenza. Gli americani ormai considerano l’ignoranza sulla politica pubblica come una virtù.
Come non dare loro ragione quando il Presidente della più grande potenza economica afferma impunemente “io amo gli ignoranti.”
Il problema più rilevante è dovuto al fatto che ormai gran parte delle persone e non soltanto negli Stati Uniti si affida esclusivamente all’oracolo elettronico.
Ad essere sinceri ormai si tratta di una abitudine comune a tutti i paesi del mondo.
È sufficiente andare sui social e rendersi conto che nei vari commenti vengono smentite, criticate persone con anni di studio, dottorati, specializzazioni, competenze, esperienze.
E si va dai vaccini alla sociologia, dalla storia, alla medicina.
L’illusione della competenza?
4 pagine di Wikipedia e si è a posto, si sa tutto.
Sì è portati al limite poi non a comparare le tesi dei vari esperti, ma sceglierne uno, possibilmente più vicino alle proprie idee, che confermi le proprie limitate conoscenze .
In pratica non si mette più in atto quello che una volta, veniva definita revisione storica; anche perché se si crede nella ricerca è ovvio che ci debba anche essere, conseguentemente, una revisione.
Si tratta forse di uno dei lati negativi, insieme a molti altri, più gravi, della Rete, della tecnologia, che però determina il diffondersi di tendenze antiscientifiche, che spesso arrivano persino alla derisione della scienza.
Uno vale uno, ovviamente l’uno vale l’altro, per cui scompare la differenza tra chi sa e chi non sa, che è un tipico atteggiamento del populismo.
Ci troviamo di fronte alla liquidazione di un formato culturale, di un sistema culturale ormai arcaico?
O peggio ci troviamo davanti al rischio di un fascismo digitale (tecnofascismo) con oggettive difficoltà di fermarlo?
Abbiamo festeggiato da poco il 25 aprile data sacra, per ricordare l’antifascismo, la lotta unitaria armata e politica che ci ha portato alla repubblica e ad una costituzione che ci permette una vita democratica sia che vincano coalizioni di destra che di sinistra.
Credo, molti non saranno d’accordo che il fascismo anni 20, mussoliniano gentiliano, per capirci non sia più replicabile. Abbiamo tanti anticorpi democratici, un sistema costituzionale che difficilmente può essere rovesciato dalla nostalgia o da ridicoli nostalgici che hanno fatto danni irreparabili per un trentennio al tessuto democratico .
Io oggi temerei di più tentativi di fascismo alla Palantir, alla Peter Thiel.
Un ricco filosofo politico che si muove tra software civile, intelligence militare e gestione amministrativa che auspica l’affermazione di un realismo tecnologico, ostacolato dalla lentezza della burocrazia anzi della democrazia; pertanto di impedimento allo svilupparsi della tecnologia vista come religione, nuovo, unico sole dell‘avvenire.
Non ho le competenze per dare risposte a questi timori, e spero lo faccia chi conosce il problema, ma ritornando all’inizio, che il Presidente della più grande democrazia affermi pubblicamente “I love the poorly educated ”, un po’ mi impensierisce .
Credo che anche in questo caso ci sia bisogno dell’intervento della politica, che però spesso nei confronti delle competenze conserva atteggiamenti “asfittici”.
TULLIO NUNZI

Quanta verità in ciò che tu dici, Tullio. Il problema non è l’erudizione, il sapere tanto, il curriculum di studi, l’aver letto. Chi è più antipatico del saccente?
Il problema è aver contezza dei propri limiti. E si ha questa capacità solo se hai senso critico. E per averlo devi aver compreso quanto vasto sia il sapere. Un oceano nel quale puoi attingere qualcosa col tuo modesto secchiello. Umiltà deriva da humus, terra. Essere fedeli alla terra e non allo smisurato egocentrismo di chi ignora l’oceano. Vorrei fare riflessioni in tal senso Venerdì. Grazie della esatta e completa analisi.
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andrebbe evidenziato l’effettoDunning Kruger o forse più banalmente leggere Socrate
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Certamente suggerire una distorsione cognitiva o una lettura tipica è cosa buona e giusta. Ma, mi permetto di avanzare un rilievo: fornendo risposta semplice ad un problema complesso non si ricade nel dominio Dunning Kruger?
