“AGORA’ SPORTIVA” A CURA DI STEFANO CERVARELLI – IN MORTE DEL FRATELLO.

di STEFANO CERVARELLI

Chi non conosce Gino Bartali e Fausto Coppi? Chi non sa qualcosa delle loro leggendarie imprese?

Credo nessuno.

Ma forse non tutti conoscono i loro fratelli, Giulio e Serse, le loro storie. Magari non tutti sanno che erano ciclisti anche loro, che correvano insieme ai fratelli, vincendo anche loro per poi essere colpiti dallo stesso tragico destino che contribuì a rendere più forte il legame d’amicizia già esistente tra i loro fratelli maggiori.

Questo è il racconto di due leggende del ciclismo che pedalavano insieme, che insieme scalavano montagne innevate, che si scambiavano borracce, che vincevano Giri e Tour e che insieme si ritrovarono accomunati da un perfido destino: la morte dei propri fratelli, entrambi proprio durante una corsa ciclistica.

Gino Bartali detto “Ginaccio” fu il primo a piangere la morte di Giulio, più piccolo di due anni,(classe 1916) morto proprio quando, nel 1936, avveniva la definitiva consacrazione di Gino.

La storia ci viene raccontata in un bel libro di Maurizio Bresci, Carlo Fontanelli e Marco Pasquini dal titolo “Bartali, 1936 novant’anni dal Giro” (Geo Edizioni, pagine 128). Il sottotitolo recita: “Dal paradiso all’inferno: il primo Giro d’Italia di Gino, la tragica scomparsa di Giulio”.

Appare più evidente che quella fu per Gino Bartali una stagione di grande gioia dissoltasi però nelle lacrime; era l’anno successivo a quello in cui era passato al professionismo.

Nel 1935 con un curriculum di 14 vittorie, tra le quali il titolo di campione d’Italia, che allora veniva assegnato non in prova unica ma grazie ai punti raccolti in nove prove, Gino Bartali fu considerato il nuovo giovane re del ciclismo italiano.

Il campione toscano poteva già vincere il Giro nel 1934 a soli vent’anni, ad impedirlo fu l’accorata richiesta dell’altra leggenda del tempo, Learco Guerra, alias “Locomotiva umana”.

Vale la pena raccontare quanto successe e che venne riportato dalle cronache sportive successivamente.

Saputo che Gino avrebbe partecipato al Giro, Learco Guerra, consapevole della forza dell’avversario, andò da lui e gli disse pressapoco così: “Lasciami vincere il Giro, dammi una mano, poi l’anno prossimo ti porto con me in squadra, io oramai sono a fine carriera”.

La squadra promessa era la mitica Legnano del commendator Bozzi; qui Gino fu “gregario” un solo anno, poi venne la maglia rosa nel 1936, che contribuì a rendere meno tetro quell’anno in cui, oltretutto, il fascismo, dopo la guerra d’Etiopia, proclamò l’impero, poggiando quindi le basi per il funesto asse Berlino-Roma.

Bartali vinse il Giro togliendo la maglia di leader ad un altro toscano Giuseppe Olmo che, insieme sempre ad altri “maledetti toscani”, Aldo Bini e Raffaele di Paco, avevano provato a fermare l’avanzata di Gino: ma non ci fu nulla da fare.

Quel Giro lo vinse il più pacifista ed antifascista dello sport italiano.

Ma ora veniamo a Giulio, il fratello più piccolo di Gino.

Nell’anno del successo del fratello maggiore anche Giulio stava ottenendo buoni risultati.

Il 14 giugno stava giocandosi da protagonista il campionato toscano quando….. quando nella discesa del colle di san Donato, mentre sfrecciava in testa alla corsa in direzione di Bagno a Ripoli insieme a Simoni e Corsini, all’altezza di Osteria Nuova, accadde quello che in una corsa ciclistica non dovrebbe assolutamente accadere.

Una Balilla che marciava in senso inverso (nonostante il divieto) investì Giulio, la sua caduta fece scivolare a terra anche Corsini mentre Simoni raggiunse da solo il traguardo.

Giulio venne trasportato all’ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze dove morì il martedì 16 giugno.

Gino, disperato, fece in tempo a rimanergli vicino e vegliarlo in quelle 48 ore di agonia.

Per il campione fu un dolore immenso; colpita dal tragico incidente la sua famiglia cercò di dissuaderlo dal continuare a correre.

Pasquini, uno degli autori del libro, ci dice che Gino attraversò un mese di profonda crisi durante il quale ebbe anche la tentazione di prendere i voti.

La perdita dell’adorato fratello ebbe l’effetto immediato di avvicinarlo ancor più alla fede cristiana tant’è che l’anno seguente divenne terziario dei Carmelitani scalzi, prendendo il nome di fra Tarcisio di S. Teresa di Gesù Bambino.

Indubbiamente, dicono gli autori del libro, fu la fede, la tenacia, l’orgoglio, insieme al dolore, che dettero motivazioni e spinta in più a Gino per vincere il Giro del ’37 e il Tour de France nel ’38, l’anno delle leggi razziali. Dieci anni dopo Bartali vinse un altro Tour per noi italiani molto importante, lo vedremo più avanti.

