A proposito di padri (e figli)

Il presente contributo di Caterina Valchera trae origine e ispirazione dall’articolo Cannibalismo  di Andrea Barbaranelli, apparso su questo blog il 20 aprile scorso.

di CATERINA VALCHERA ♦

Il recente racconto di Andrea Barbaranelli focalizzato sulla figura di un padre, dominatore più che cacciatore, mi ha riportato alla mente un romanzo di Philip Roth dichiaratamente autobiografico (in realtà ogni pagina letteraria, come notava la Woolf lo è) intitolato Patrimonio, una storia vera, in cui il figlio fin dalle prime pagine posa lo sguardo sul padre ottantaseienne che lotta con un tumore al cervello.

La scrittura potente e feroce di Philip costruisce una specie di corpo a corpo instancabile con il vecchio, iniziando dall’ immagine della risonanza in cui “vede” l’ammasso cerebrale paterno e associa per crudele contrasto quell’insieme cellulare a tutto ciò che il padre aveva detto e fatto, alla sua forza e caparbietà, soprattutto, alla sua onnipotenza, da lui subita quando era fanciullo. E ora il “giovanotto” di cinquantasei anni- così lo chiamano i coinquilini dell’ hotel per anziani – intinge la penna, come sempre agrodolce, nel flusso dei ricordi di una vita familiare all’interno della comunità ebraica, anche se la religione era dai Roth vissuta in modo piuttosto blando, ma comunque comprensivo delle canoniche  preghiere nella sinagoga: su tutti si staglia con forza il  padre giovane e volitivo, anaffettivo o quantomeno indisposto all’espressione affettiva verso quello che ironicamente definiva il “figlio scrittore”,  e diventato da vecchio un osservante molto più scrupoloso.

Con lo stesso scrupolo, dopo la morte della moglie, si era liberato di tutti i piccoli feticci da lei accumulati come fossero inutile cianfrusaglia o forse, osserva il cinico figlio, per togliere agli eredi dopo la sua morte il disturbo di fare pulizia. Con una scrittura più agile e diretta rispetto al suo stile abituale, ma senza rinunciare a quei chiarimenti/ delucidazioni con cui accompagna il racconto dei fatti e in cui il processo logico-dimostrativo raggiunge punte di vera maestria, Roth ci porta dentro il  rapporto padri-figli su cui si è espressa tanta letteratura occidentale, in particolar modo quella yiddish, tramata sui motivi dell’autorità vs libertà, del senso di colpa vs riscatto, dell’obbedienza vs l’autonomia e su quello, ancor più caratterizzante, del rispetto verso sé stessi e da parte della comunità. Si focalizza poi sul tema portante e di sapore biblico che dà il titolo al romanzo, cioè quello ereditario.

Philip, che in passato ha sempre detto al padre Herman di voler rinunciare alla sua quota in favore del fratello Sandy che, diversamente da lui ha dei figli, ora si sente defraudato di ciò che gli spetta e desidera la sua parte; la parte accumulata da quel genitore caparbio e risoluto che ora considera un bene legittimo e irrinunciabile. Osserva che spesso nel corso della vita gli era capitato di fare scelte anticonformiste e libertarie, salvo poi vederle intimamente smentite: mi ero rifiutato di permettere che le convenzioni determinassero la mia condotta, solo per imparare, dopo che me ne ero andato per la mia strada, che i miei sentimenti di base erano a volte più convenzionali del mio inflessibile imperativo morale. Parole che suonano come autoironico riconoscimento del super-Io paterno e che sviluppano in seguito un sentimentalismo molto raro in Roth, come quando dichiara che avrebbe voluto per lascito paterno la tazza per la barba che era appartenuta al nonno, una delle tante figure totemiche maschili qui rievocate: i cari morti di un cimitero che sarebbe “pascoliano” nido se su di loro non cadesse la cinica osservazione che erano stati portati lì dalla forza irresistibile di quello che era , in fondo, un caso più improbabile: l’essere vissuti.

Parlare ai morti, stare vicini alla loro terra, toccarla, non diminuisce, anzi aumenta il senso di distanza da loro, la sicurezza che loro sono andati e noi siamo ancora qui.  A Roth, l’ebreo Roth, non deriva alcuna consolazione foscoliana dalla tomba, che piuttosto sigilla l’assoluta casualità dell’esistere e la fatalità del morire. Il dramma della malattia, che si scontra con la determinazione a voler vivere di Herman, stempera la durezza dell’antica relazione padre-figlio: quest’ultimo si scoprirà impegnato con tutte le sue forze ad attenuare le umiliazioni che il vecchio dovrà subire, si sorprenderà con tenerezza capace di giocare senza disgusto con la sua dentiera che tiene in tasca e penserà a loro due come a due clown, per quel mix di sfida, follia e rassegnazione che li ispira nelle parole e nei gesti.

Nel loro resumé esistenziale entrano discorsi (che qui tralascio) sull’antisemitismo e sull’olocausto, sulla fatica e la laboriosità di Herman, ma il cuore di questo romanzo così spudoratamente autobiografico batte alla fine sulla domanda delle domande, tanto banale quanto irrinunciabile: Perché un uomo deve morire? Herman era ancora indispensabile, se non agli altri a sé stesso. Per rispondere Roth ricorre alla metaletteratura, sempre autobiografica, facendo ricordare al padre i propri romanzi scandalosi, tra cui Lamento a Portnoy, scritto da un vecchio scampato all’olocausto. E questo romanzo è il racconto dell’olocausto paterno. Perché lui, così tenace, vitalistico, pieno di voglia di lavorare fino all’ergomania deve morire? Perché ogni vita si chiude con un olocausto di tutto il nostro fare, agire, sentire, costruire materialmente e non. Così accadrà ad Herman e Philip potrà solo restituirgli-secondo uno schema psichico così scopertamente freudiano da far scattare il sospetto dell’ironia – il significato di un suo vecchio sogno che ora interpreta per il vecchio come Il senso del padre: Il sogno mi diceva che se non nei miei libri o nella mia vita, almeno nei miei sogni sarei vissuto in eterno come il figlio piccolo, proprio come lui sarebbe rimasto vivo non soltanto come mio padre ma come il padre, per giudicarmi qualunque cosa io faccia. Non devi dimenticare nulla.

L’imperativo finale è davvero il precipitato psichico di questo memoir così singolare per Roth, perché tutto è semplice, diretto e tutto pare autentico. Il gioco di questo superbo scrittore, esercitato anche con l’aiuto del suo alter ego Nathan Zuckerman, consiste sempre nell’inventare sé stesso, raccontandosi in modo che non si distingua mai il vero dall’immaginato e che anzi, quando dichiara di voler raccontare solo sé stesso,  come accade ne I fatti, ottiene il risultato di apparire fintissimo. Ma è sincero, credo, quando afferma: “Un grande scrittore è tale per le cose che dice e per come le dice, per la quantità di realtà che riesce a raccontare, per la quantità di immaginazione e fantasia che riesce a esprimere, per quanto riesce a spiegare del mondo e per quanto mistero del mondo riesce a far arrivare fino a noi”.

 In sintesi il tuo profilo, narcisista David Kepesh (altro suo eteronimo), innamorato di un solo femminile, la letteratura, senza la quale per te non c’è vera grandezza, conoscenza,  verità.

CATERINA VALCHERA