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sì problema assai complesso riguarda tutto il sistema culturale
ci vorrebbe una Bretton wood culturale rivedere un insieme di regole
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caro Tullio, il problema è molto attuale ed urgente. Permettimi due considerazioni:
ciao, a presto, Giuseppe Pucacco
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Caro Giuseppe credo che a nella politica e anche sinistra si debba cominciare a riflettere su questa carenza e della necessità di osmosi tra i due saperi.
in fondo l’articolo spero che porti a risposte di persone più competenti
io mi reputo in materia un “poorly educated”
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Caro Tullio, il tuo articolo coglie un punto essenziale del nostro tempo: il problema non è soltanto l’ignoranza, che in fondo è una condizione umana sempre rimediabile, ma la perdita della consapevolezza del limite. È quando chi non sa pretende che la propria opinione valga quanto una competenza costruita con anni di studio, metodo, verifica ed esperienza che il discorso pubblico si ammala.
La rete ha reso disponibile una quantità sterminata di informazioni, ma non ha automaticamente prodotto conoscenza. Anzi, spesso ha creato l’illusione opposta: quella per cui una ricerca veloce, qualche pagina letta distrattamente, un video o un post possano sostituire il lavoro lento della comprensione. Qui sta il punto più forte della tua riflessione: non viviamo solo un deficit di sapere, ma una crisi del rapporto tra sapere, autorità e democrazia.
I dati confermano che non si tratta di una preoccupazione astratta. Secondo l’indagine OCSE sulle competenze degli adulti del 2023, in Italia gli adulti tra 16 e 65 anni ottengono punteggi inferiori alla media OCSE in literacy, numeracy e problem solving adattivo: 245 punti in literacy, 244 in numeracy e 231 nel problem solving adattivo. Ancora più significativo: il 35% degli adulti italiani si colloca al livello 1 o inferiore in literacy, contro una media OCSE del 26%; il 35% è al livello 1 o inferiore in numeracy, contro una media OCSE del 25%; e il 46% è al livello 1 o inferiore nel problem solving adattivo, contro una media OCSE del 29%.
Questi numeri dicono una cosa semplice e preoccupante: una parte rilevante della popolazione fatica a maneggiare testi complessi, ragionamenti articolati, dati, tabelle, problemi a più passaggi. In un ecosistema informativo dominato da messaggi rapidi, emotivi e polarizzanti, questa fragilità diventa terreno fertile per semplificazioni, manipolazioni e false certezze.
Il quadro è aggravato dalle competenze digitali. Il Digital Decade Country Report 2024 della Commissione europea segnala che solo il 45,8% della popolazione italiana possiede competenze digitali almeno di base, contro una media europea del 55,6%. Dunque il problema non è solo avere accesso alla rete, ma saperla abitare: valutare le fonti, distinguere evidenza e opinione, riconoscere contenuti manipolati, comprendere le logiche degli algoritmi, non confondere la rapidità della risposta con l’affidabilità della conoscenza.
Anche la disinformazione conferma questa fragilità. Il Flash Eurobarometer 2025 indica che il 66% degli intervistati europei ritiene di essere stato esposto almeno qualche volta a disinformazione o fake news nei sette giorni precedenti. Inoltre, il 36% dichiara di esservi esposto spesso o molto spesso, mentre quasi un terzo degli intervistati non si sente sicuro di saper riconoscere la disinformazione quando la incontra.
Non a caso, il World Economic Forum, nel Global Risks Report 2025, colloca misinformation e disinformation tra i principali rischi di breve periodo, proprio perché erodono fiducia, coesione sociale e qualità della governance.
Questa crisi è ancora più rilevante nell’età dell’intelligenza artificiale. Oggi gli ambienti digitali non si limitano più a ospitare informazioni: le selezionano, le ordinano, le personalizzano, le rendono emotivamente efficaci, talvolta le manipolano. Il cittadino rischia così di trasformarsi progressivamente in utente profilato, raggiunto da messaggi costruiti sulle sue preferenze, sulle sue paure e sulle sue vulnerabilità.
