AMORE IN MAREMMA

di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦

Ad ogni vita compete la stagione degli amori.

 Almeno dovrebbe, se il destino non lo impedisse con la violenza della natura avversa o delle guerre maledette.

Quando l’adolescenza innocente si volge al vigore ed il sangue ribolle alla vista dell’altro sesso; quando è il tempo delle primavere continue;  quando ogni istante è propizio per subire il fremito della passione; quando i sensi sono sempre in guardia pronti a scovar diletto, ovunque esso si trovi. Quando tutto ciò accade è tempo degli amori. Tempo dalla durata dell’attimo perché troppo presto sommerso dagli anni gravi della vita.

Nelle maremme degli acquitrini spazzolati dalle brezze del marino, dei flessuosi manti del biondo grano e dei campi rotati a maggese, negli anni Cinquanta la vita appariva agra più che altrove. Ma non per tutti era così. Per chi aveva la gioventù dalla sua il vivere appariva come in qualsiasi altro luogo.

Mecuccio era il suo nome. Aveva superato i diciotto anni e già da tempo i campi avevano accolto le sue braccia robuste per dar corso alle numerose fatiche che la terra esigeva nel podere paterno assegnato da poco dall’Ente. I muscoli ed i i nervi erano a servizio del lavoro ma la mente, la passione, l’ardore erano fissi sulle tante giovinette dei vari bianchi casali sparsi qua e là nella piana sotto Montauto. 

Mecuccio stava di posta in prima mattina dianzi di principiare il proprio lavoro. Aveva scorto le tracce lungo la campestre che collegava i poderi, il suo e quello della maliziosa e florida Mariuccia, dagli occhi sorridenti e neri. Tracce di scarpe coi tacchi, seppur robusti,  ben distinguibili dalle grosse orme degli scarponi del babbo e della mamma di lei. Le accarezzava, Mecuccio, col dito passandole e ripassandole  lungo tutto il perimetro. Si immaginava il piede che calzava quelle scarpe. Sognava di palpare quei piedi di candida pelle e le gambe che vedeva nella fantasia partire su dritte e sode fino alle solide cosce fermando la mano al vertice di esse. Avvertiva l’odore del sudore della fresca pelle della fanciulla, il sito come lui lo chiamava, e quando la carezza del vento era a favore ed ella lo precedeva accompagnata dai genitori, si fermava d’un tratto per tirar forte di naso al fine di farne salda olfattiva memoria.

La posta! Come si fa per il cignale Mecuccio si metteva in orecchi ad ascoltare la voce della ragazza di lontano e spesso si nascondeva per ore ad osservare le mosse della fanciulla , non certo ignara d’essere osservata, indaffarata a razzolare nell’aia o intenta nelle faccende di casa. Governare il pollame, preparare la broda di mais tritato per la maiala all’ingrasso, asciugare la biancheria sul filo di ferro posto a tramontana.

La biancheria lo attraeva di molto. Di regola andava a sbirciare le mutandine ed il reggiseno appesi al filo. Forse, troppo sovente appese maliziosamente a quel filo! Sapeva distinguere con esperienza la biancheria di lei che sempre gli procurava un amaro per via di quell’odioso sapone di Marsiglia che celava l’intimo effluvio della fanciulla desiderata.

Sognava, agognava, fantasticava di fare l’amore e per dimostrare le sue doti di maschio si immaginava, per dar più forza al desiderio, una falsa ritrosia di lei, una sua voglia malcelata e poi il cedimento finale e la brama e la passione insaziabile e l’esplosione degli istinti quando supini si avvinghiavano tra i fiori di lupinella ed il trifoglio primaverile mentre le lodole frullavano intorno felici. Il sogno spesso sa ben pareggiare con la realtà!

Era abituato, come tutti i campagnoli dell’Ente Maremma degli anni Cinquanta a scoprire l’esperienza del sesso solo attraverso l’accoppiamento degli animali: la monta dei cavalli, del somaro con la somara, del toro con le giumente, del guerro con la scrofa, del gallo con le pollastrelle. L’azione del montare per l’animale da cortile non era di certo l’epilogo di un innocente e cortese gioco d’amore o la parte terminale di uno scambio di sensuali affetti. Al contrario, sembrava un fiero cimento, una violenza, una furia, una esplosione di istinti dove la Natura imponeva con brutalità e spietatezza il suo comandamento di perpetuarsi.