Gino ebbe anche modo di essere protagonista durante il regime nazifascista.

Percorrendo più volte il tratto Firenze-Assisi, con la scusa di allenarsi, nascosti nella canna della sua bicicletta portava documenti falsi che servirono a salvare dai campi di sterminio circa 800 ebrei rifugiati nei conventi di Assisi.

Ed eccoci al 1948 quando Bartali, a 34 anni, un’età a quel tempo in cui nel ciclismo si era vicino alla pensione, vinse il suo secondo Tour.

Fu quella una vittoria che per non italiani assunse un’importanza che andò oltre il significato sportivo in quanto servì ad evitare una probabile guerra civile: in un momento di forte contrapposizione politica Palmiro Togliatti fu vittima di un attentato.

In seguito a questo nel Paese scoppiarono dei violenti tumulti tra le opposte fazioni politiche. Alla ricerca di soluzioni che potessero evitare il peggio Alcide De Gasperi ebbe un’intuizione. Conoscendo l’attaccamento del popolo a Gino Bartali pensò che un’importante, “gloriosa” vittoria sportiva avrebbe creato entusiasmo contribuendo così a calmare gli animi. E quale impresa più gloriosa che vincere il Tour?

Chiamò Gino, pregandolo di mettercela tutta per vincere, dicendogli quale valore ed importanza avrebbe avuto la sua vittoria.

Ora naturalmente non vi racconterò la cronaca del Tour, ma “Ginettaccio” oltre che raccogliere l’invito, raccolse anche le sue forze e conquistò il Tour passando alla storia non solo come vincitore sportivo ma come colui che aveva impedito una guerra civile.

Veniamo a Fausto Coppi lo faccio usando la mitica frase di Claudio Ferretti che per anni risuonò nelle radiocronache del tempo: “Un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco celeste, il suo nome è Fausto Coppi”. Parole che accompagnarono quasi tutta la carriera del campione di Castellana.

L’ascesa trionfante di Fausto iniziò nel 1940 quando vinse il suo primo Giro d’Italia, per poi ripetersi nel ’47, nel ’49 e nel ’52 (anno in cui vinse anche il Tour) e  nel ’53.

Qui non voglio parlare dei successi sportivi del campionissimo, sarebbe troppo lungo, ma bensì  raccontare del tragico episodio che lo avvolse nello stesso dolore di Bartali.

Era il 1951 quando Fausto perse il fratello, morto anche lui in seguito ad una caduta.

Per Serse il tragico destino era in agguato sotto forma di un binario del tram.

Nel corso di una tappa del Giro del Piemonte, mentre attraversava l’abitato di Torino, giunto in  corso Casale, la ruota della sua bicicletta “infilzò” i binari; Serse cadde e batté la testa.

Comunque si rialzò prontamente, risalì in bici, tagliò il traguardo e andò a congratularsi con il vincitore della tappa che, guarda come la sorte si diverte, era proprio Gino Bartali!

Serse tornò poi in albergo dove, però, la stessa sera morì a causa di un’emorragia cerebrale.

Due grandi campioni, due eroi dello sport, dominatori delle vette più alte, delle strade più impervie, rivali ma corretti nelle corse, che hanno condiviso gioie e fatiche, baciati dalla gloria, si sono ritrovati a condividere anche lo stesso identico dolore.

Una storia parallela quella raccontata da Bacci, Fontanelli e Pasquini, dove c’è un filo che lega Bartali e Coppi fin dal 1936 ed è quello di un tragico destino che oltre ad accomunarli nel dolore della morte dei fratelli ha impedito che i due non invecchiassero insieme, come più volte Fausto aveva detto di desiderare.

Fausto ci lasciò per primo, il 2 gennaio 1960 a soli 40 anni causa una banale malaria mal curata (la contrasse in Africa dove era andato a caccia con il suo amico, il campione francese Geminiani  che colpito anche lui dal male riuscì a cavarsela grazie a cure appropriate). Oltre che per le vicende sportive Fausto Coppi salì alla ribalta delle cronache perché protagonista di una storia per quell’epoca considerata scandalosa.

Regolarmente sposato con Bruna Ciampaglia visse, a partire dal 1948 – ma secondo me anche da prima vista la discreta presenza della donna all’arrivo delle corse – una lunga storia d’amore extraconiugale con Giulia Occhini – anche lei coniugata – detta la “Dama bianca” per il suo vivere all’ombra del campione. Dalla loro relazione nacque Angelo Fausto detto “Faustino”.

Gino invece ebbe la possibilità di seguire come commentatore molte edizioni del Giro d’Italia per raggiungere poi serenamente gli altri tre protagonisti di questa storia in coincidenza con l’inizio del nuovo secolo.

Una storia dunque che non parla solo di biciclette, salite, fatica, vittorie ma anche di grande dolore, di sentimenti e sopratutto della grande forza di reazione avuta dai nostri due campioni.

Gino Bartali, Fausto Coppi: personaggi di un’Italia che nasceva con tante speranze.

STEFANO CERVARELLI