USA – Iran Valutazioni geopolitiche. Il cessate il fuoco che non chiude la guerra: il nuovo Golfo tra forza, ricatto e declino del diritto.
di PAOLO POLETTI ♦
Il dialogo diretto tra Stati Uniti e Iran non inaugura la pace, ma una tregua armata e instabile. Hormuz diventa leva di rango, Israele resta un fattore di rischio sistemico, l’opposizione iraniana paga il prezzo della guerra e l’Europa subisce ancora una volta una crisi che non governa.
Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran non chiude la guerra: ne cambia la forma. Dopo quaranta giorni di escalation e il fallimento del primo round negoziale di Islamabad, il Golfo entra in una fase più ambigua e forse più pericolosa: quella di una tregua armata, in cui nessuno ha davvero vinto e nessuno è disposto a cedere sul punto decisivo, cioè il controllo politico di Hormuz. È lì che si misura il nuovo rapporto di forza tra Washington e Teheran. Ed è da lì che si capisce anche chi esce più esposto: l’opposizione iraniana, sacrificata da una guerra che ha irrigidito il regime; le monarchie del Golfo, colpite economicamente e minacciate nel loro status regionale; l’Europa, ancora una volta investita dagli effetti della crisi senza riuscire a determinarne l’esito.
I colloqui di Islamabad non hanno prodotto un nulla di fatto indistinto. Si erano profilate convergenze di massima su cessate il fuoco permanente, sicurezza regionale e perfino ricostruzione umanitaria. Il tavolo si è spezzato sul punto davvero decisivo: non sul contenimento del danno, ma sulla sovranità concreta di Hormuz e sull’ordine del Golfo. È questo il dato nuovo: le parti trovano linguaggi parzialmente comuni sul contenimento dell’escalation, ma non sull’assetto del potere regionale.
C’è poi una novità storica: per la prima volta dal 1979, Stati Uniti e Iran sono tornati a parlarsi ai massimi livelli in modo diretto. Ma proprio questa novità impone prudenza. Al ritorno del dialogo non segue una distensione: arriva dopo una delle più gravi escalation degli ultimi decenni, con minacce americane di devastazione totale, missili, bombardamenti e la chiusura di fatto del principale chokepoint energetico del mondo. Parlarsi è meglio che lanciarsi missili, ma non equivale a una riconciliazione. Segnala piuttosto che la guerra ha raggiunto un costo tale da obbligare i protagonisti a misurare il passo successivo.
I nuovi rapporti di forza non consegnano una vittoria piena né a Washington né a Teheran. Gli Stati Uniti hanno mostrato superiorità militare, ma non hanno ottenuto né il collasso del regime né la neutralizzazione completa della sua capacità di interdizione. L’Iran, a sua volta, esce colpito, economicamente devastato, socialmente provato, ma ancora in piedi e soprattutto in grado di far valere un principio politico fondamentale: nel Golfo non si torna alla normalità senza passare, in un modo o nell’altro, dal suo consenso.
Per questo si può parlare, con cautela ma senza ipocrisie, di un possibile condominio USA-Iran sul Golfo Persico. Non un’intesa paritaria e formale, naturalmente, ma una coabitazione coercitiva. Gli Stati Uniti restano la sola potenza in grado di impedire la chiusura totale di Hormuz e di garantire che il sistema energetico mondiale non precipiti nel caos. L’Iran, però, esce dalla crisi con la pretesa di esercitare un potere di condizionamento sul grado di apertura dello Stretto. Non si tratta più solo di una leva tattica. Teheran cerca di trasformare la capacità di danneggiare in una pretesa di rango: non solo dimostrare che il Golfo non può funzionare senza l’Iran, ma ottenere da questo fatto un riconoscimento implicito del proprio status di potenza regionale.
È qui che si colloca il tema del dazio geopolitico. Se il pedaggio sul transito marittimo si consolidasse, anche solo in forma mascherata, non saremmo più davanti a una semplice pressione militare, ma alla trasformazione del controllo di uno stretto internazionale in rendita politica e fiscale. E gli sviluppi delle ultime ore irrigidiscono ancora il quadro: gli Stati Uniti minacciano interdizione navale e bonifica dello Stretto; l’Iran dispiega forze speciali sulla costa meridionale e continua a rivendicare il controllo operativo della rotta. Hormuz non è più soltanto il centro di una disputa negoziale: è il teatro di una competizione militare e giuridica sulla sovranità dei flussi.
