LA FRASCHETTA
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
Se, un tempo, esisteva un luogo dove celebrare le virtù del vino e dipoi tutto rinnegare per le iatture ch’esso comportava, questo luogo non poteva che avere nome Bbieda. Nome antico di aspetto medievale prima che il Duce degli italiani lo anticasse ancor di più in Blera.
Un tempo!
E’ a quel tempo che il ricordo approda e fa scaturire questo fugace racconto. Il tempo delle fraschette malfamate e delle comari imbestialite e dei mariti avvinazzati e dei preti onnipresenti negli anfratti delle coscienze tutte. Il tempo nel quale la frasca dell’olivo si maritava col frutto della vite in un avviluppo festoso e fecondo perché emblema della comune nostra terra Madre.
La mala fama della fraschetta era, mugugnavano gli uomini del Paese, giudizio insensato di femmina, anzi rantolo astioso di moglie e, dunque, da tener di poco conto. Affare di uomini veri era magnificare il bicchiere pieno, meta agognata d’una giornata di fatica per chi ancora era in forza, rifugio dalla noia soffocante e scaturigine di patetici ricordi per la vecchia radica bistorta e nocchieruta. Carte, fumo e vino! Sacra triade da far inorridire i pii parrocchiani, tener in guardia i gendarmi, far venire il patema d’animo alle consorti. La mancanza del quarto elemento,la malìa venerea, pratica questa più di fattura cittadina, contribuiva così ad alleggerire il cumulo dei vizi capitali.
S’entrava nel tufaceo tugurio ammantato di nerofumo effuso da un vetusto e malconcio camino che riusciva comunque a far udire ogni dì l’allegro canto del suo focherello. Una folata d’acre tabacco di trinciato toscano ti avvolgeva nell’ accoglierti. Sentivi, varcando la soglia di nenfro, l’acidulo odor del vino versato sui tavolacci o caduto in terra per disattenzione o, ancor più per via d’una mano fin troppo traballante. Udivi, penetrando, il fitto vociare che ogni gruppuscolo generava sovente con il dovuto accanimento.
Il foresto in tana era visto di sbieco, naturalmente. Si sbirciava il suo vestimento e la parlata per individuarne la provenienza. D’un tratto il vocìo diffuso si chetava e tutti gli occhi t’erano addosso.
E tu razzolavi qua e là per trovare dove alloggiare. Ma tutto era colmo, fin troppo colmo di quella gente che ne aveva fatta abituale seconda dimora. Poi qualcheduno tirava ad indovinare per aver colto un qualche tua parola a lui familiare: ma che sete de Citavècchja? E tu, stizzito, rispondevi affermativamente e con la dovuta fierezza. E per converso quel qualcuno proseguiva: ‘A zuppa è bbona, eh? Vene cca! Semo quasi compaesane. Mò po’ te ricconto. Vo’bbèva? Beccò, canaja, dacce da bbève! Fa freddo fora e stò vino rosso è ccallo còme l pìscio. Bbève!! Mèttat’a sseda.
Come le mura di Gerico che al suono delle trombe un dì crollarono, così al suono di quelle parole il muro della diffidenza franava di colpo. Ed era subito fratellanza come solo il vino riesce a fare.
Più il tracannare aveva luogo, più lo stesso metteva in core la voglia di unir il secco al liquido così che si combinava col bere un armonioso triturar di nocchie e noci, un ingurgitar di pan bruscato, pecorino e lonzame del più vario. Ma era la còfana d’alici e cipolle intinte all’olio a farla da padrona. Più ingurgitavi il secco più saliva la voglia d’alzare il gomito. Si azionava così una sorta di perpetuo moto tale da rendere felice l’oste, allegro l’avventore, estasiato l’inatteso ospite. E le parole! Un fiume in piena di racconti, di antiche storie. Un guazzabbujjo di frasi che mano a mano che procedevano nel tempo sempre più calavano di organicità sintattica mescolando il passato col presente e sempre più si mutilavano in termini semantici.
“Ma tu cche ne sae? Sàppicelo! Sentète che ve dico! A mè me chjàmono Zì Fiore ma l mì nome è Fiorello Mantovani. Quanno sò ito ggiù a Citavècchja pe unimme a la banna pe accoppà le fasciste cò le tedesche….Ahooo! Allora me parevo Fraccazzetta da Bagnorea. Quant’anne c’hae? Io a l’età tua me fumavo l guluase. A capito ch’e bestia chèro.
E giù a raccontarmi le gesta partigiane in quel campo di battaglia ch’era la Cassia a Vetralla.
“ Bombardènno pure Bbieda ner giugno der 43. Ce so state che cce sò mmòrte pure. Ma io, èccheme cchì, ll’erba gattiva nun more mae!!”
