“LA GIOSTRA DEI PELLICANI. IL BUIO DALL’IRA”: IL NUOVO CAPITOLO DELLA SAGA. LO SCRITTORE ANGELO SIMONE CANNATÀ INTERVISTA L’AUTORE ERNESTO BERRETTI
a cura di ANGELO SIMONE CANNATÀ ♦
Domanda: Ernesto, vorrei iniziare questa chiacchierata con una domanda che di solito si riserva alla fine, ma la curiosità è troppa: la tua saga ha creato una fortissima attesa tra la pubblicazione del primo volume nel 2022 e oggi. Molti lettori, me compreso, si chiedono: in questo secondo capitolo, Il buio dall’ira, concederai finalmente un po’ di pace ai tuoi personaggi o la ‘giostra’ continuerà a girare inesorabile?

Risposta: “Angelo, sai che in effetti l’ho avvertita questa aspettativa? E non so se quella che ho provato fino ai primi feedback possa definirsi “ansia da prestazione”. Adesso sono felice: la soddisfazione dei primissimi lettori è segno che i miei personaggi sono usciti dalle pagine e hanno condiviso con loro emozioni, paure e speranze allo sbandamento del pregiudizio, alla ricerca di verità necessarie e al constatare l’afrore della vendetta.”
D: Sappiamo che la storia nasce da un incontro reale avvenuto nel 2012 con un clochard sul fiume Mignone. C’è un dato temporale che colpisce: tra quel momento e la pubblicazione del primo volume sono passati ben dieci anni. Una necessità di ‘decantazione’ della storia? Cos’è accaduto in quel lungo decennio di silenzio?
R: “C’è stato studio, confronto, lettura e ancora lettura, scrittura e riscrittura, tanto ascolto, umili domande a personalità della letteratura contemporanea e del teatro e a persone comuni rese speciali dalle proprie competenze. E nel 2018, l’interruzione per l’opportunità a cui non ho rinunciato che ha portato alla pubblicazione di NON NE SAPEVO NIENTE, per Oltre Edizioni, diretto da Diego Zandel.”
D: E nel frattempo? Hai avuto il timore di non riuscire a rendere giustizia al racconto del clochard?
R: “No, no: perciò ci ho messo tanto tempo. Il punto è che io lavoro ancora, l’hai dimenticato? Tornare a casa e trovare le giuste vibrazioni per scrivere non è stato semplice…”
D: Dopo l’uscita del primo volume nel 2022, com’è stato convivere con questa storia per altri quattro anni prima di arrivare a questo nuovo capitolo?
R: “Sono stato felicemente distratto dalle numerose presentazioni in giro per l’Italia. Poi, nel 2025, Francesca Patti, la direttrice di Prospettiva Editrice (di Civitavecchia, nda), ha dato una nuova vita al progetto e ha accolto l’idea di dare continuità alla saga: dalle copertine dei due libri ideate da mio figlio Stefano (unendole si forma un’unica immagine), ai titoli, alla grafica, all’elenco dei personaggi, alla profondità dei dialoghi. Credo che la pubblicazione abbia appena evitato l’aut-aut di mia moglie: «Ora basta: o io o lui!»”
D: Per chi si imbatte oggi per la prima volta nella tua scrittura, ti andrebbe di tracciare il perimetro di questa saga? Come presenteresti la vicenda di Duccio che inizia con Il ricatto dalla Granluce e trova ora il suo compimento ne Il buio dell’ira?
R: “Vedrò di non svelare nulla: «Il giovane Duccio rinuncia alla sua vita per salvare la famiglia, dopo essersi trovato nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. L’illusoria ricerca della “vera” verità gli farà comprendere quanto l’apparenza possa confondere e quanto la voglia di vendetta possa rovinare la vita». Angelo, credimi: grazie ai miei personaggi, mi sono posto anch’io domande profonde, ma non sempre sono riuscito a trovare risposta.”
D: Una su tutte?
R: “Cosa avrei fatto al posto di Duccio?”
D: Nella presentazione del nuovo libro si legge: “La giustizia lo assolve. Il passato no”. Perché per il protagonista, Duccio, la verità dei tribunali sembra non bastare per ritrovare la pace?