Le ultime dichiarazioni di Trump confermano questo irrigidimento: Washington non presenta più Hormuz soltanto come snodo della libertà di navigazione, ma come linea di confronto strategico da riportare sotto controllo anche con strumenti di interdizione navale. Sullo sfondo resta il secondo nodo che ha fatto saltare Islamabad, cioè il rifiuto iraniano di rinunciare alle proprie scorte di uranio arricchito, mentre il contatto tra Putin e Pezeshkian segnala che anche Mosca intende restare dentro la partita del dopo-crisi.
Le monarchie del Golfo si trovano così nella posizione più scomoda. Sono formalmente protette dagli Stati Uniti, ma strategicamente smentite dai fatti. Temono l’Iran, ma non possono desiderarne il collasso caotico. Hanno bisogno dell’ombrello americano, ma vedono che esso non basta a impedire né la militarizzazione dei flussi né la negoziazione bilaterale tra Washington e Teheran sulle loro teste. Il punto è che un eventuale accordo USA-Iran sarebbe per loro accettabile solo se non si traducesse nella certificazione di una loro subordinazione strategica a Teheran. Non basta dunque fermare la guerra: bisogna evitare che la pace assuma la forma di una resa araba a una nuova centralità iraniana.
Accanto a questo si apre anche uno spazio nuovo per il Pakistan, che non si limita a ospitare il negoziato, ma prova ad accreditarsi come mediatore onesto e come “potenza media”. È un dettaglio solo in apparenza marginale: le crisi non ridisegnano soltanto i rapporti tra grandi potenze, ma aprono margini anche per attori che cercano nello status di mediatore un moltiplicatore di influenza.
Il dato forse più amaro arriva però dall’interno dell’Iran. È verosimile che nel Paese esista una maggioranza sociale ostile o comunque estranea al regime. Eppure, la guerra, come spesso accade, ha finito per rafforzare proprio ciò che voleva indebolire. Le testimonianze delle oppositrici al regime sono illuminanti: Gazaleh, giovane donna della generazione di “Donna, Vita, Libertà”, ha ammesso di aver sperato per un momento che la guerra potesse aiutare la caduta del potere, ma conclude che “il peggiore degli scenari si è realizzato”. Pouran Nazemi ha detto che Trump “non ci ha affatto aiutato” e che saranno gli iraniani, non le bombe straniere, a tornare in piazza per rovesciare il regime. Sono parole decisive, perché vengono da chi odia il regime, non da chi lo difende. E mostrano che l’intervento esterno ha finito per comprimere il dissenso invece di liberarlo.
Non è neppure detto che il regime sopravviva nella stessa forma in cui è entrato in guerra. Una delle ipotesi più plausibili è che la Repubblica islamica esca dal conflitto meno clericale e più militarizzata: meno centrata sul compromesso interno tra apparati religiosi e più dominata dai Pasdaran e da una nuova generazione di quadri securitari. In questo caso la guerra non avrebbe soltanto salvato il regime; ne avrebbe accelerato la trasformazione in una struttura di potere ancora più dura, più centralizzata e più impermeabile alla società.
Su questo punto si colloca anche il caso Netanyahu. È stato lui a spingere Trump, almeno due volte, verso scelte che hanno aggravato il problema invece di risolverlo. La prima nel 2018, quando la pressione israeliana contro il JCPOA (l’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015 tra Iran, Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, Germania e Unione europea) si saldò con la decisione di Trump di uscirne, smantellando un meccanismo imperfetto ma reale di contenimento e verifica. La seconda è oggi: l’illusione che l’Iran fosse “maturo” per un cambio di regime rapido, nonostante valutazioni di intelligence indicassero il contrario. In entrambi i casi Netanyahu ha spinto Washington verso scorciatoie massimaliste presentate come soluzioni definitive e rivelatesi invece moltiplicatori di instabilità.
Ma la responsabilità di Trump non è minore. Un presidente che si lascia convincere due volte sul dossier iraniano contro l’evidenza dei fatti non è solo vittima di un alleato abile; è anche un leader predisposto a credere a ciò che conferma i propri impulsi. E questa creduloneria è stata aggravata da una progressiva selezione negativa del personale politico: figure sempre più allineate, compiacenti o inadeguate, spazi di contraddittorio sempre più ridotti. In un sistema decisionale così impoverito, le intuizioni del presidente finiscono per contare più delle analisi e la propaganda più della strategia.