Nel mentre i racconti si infittivano e s’ammucchiavano contraddicendosi in un groviglio caotico si svolgeva nella sala, ormai appestata di fumi di certa ed incerta origine, una mirabilia che da sempre mi aveva colpito e che inutilmente tentavo di comprendere nelle sue fisicità. Ecco come essa si presentava allo sguardo. Il bicchiere, quale contenitore del liquido vinoso, veniva, dagli avventori, lentamente diretto, col dito mignolo sollevato, verso le labbra pur non avvenendo contatto alcuno. Distava, difatti, l’orlo del contenitore vetroso pochi millimetri dalle mucose ansimanti, comunque permaneva iato tra le due parti. Pur stante in questa posizione, il vino defluiva con decisione nel fondo della gola. L’inclinazione del bicchiere non era tale da permettere di far agire la forza di gravità sul liquido. Dunque: quale forza della Natura permetteva il tutto? Il ssucchijo questa era la risposta degli avventori! Forse, confabulavo fra me e me, entrava in gioco pesantemente la “teoria dei luoghi naturali” che agisce nel mondo sublunare: il vino tende a precipitarsi verso il posto che ad esso compete (cui competit esse). In ogni caso era mirabile come ciò avvenisse e con quale eleganza il “succhio” attraeva il liquido.
Poi arrivava la fine della giornata. La fine era sempre cadenzata da accadimenti regolari e da movimenti che si ripetevano nel tempo con stessa monotonia: il calore della fiamma che non dava più ristoro, le brocche che s’erano vuotate, l’oste esausto che mormorava, qualche corpo supino sulle panche, un assenza di pensiero entrata di forza nelle teste, la stanza che sembrava girellare intorno agli astanti. Passo dopo passo, pencolando, inciampando, barcollando, sobbalzando ad ogni strattone, tentavano, gli avventori, non senza bbiastimà i dovuti e devoti moccoloni, di varcare l’alta soglia della porta per iniziare a stradare.
A casa, dunque!
Valga, giunti a questo punto, premettere un imperativo categorico: vivere ha sempre presentato il suo costo. S’invoca di rimettere i propri debiti ma anche noi dovremmo fare il nostro! Non esiste momento piacevole senza pagamento del dovuto. E non mi riferisco all’oste!
La meta del procedere a zzighezzaghe era, come s’è detto, la propria dimora, se si riusciva nell’intento. Ma chi c’era ad attendere lo strascicante redivivo? Lei!
Chi pijja mojje pijja guae, chi non la pijja nun ce l’ha maee!!
Madama, dietro l’uscio, attendeva ardente col lanzagnolo, arnese questo che serve sì per le tagliatelle ma il cui vero uso è quello di redimere i peccatori, in specie quelli che s’erano andati nuovamente a mbriacà.
Aulici e dolci erano i motteggi che, esalando dal cuore, giungevano alla bocca di chi attendeva il ritorno del naufrago.
“Morammazzato, sei ito mellà!! Si ttè metto le mano addosso te sfragno la capoccia e te fò fa um mese a la Garbatella”. San Vivenzio benedetto, sant Antogno, sant’Armèto, te pozza venì l cacarone.
E così era sempre, giorno dopo giorno, estate ed inverno, colla pioggia e con il sole, lungo il corso antichissimo del Paese, nei fianchi scoscesi a destra o a sinistra della via, lungo le ripe degradanti nei fondovalle. Questa era la vita al ”tempo del non televisore”.
La dolce nenia rivolta alla fraschetta bbiedana volge al fine. Ordunque, come porre termine degnamente alla breve rimembranza?
Sia sufficiente rammentare l’attaccamento che la gente, un tempo, nutriva per la propria vigna. Un amore che rende tristi i sentimenti di oggi. Un fatto che sgorga dalla memoria può dimostrarlo chiaramente.
Cercavo vino da portar via. Scorsi una vignetta promettente. Apostrofai il vignaiuolo chiedendo se c’era del vino da acquistare. Il compare mi squadrò per tutta la mia lunghezza, grugnì sottovoce, scrollò il capo, si avvicinò a passi tardi e lenti. Con l’indice alzato a mò di rampogna profferì parole scoraggianti: Io, stà vigna, me la piscio tutta io!
E mi liquidò per sempre.
. . .
Mi si conceda brevissima nota fonetica della lingua bbiedana. L’occlusiva bilabiale sonora “b”, come avrete notato, è realizzata sempre come intensa sia nella posizione iniziale, sia tra vocali. La fricativa palatiale sonora è resa con “j”. Ma quest’ultimo è vezzo comune del viterbese. Ove abbisogni altro per il lettore sarà mio scrupolo darne dettagliata risposta con eventuali riferimenti bibliografici..
Arrivedèrce.
CARLO ALBERTO FALZETTI

Carissimo Carlo, che nobbile allegria oggi ci sai dare! Avendo io parenti stretti nei “nobili Alberti e acquisiti nei Mantovani!
Una stretta nel ricordo di quella fraschetta che di nascosto e di mattina io frequentavo godendosi un bicchieretto di Sidro!
Per non parlare del prete onnipresente e..delle bbande partigiane…
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Sono Paola Angeloni
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Sane sanissime e schiette risate! Tanta allegria, il vino-anche quello letterario-fa buon sangue.
Maria Zeno
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