“AGORA’ SPORTIVA” A CURA DI STEFANO CERVARELLI – IL CALCIO E’ ANCORA SPORT PER GIOVANI?
di STEFANO CERVARELLI ♦
La nazionale di calcio italiana manca per la terza volta consecutiva la qualificazione al campionato mondiale, vedendo così declassato il proprio, già non magnifico, ruolo nell’élite del calcio mondiale; un ruolo che, in tempi a questo punto ormai lontani, era considerato una scontata normalità.
Ovviamente tutti i giornali, le televisioni e gli altri mezzi di comunicazione, nei giorni passati non hanno mancato certo di far sentire, a tal proposito, la loro voce accusando, indicando, ponendo rimedi che, a parere di chi li suggeriva, certamente sarebbero stati risolutivi.
Credo che il problema sia stato letteralmente sviscerato da ogni punto di vista ed in ogni sua prospettiva, in ogni sua piega: problemi tecnici, sociali, economici, dirigenziali, programmatici, nulla è sfuggito alla lente d’ingrandimento dell’opinione pubblica.
Se si dovessero prendere in considerazione le tante proposte avanzate, i prossimi anni i responsabili del nostro calcio dovrebbero passarli allo studio e selezione delle varie soluzioni offerte.
Per mio conto vorrei proporre alla vostra attenzione un tema che ha a che fare con il tanto proclamato “cambio generazionale”, emerso anch’esso dall’ennesima figuraccia della Nazionale.
Si è detto e scritto che nel nostro paese, avvenimento davvero insolito, una generazione è cresciuta
senza l’emozione di vedere l’Italia a un mondiale di calcio, e quindi senza quelle passioni, emozioni, entusiasmi che hanno caratterizzato estati vissute in afose città oppure in accoglienti luoghi di villeggiatura. Certo, estati trascorse tra mare e partite, boschi e gol, le ricordiamo tutti, ma anche questo ricordo è una componente del dubbio sortomi.
Ma siamo poi così sicuri che ai giovani di oggi interessi ancora il calcio?
A questa domanda cercherò di dare una risposta tenendo ben lontana da me la presunzione che sia l’unica che si possa dare: ammesso che ci sia una risposta.
E’ vero.
C’è una generazione (considerando che con i prossimi quattro anni arriveremo a sedici) che non ha mai visto l’Italia ai Mondiali di calcio, l’ultima volta fu nel 2010 quando la nostra presenza non è stata altro che un susseguirsi di brutte figure.
In questo lungo periodo, di bello possiamo ricordare l’europeo 2020-21, una vittoria quella, espressione di un momento di particolare “buona salute”, dove tutto ha funzionato nel modo giusto.
Abbiamo letto tanto di “generazione defraudata” di estati passate a parlare di calcio sulle spiagge, raccogliersi la sera al fresco per assistere alle partite degli azzurri, dei festeggiamenti notturni sventolando bandiere tricolori.
Ebbene a me sembra invece che, dati e percezioni alla mano, a sentire la mancanza di quei momenti estivi siamo stati noi, sì, proprio noi “vecchietti” nostalgici delle prestazioni degli azzurri, noi che rimpiangiamo un mondo perduto, un mondo nel quale eravamo immersi, volenti o nolenti senza accorgerci che oggi i ragazzi si trovano oramai a distanze, oserei dire, siderali dalle nostre emozioni vissute nella colonna sonora di “nottimagiche”.
Perché? Prima di tutto perché non si può sentire la mancanza di quanto non si è mai avuto, mai vissuto, poi perché attualmente i giovani hanno, sportivamente parlando, di meglio e rivolgono la loro attenzione dove vedono entusiasmo, successo, passione.
I ragazzi e le ragazze hanno Sinner, Jkimi, Bez a cui ispirarsi, sembrano quindi essere tramontati i tempi quando nei sogni dei ragazzi, nello spirito di emulazione c’erano i calciatori.
Oggi hanno Paola Egonu, Cecilia Zandalasini, Alessandro Michetto, Mattia Furlani, Nadia Bartoletti, Marco Berzecchi, Zanyab Dosso, Larissa Jacopino.Jannik Sinner, Ragazzi e ragazze poco più grandi di loro e che riflettono l’Italia che rappresentano.