Trump, però, non è solo il presidente irretito da Netanyahu. È anche il leader che oggi ha più fretta di uscire dal conflitto. La guerra è partita con un consenso interno molto basso e non è stata davvero “venduta” neppure alla sua base. Trump si trova stretto tra due critiche opposte: da un lato gli isolazionisti MAGA che lo accusano di essersi fatto trascinare in una guerra altrui; dall’altro i falchi che gli rimproverano di non aver completato l’opera. Il negoziato con Teheran non è quindi solo politica estera: è anche gestione di una frattura aperta dentro il trumpismo.
Ed è qui che la figura di J.D. Vance acquista rilievo. Il vicepresidente non è soltanto uno dei protagonisti del negoziato: è forse il politico che ha più da guadagnare da un suo eventuale successo. Se i colloqui con Teheran producessero un risultato anche solo parziale ma spendibile, Vance potrebbe uscire dalla crisi come il candidato naturale della prossima Presidenza americana: l’uomo che ha dato al trumpismo una dottrina mediorientale meno istintiva, meno subalterna alle pulsioni dell’alleato israeliano e più capace di trasformare la forza in pressione negoziale. Proprio perché è apparso tra i meno convinti dell’azzardo sul cambio di regime, Vance può tentare di accreditarsi come il primo correttivo interno serio alla deriva impulsiva del trumpismo in politica estera.
Che fa la Cina? La Cina cerca di evitare il peggio senza assumersi fino in fondo il costo di sostituire gli Stati Uniti come garante della sicurezza regionale. Non vuole rompere con le monarchie sunnite, non vuole consegnare l’Iran al collasso, non vuole rafforzare eccessivamente la presa americana sul Golfo. Appare come un facilitatore prudente della de-escalation, ma non il garante della stabilizzazione. E tuttavia sarebbe un errore sottovalutare la posta in gioco cinese. Proprio perché è il primo grande importatore del petrolio del Golfo, non sarebbe sorprendente un suo coinvolgimento crescente nella futura architettura post-bellica: non come garante navale, ma come attore della governance economica e diplomatica del dopo-crisi. In questo quadro si inserisce anche il contatto tra Putin e Pezeshkian: Russia e Cina non sembrano disposte a garantire militarmente Teheran, ma restano interessate a impedire che la de-escalation si traduca in una vittoria unilaterale di Washington.
Resta però Israele e qui bisogna essere molto chiari. Nessuno può contestare a Israele il diritto alla propria difesa, tanto più nei confronti di un avversario come l’Iran e della rete di proxy che ne negano l’esistenza e lo colpiscono direttamente o indirettamente. Ma il problema nasce quando la difesa si salda con un progetto politico più ampio, sostenuto dalle componenti ultranazionaliste della coalizione di governo, che tende a trasformare la sicurezza in controllo permanente dei territori e in ridefinizione unilaterale dell’ordine regionale. È in questo senso che oggi Israele si presenta come una fonte di rischio sistemico: non per una condanna ideologica astratta, quanto perché la strategia del governo Netanyahu può far saltare l’unico equilibrio negoziale realisticamente disponibile.
Il punto si vede bene nel dossier libanese. Israele ha aderito alla pausa sulle ostilità verso l’Iran, ma escludendo esplicitamente il Libano; proprio la prosecuzione delle operazioni contro Hezbollah continua a essere il principale detonatore della fragilità della tregua. Marco Minniti ha parlato di una “variazione strategica tra Usa e Israele” e il Libano lo dimostra in modo quasi didascalico: Washington vuole congelare il fronte per aprire una trattativa; Netanyahu non vuole che questo congelamento si traduca in una limitazione della sua libertà d’azione regionale. Il dossier libanese non è più un fronte collaterale, ma uno degli ostacoli strutturali alla trasformazione della tregua in ordine politico.
Gli Accordi di Abramo non possono dirsi morti, ma sono certamente entrati in una zona di gelo strategico. L’idea di una progressiva normalizzazione israelo-araba sotto ombrello americano presupponeva credibilità della deterrenza americana, contenibilità dell’Iran e un costo politico gestibile dell’avvicinamento a Israele per le monarchie arabe. Questa guerra ha incrinato tutte e tre. Le monarchie del Golfo si sentono più vulnerabili; l’Iran esce ammaccato ma non neutralizzato; Israele appare meno come partner d’ordine e più come attore che può trascinare l’intera regione in una spirale di escalation.