La cavalla, quando avvertiva lo stimolo, manifestava quello in una piena evidenza. L’accorto villano correva a liberare lo stallone rinchiuso nella lunga attesa. “Forza, che la bestia stà spiscettando, è l’ora!” Con voce squarciata e con tale raffinata eleganza chiamava a sé il resto della famiglia perché si facesse tutti squadra! Lo stallone alla vista della “promessa”evidenziava al mondo tutta la sua energia virile. Necessitava essere accorti affinché nulla andasse sprecato. E per garantire al meglio il risultato si “accompagnava”, con perizia, l’instrumento dell’impeto verso la meta finale.  Il ruolo dei due “amanti” non godeva della dovuta simmetria: all’ultimo fiato dell’uno corrispondeva la solida fermezza dell’altra nel sopportare un peso gravoso e disordinato. E non sempre quest’ultima poteva sopportare quel gravame sicché era uso non mettere a risico la salvazione, in specie  delle giovenche, impedendo con un asse di legno posto sotto il ventre un rovinoso crollo in terra. Terminato il rito, con immediatezza un secchio d’acqua fredda veniva gettato addosso alla tribolata femmina per contrarle gli sfinteri ed evitare dannose fuoriuscite che avrebbero compromesso il futuro parto.

Questo narrava la cruda tragicomica esperienza.

Ma per fortuna la femmina del‘uomo sapeva tenere a bada l’irruenza del maschio e pretendeva il lungo allettante corteggiamento. Sicché Mecuccio aveva poco da esigere. Doveva tribolare desiderando ed accontentarsi con tanta fantasia di strapazzarsi in solitario. Là appoggiato al vecchio fontanile mirava il volo degli uccelli e pensava al possibile delirio con la sua sospirata eburnea fanciulla.

 “Prima si va dal babbo a chiedergli la mi mano, poi c’è la promessa, poi c’è da parlar col prete, poi c’è d’andare alla chiesa, poi c’è la festa come si deve, e poi….. E poi si vedrà il da farsi”. A quelle parole il Meco trasaliva. Ma perché tante complicazioni? Perché rendere difficile il naturale?  

Più Mecuccio chiedeva e più non veniva concesso ciò che chiedeva. Eppure intorno a lui tutto sembrava così facile, così naturale. L’occasione per dimostrare tale spontaneità e schiettezza si dette quando le famiglie dei due poderi confinanti, quello di lui e quello di Mariuccia, decisero di far la festa al porco governato in regime di società. Per l’occasione, al fine ci continuare la razza, si decise di procedere anche alla monta dello spavaldo guerro con una giovane maialetta ancora illibata: occasione propizia per dimostrare a Mariuccia la naturalezza di Madre Natura. Ma anche in quel caso la donzella non cambiò l’intenzione e tutto si risolse chetando gli ardori di Mecuccio con la ricca padellaccia fatta con gli scarti golosi della lavorazione iniziata di buona mattina per far salsicce, capocolli e lonze. Terminato il ricco pranzo tutta la comitiva era “avvinata” a dovere. A Mecuccio la testa girava più che mai sicché la passione si prendeva un po’ di meritato riposo, almeno per qualche ora. L’indomani  tutto daccapo!

Ma, ecco che, un giorno, un fulmine a ciel sereno poneva fine a quel tempo degli amori perenni: la cartolina verde oliva con la quale la Patria chiamava a raccolta la gagliarda gioventù. E fu così che Mecuccio partì militar soldato. Al ritorno, dopo due anni, Mariuccia era bella che prena  e di lì a poco il matrimonio, contratto con un “bravo giovinotto” mentre il Meco consumava il suo tempo a sbucciar patate nella cucina del battaglione, avrebbe prodotto  il suo frutto con un bel maschietto paffutello e sorridente.

 La stagione più ardente della vita iniziava a rampollare solo leggiadri ricordi:  quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia…..

Maremma, maremma, tutto in te è sparito oltre che il modo del condur gli antichi ingenui selvaggi amori.

 

CARLO ALBERTO FALZETTI