Questa trasformazione era stata in parte intuita già da James Dale Davidson e William Rees-Mogg in The Sovereign Individual, quando nel 1997 ipotizzavano che la rivoluzione digitale avrebbe progressivamente indebolito il modello tradizionale dello Stato-nazione, trasformando l’individuo da cittadino inserito in una comunità politica a soggetto sempre più simile a un cliente: cliente dello Stato, dei servizi, delle piattaforme, delle imprese capaci di organizzare funzioni prima pubbliche. È una visione discutibile nelle sue implicazioni ideologiche, ma straordinariamente anticipatrice nel cogliere un rischio: quando il rapporto politico si riduce a rapporto di servizio, e la cittadinanza a consumo personalizzato, la democrazia perde una parte della sua sostanza.
In questo contesto, l’accesso all’informazione non basta più: occorre la capacità di comprenderla, valutarla, contestualizzarla e sottoporla a verifica.
Per questo la “morte delle competenze” è un problema democratico, non solo culturale. La democrazia non vive soltanto di voto e di procedure; vive della qualità dello spazio pubblico e della capacità dei cittadini di formarsi un giudizio libero, informato e critico. Se muore il rispetto per la competenza, non viene meno soltanto l’autorevolezza degli esperti: si indebolisce la possibilità stessa di discutere razionalmente ciò che riguarda la vita collettiva.
La libertà democratica presuppone infatti una libertà più profonda, che potremmo chiamare libertà cognitiva: la possibilità di formare il proprio giudizio senza essere integralmente condizionati da propaganda, manipolazione, semplificazione algoritmica o conferme personalizzate. Senza questa libertà preliminare, si continua forse a scegliere, ma dentro un ambiente informativo sempre più fragile, polarizzato e manipolabile. È un punto che ho provato a sviluppare anche riflettendo sul rapporto tra AI e democrazia: la democrazia può svuotarsi non solo quando viene formalmente abolita, ma anche quando si impoveriscono le condizioni culturali, morali e cognitive che la rendono possibile.
In questa prospettiva si colloca anche la “teoria del limite” che stiamo elaborando in HAL – Human AI Lab, il centro interdisciplinare dell’Università degli Studi LINK dedicato alle implicazioni umane, sociali, giuridiche e culturali dell’intelligenza artificiale. Il limite non è il contrario dell’innovazione, né il rifugio nostalgico di chi teme il futuro. È, al contrario, la condizione perché l’innovazione resti umana, responsabile e democratica. Il limite serve a impedire che la potenza tecnica si trasformi in dominio; che l’efficienza cancelli il giudizio; che la rapidità sostituisca la comprensione; che l’accesso immediato all’informazione venga confuso con la conoscenza.
Applicata al tema che poni, questa teoria del limite significa una cosa molto semplice: ogni società libera deve riconoscere che non tutto può essere ridotto a opinione, velocità, visibilità o consenso momentaneo. Esiste un limite tra sapere e non sapere; tra critica e delegittimazione; tra dubbio metodico e sospetto permanente; tra uso democratico della tecnologia e abbandono passivo agli automatismi informativi. Superare questi limiti non rende più liberi: rende più vulnerabili.
L’esperto, naturalmente, non deve diventare un sacerdote incontestabile. Anche la competenza va discussa, verificata, resa trasparente, sottoposta a controllo pubblico. Ma il cittadino non può trasformare il legittimo spirito critico nella pretesa che ogni opinione valga quanto una conoscenza fondata. La democrazia non chiede obbedienza agli esperti; chiede però che il confronto si svolga dentro un rapporto corretto con i fatti, con il metodo e con la complessità.
Per questo il tuo richiamo è prezioso. Difendere la competenza non significa difendere una casta. Significa difendere la possibilità stessa di una democrazia adulta: una democrazia nella quale il sapere non sia idolatrato, ma neppure deriso; nella quale l’esperto sia discutibile, ma non delegittimato in quanto tale; nella quale il cittadino non sia suddito della tecnica, ma neppure prigioniero della propria presunzione.
La vera alternativa, allora, non è tra élite e popolo, né tra tecnologia e umanesimo. È tra una società capace di apprendere e una società che scambia la propria disinformazione per libertà. In questo senso, il tuo articolo non è solo una riflessione sull’ignoranza: è un invito a ricostruire il senso del limite, della responsabilità e della competenza come condizioni essenziali della convivenza democratica.
Paolo Poletti
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