E l’Europa? L’Europa fa quello che può, ma ancora una volta molto meno di quanto le servirebbe. Ha accolto con favore il cessate il fuoco, ha chiesto un accordo durevole, ha difeso la libertà di navigazione, ha insistito sulla necessità di includere il Libano nel quadro della de-escalation. Ma il punto politico resta impietoso: continua a pagare la crisi senza determinarne davvero l’esito. È esposta più degli Stati Uniti al costo energetico e logistico dell’instabilità; dipende ancora in larga misura da un’architettura di sicurezza che non controlla; non dispone della leva militare per imporre un ordine né della coesione politica per agire come vero soggetto strategico.
Eppure, proprio perché è il soggetto che più di altri paga il costo energetico e logistico del disordine, a Bruxelles sta emergendo una discussione più ambiziosa del solito: l’apertura di un canale diretto tra Unione europea e Teheran e perfino l’ipotesi di una presenza nello Stretto con unità battenti solo bandiere europee, sostenute logisticamente dalla NATO ma non inserite in una struttura a comando statunitense. Se questo schema prendesse forma, segnerebbe una novità strategica notevole. Il problema è che richiederebbe di superare ostacoli enormi: la black list europea dei pasdaran, le resistenze americane e soprattutto la necessità di ottenere almeno una sospensione della pressione israeliana su Iran e Libano.
Resta inoltre un’ambiguità decisiva. Trump può anche volere europei più armati e più onerati, magari per comprare più armi americane e alleggerire il peso della sicurezza per Washington; ma non è affatto certo che voglia una vera autonomia strategica coordinata dell’Europa. Una cosa è un continente che si riarma restando subordinato; altra cosa è un’Europa che si organizza come soggetto strategico autonomo. La prima rafforza l’America. La seconda la costringe a fare i conti con un alleato meno docile.
Ma la questione europea non riguarda solo la difesa. Uno shock duraturo su petrolio e gas colpisce redditi, margini delle imprese, inflazione e aspettative sui tassi. Per questo la risposta non può essere solo emergenziale: deve significare più integrazione politica, difesa comune credibile, accelerazione sulle fonti rinnovabili e sui sistemi di accumulo, rafforzamento della sicurezza industriale e alimentare.
Resta infine il paradosso più inquietante: e se la pace rafforzasse l’Iran e i suoi proxy? È un’ipotesi reale. Per quanto Teheran non esca militarmente vincitrice, ma una tregua che le lasci margini su Hormuz, che non smonti del tutto la sua rete regionale e che certifichi l’impossibilità di imporle una resa incondizionata potrebbe essere letta come una vittoria politica. Hezbollah e gli altri attori dell’arcipelago proxy potrebbero uscirne non necessariamente più forti in senso assoluto, ma più legittimati come strumenti efficaci di pressione indiretta. Sarebbe il paradosso finale di questa guerra: nel tentativo di piegare l’Iran, lo si consegna a una narrazione di resistenza riuscita. Dopo Islamabad, questa tesi non si indebolisce: si radicalizza. Il fallimento del primo round negoziale non smentisce l’idea dell’instabilità regolata; mostra piuttosto che la tregua può forse sospendere il peggio, ma non ha ancora trovato un linguaggio politico comune capace di trasformarla in ordine.
A rendere ancora più fragile questa tregua si aggiunge un elemento ulteriore: la crisi di Hormuz non dipende più soltanto dalla volontà politica degli attori. Le informazioni più recenti suggeriscono che lo Stretto possa restare parzialmente immobilizzato anche per ragioni tecniche, legate alle mine posate e alla difficoltà di localizzarle o rimuoverle rapidamente. Anche se la volontà politica di riaprire la rotta esistesse, l’ordine dei flussi potrebbe non tornare subito. Certe crisi, una volta innescate, sviluppano una propria inerzia materiale che sfugge perfino ai loro autori. Non è ancora pace. È, più realisticamente, l’inizio di una lunga instabilità regolata, nella quale Washington e Teheran si fronteggiano da co-gestori armati del disordine, Israele resta un fattore di detonazione permanente, le monarchie del Golfo si scoprono più sole, gli Accordi di Abramo si raffreddano, Vance può ancora capitalizzare il negoziato come rampa presidenziale ma ora al prezzo di esporsi al fallimento, e l’Europa paga il prezzo di una crisi che non governa.