Inoltre hanno anche leggende sportive più mature, Federica Brignone e Sofia Goggia su tutte, atlete capaci di trasmettere ai giovani con l’esempio, come si cade e ci si rialza, come si riesce a reggere una pressione enorme: grande tema questo, nella vita quotidiana di “nativi digitali”.
A questo proposito basterebbe che noi “vecchietti” ci accorgessimo della vitalità esistente in rete, riguardo la ginnastica artistica femminile con Manila Esposito e Alice D’amato, per notare come questo sport abbia conquistato le ragazzine.
Lo sport italiano, mai come in questo momento, offre esempi giovani, vincenti, in cui identificarsi. Allora perché mai chi non l’ha avuto dovrebbe sentire la mancanza di un mondo, peraltro stantio, polveroso, litigioso, noioso, spesso sleale, che da 15 anni non fa che rimuginare gli stessi problemi, sperando nel miracolo di una sera (vincere contro la Bosnia) per nascondere tutto il brutto che ha, ammantandolo di una presenza ai mondiali, conquistata, magari all’ultimo rigore, cosa questa poi neanche accaduta?
Perché a fronte di sport vincenti e soddisfacenti, i giovani dovrebbero sentirsi defraudati di partite giocate in bolge infernali di fischi, con giocatori che simulano, fanno sceneggiate, che pensano principalmente al premio partita e dal livello tecnico scadente e noiose al massimo?
Perché il calcio soffre da tanti anni di problemi senza risolverli, a differenza di altre federazioni.
Iniziamo, per esempio, ad essere forti anche nel baseball, a tal punto che, in una recente manifestazione internazionale, abbiamo battuto Stati Uniti e Portorico, si dirà: “Va bene, ma erano rappresentative formate con giocatori di leghe inferiori” ma ugualmente avveniva prima, e non vincevamo.
Non è giunto forse il momento che il calcio esca da questo arroccamento dovuto alla vecchia e superata credenza di essere lo sport che rappresenta la nazione?
E se ancora si crede questo, non si vede che questa nazione la stiamo rappresentando nel peggiore dei modi? Basterebbe guardare cosa dicono di noi i giornali stranieri.
E’ necessario andare a studiare, cercare, con umiltà, come hanno fa fatto altri sport, soluzioni nuove, regole nuove, avere il coraggio di cambiare; fossilizzarsi nelle proprie convinzioni anche quando queste non danno risultati è veramente inspiegabile.
I futuri dirigenti del nostro calcio dovrebbero prendere atto che il mondo è cambiato, che la rendita derivante dai tempi belli e sulla quale per tanto tempo si è campato, anche con l’aiuto della nostra buona stella, è finito.
Una volta c’era solo il calcio, oggi non più, la concorrenza è aumentata e il calcio non ha saputo adeguarsi ai tempi, convinto di avere sempre un ruolo predominate nello sport nazionale, forse eccedendo nella propria capacità d’attrazione senza rendersi conto che anche questa andava rimodulata sulla nuova dimensione giovanile.
A conclusione di queste poche note voglio dire che la prova della crisi in cui versa il nostro calcio l’abbiamo avuta nella partita Udinese-Como dove tra i 22 giocatori presenti in campo uno solo era italiano!
STEFANO CERVARELLI

Sono pienamente d’accordo! Il calcio sa di vecchi oratori, di campetti e scuole calcio fuori moda.
Io ho l’oratorio davanti casa, ma vedo solo qualche palleggio che sa di allenamento distratto più che di “partita”. I miti sono tramontati con Del Piero, Totti , Maradona e ognuno aggiunga chi più ha amato.Le passioni sono legate alla città che vince ( Napoli per tutte…) più che allo sport in sè.
Io stessa quando vedo le partite, prevalentemente della Nazionale, mi annoio e la passione non somiglia neanche lontanamente a quella di un tempo.Dico un’eresia, firse: sarà “colpa” anche delle scuole calcio che negli anni Ottanta Novanta hanno imperversa? Con un universo di genitori pretenziosi e sempre a bordo campo spesso a litigare. I piccoli dei vecchi oratori le pallonate le prendevano da soli e se le portavano a casa e pure quello era “crescere”.
Maria Zeno
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