R: “Forse perché non sempre la verità corrisponde a quella dei tribunali…”
D: Se nel primo libro il tema centrale era il “ricatto”, qui il sottotitolo mette al centro l’Ira. È un’ira che distrugge o che serve a fare giustizia dove la legge non arriva?
R: “L’ira è la causa del buio che copre le vite dei personaggi e li cambia: Un’allegorica, crudele, giostra.”
D: La storia si muove tra un “Sud di pietra” e un “Nord che non consola”. In che modo questi luoghi influenzano il carattere e le scelte dei tuoi personaggi?
R: “Angelo, «Se Atene piange, Sparta non ride». A buon intenditor…”
D: Scrivi che “la ricerca della propria verità rischia di trasformarsi in ossessione“. In questo secondo capitolo, Duccio corre il rischio di diventare vittima di sé stesso tanto quanto lo è stato della ‘ndrangheta nel primo volume?
R: “Duccio, ma non solo lui. Cos’è la verità, se non l’accettazione della versione della realtà che più ci aggrada? Potenzialmente, tutti potremmo essere ossessionati dalla ricerca della verità. Non trovi?”
D: È affascinante come tu abbia reinterpretato il simbolo del pellicano, trasformandolo da icona religiosa a emblema di un amore umano disposto al sacrificio estremo. In questa tua dilogia, quanto è stato difficile scavare in ‘struggimenti’ così viscerali come l’omertà e la vendetta per metterne a nudo l’anima?
R: “Tanto, ma altrettanto sorprendente.”
D: Nel passaggio da Il ricatto dalla Granluce a questo secondo volume, Il buio dall’ira, quanto sei rimasto ancorato alla testimonianza raccolta sul fiume Mignone e quanto, invece, i personaggi hanno iniziato a camminare da soli? Ti chiedo se, lungo la stesura, i temi del pregiudizio e della rivalsa siano rimasti confinati nei binari che avevi previsto o se abbiano finito per tracciare rotte inaspettate.
R: “Sarò sincero: nulla dei due romanzi è rimasto sui binari che avevo previsto. In origine doveva essere un solo libro, invece… Per ciò, ringrazierò sempre la mia editor, Elisabetta, per avermi aiutato a ‘tirare fuori’ anzicchè ‘tagliare’. I personaggi sono diventati coscienze, emozioni e riflessioni nelle quali potrà specchiarsi solo chi saprà abbandonarsi alla lettura.”
D: Nella dedica sulla mia copia de Il buio dell’ira, conoscendo la mia passione per la scrittura umoristica, hai sottolineato che nel tuo libro non si ride, ma hai poi aggiunto che chi sa farlo con intelligenza può cogliere riflessioni profonde tra le ‘pieghe dell’essere’. Credi che esista, in questa storia così drammatica, un ‘sorriso dell’anima’ capace di offrire un riscatto al dolore dei protagonisti?
R: “Credo che tra i massimi attori drammatici ci siano grandi comici: Totò, Sordi, Manfredi, Gassman, Tognazzi e Troisi. Sono anche convinto che chi sa ridere, e fare ridere, abbia la sensibilità di comprendere che alcune storie sono prive di ‘sorriso dell’anima’ e che, pertanto, è inutile cercarlo. No, in questa storia nessun sorriso potrà riscattare il dolore dei protagonisti. E neanche alleviarlo.”
D: Visto che la domanda che avrebbe dovuto chiudere la nostra intervista me la sono giocata all’inizio, ora vorrei concludere con una curiosità più personale. Spesso si dice che ogni libro sia, in fondo, un’autobiografia mascherata. Al di là dei fatti narrati e dei personaggi della tua dilogia, ti chiedo: cosa c’è di veramente tuo, di Ernesto uomo, nascosto tra i solchi della tua scrittura?
R: “Forse la necessità di riflettere e l’immaginare che ciò possa creare le giuste connessioni per dare risposte rassicuranti. Almeno, rassicuranti. «Sarebbe un sogno?» Può darsi. Ma, in fondo, perché rinunciare al sogno ripudiando il fanciullino che abbiamo dentro, se è lui l’essenza delle proprie origini?”
ANGELO SIMONE CANNATÀ