A tutto questo si aggiunge una dimensione che le guerre contemporanee rendono sempre più decisiva: la battaglia per il racconto. Anche se ferito sul terreno, il regime iraniano ha mostrato una notevole capacità di trasformare la sopravvivenza in messaggio politico, usando propaganda digitale, ironia, linguaggio mutuato dalla cultura online occidentale e una sistematica rappresentazione del cessate il fuoco come vittoria. Se questa offensiva simbolica attecchisce, almeno in parte, in Occidente e nel Sud globale, l’Iran potrebbe uscire dalla crisi non solo salvo, ma anche rafforzato nella propria capacità di presentarsi come potere resiliente, irridente, non piegato. Anche nelle guerre contemporanee, la legittimazione non nasce soltanto dai territori occupati o dai missili lanciati, ma dalla capacità di imporre una lettura del conflitto.
E il disordine non distrugge solo stabilità: redistribuisce potere e valore strategico. Alcuni asset diventano più vulnerabili, altri più indispensabili. Energia, difesa, sicurezza alimentare, accumulo e resilienza industriale non sono più semplici settori economici: diventano i nuovi punti di gravitazione del potere.
Se c’è una morale della favola, è questa: il diritto internazionale nato sulle rovine della Seconda guerra mondiale non è ancora morto, ma è sempre più umiliato dalla politica di potenza. Viene evocato per chiedere tregue, corridoi, mandati ONU e libertà di navigazione, ma le decisioni vere vengono prese prima, con i missili, con gli ultimatum, con il controllo degli stretti e con la selezione unilaterale dei teatri che meritano o non meritano la pace. È il ritorno del fatto compiuto come forma elementare dell’ordine internazionale. Il problema, allora, non è solo che il diritto venga violato: è che rischia di essere ridotto a funzione notarile, chiamata a registrare ex post equilibri già imposti dalla forza.
Quando la politica di potenza si combina con la mistificazione propagandistica e con strutture decisionali epurate da veri contrappesi, non viene manipolato soltanto il diritto: viene manipolata la realtà stessa. Netanyahu ha venduto a Trump due scorciatoie strategiche rivelatesi tossiche; Trump, a sua volta, le ha accettate dentro un sistema di comando sempre più ripulito da competenze indipendenti e popolato da fedeltà personali, improvvisazione e narrazioni consolatorie. In questo senso la crisi iraniana non parla solo del Medio Oriente. Parla di una forma di decisione politica in cui il fatto compiuto precede il diritto, la propaganda precede l’analisi e la convinzione del capo vale più della verifica dei fatti.
E l’Europa, ancora una volta, ne offre la prova più amara. Invoca il diritto, paga il prezzo dell’instabilità, ma non dispone della forza politica e militare per imporre né l’uno né l’altra. Se questa tendenza si consolidasse, la crisi del Golfo non sarebbe soltanto una crisi regionale o energetica: sarebbe un’altra tappa del passaggio da un ordine imperfetto ma normativo a un mondo in cui la potenza decide, il diritto rincorre e gli attori privi di forza sufficiente pagano proprio quando contano di meno.
La previsione più plausibile, nel medio periodo, non è una pace vera né una guerra totale permanente. È piuttosto un equilibrio armato e instabile: un Golfo in cui gli Stati Uniti resteranno indispensabili ma meno risolutivi, l’Iran resterà contenuto ma non ridimensionato, le monarchie arabe resteranno ricche ma più dipendenti, la Cina cercherà di crescere come architetto economico del dopo-crisi, e Israele potrà conservare la superiorità militare ma al prezzo di un possibile isolamento regionale e internazionale crescente, anche sotto la pressione di una Turchia più assertiva. In altre parole, non ci attende un nuovo ordine, ma una nuova instabilità organizzata.
Per l’Europa, la lezione dovrebbe ormai essere evidente. Se vuole smettere di pagare crisi che non governa, deve tornare a essere soggetto politico e non soltanto spazio economico. Questo significa riprendere seriamente il cammino dell’integrazione, costruire una difesa comune credibile, accelerare sulle fonti rinnovabili e sui sistemi di accumulo per ridurre la dipendenza strategica dalle fonti fossili importate, e legare sicurezza energetica, politica industriale e autonomia strategica in una visione unitaria. Altrimenti continuerà a trovarsi nella condizione peggiore: abbastanza ricca da subire il contraccolpo delle crisi, ma non abbastanza sovrana da impedirle o orientarle.
PAOLO POLETTI
