Oksana Masters

di STEFANO CERVARELLI

La storia che andrò a raccontarvi è una storia vera, è la storia di Oksana Masters, della sua vita della sua carriera leggendaria.

Ho detto una storia vera e la precisazione, per quanto può apparire superflua, mi sembra d’obbligo in quanto il confine tra fiaba e storia vera è molto sottile.

Anche in questo caso, come già avvenne precedentemente a proposito di un’altra atleta, il tema centrale è la rinascita. Ossia quando alla nascita naturale, con tutto quello che avviene in seguito, la provvidenza ti fa dono di un momento magico, inatteso, che schiude le porte a una nuova vita, della quale ignoravi l’esistenza; a questo seguirà la presa di coscienza delle proprie possibilità inimmaginabili fino a quel momento.

La rinascita, una nuova vita, proprio come avviene nelle fiabe, quando ti sembra che tutto sia finito, quando intorno a te c’è il buio, quando hai conosciuto solo sofferenze.

Senza alcun dubbio questo è ancor più vero per Oksana Masters specialmente alla luce di come ha vissuto la sua infanzia.

Mi chiederete: “Ma chi è Oksana Masters?”

Potrei racchiude la risposta in due sole affermazioni: una grandissima donna. Una leggendaria atleta. Ma sarebbe troppo riduttivo, facciamo una breve conoscenza con lei, ne vale la pena.

E’ una donna che quando tutto sembrava perduto ha visto improvvisamente capovolgersi la sua vita, ha fatto l’esperienza di una nuova rinascita; ora ha 36 anni, collezionato successi sopra successi ma  non dimentica nulla del tempo lontano, non dimentica nulla e non può farlo perché le cicatrici che porta addosso sono lì a testimonianza del suo terribile vissuto.

Seconda domanda: “Ma che c’entra questo con lo sport?”.

La risposta è facile, è stato proprio grazie allo sport – ovviamente con il contributo di altri fattori forse ancora più importanti – che per l’atleta ucraina la vita improvvisamente si è colorata di rosa.

Oggi Oksana Masters è una leggenda.

E’ l’atleta più vincente partecipante alle paralimpiadi di Milano-Cortina 2026.

Il primo giorno di gare ha centrato immediatamente l’oro nel parabiathlon, la sua decima medaglia olimpica,nei giochi paralimpici invernali (specialità sci nordico e Biathlon) ed in quelli estivi (canottaggio e ciclismo)per arrivare alla fine dei giochi italiani a toccare quota ventitré.

La sua storia però si arricchisce di un capitolo precedente a quello delle medaglie.

Vediamolo.

La prima cosa da sapere è che lei gareggia per gli USA anche se è nata in Ucraina.

Oksana è una delle tante bambine e bambini venuti al mondo dopo il disastro nucleare di Chernobyl.

E’ nata a Khmelnytskyi il 19 giugno 1989, tre anni dopo la sciagura; purtroppo la madre biologica era rimasta esposta alle radiazioni.

Oksana di quel tragico evento ha ereditato un molteplicità di problemi congeniti: sei dita per piede, cinque dita palmate per mano, nessun pollice, un solo rene, la gamba sinistra 15 centimetri più corta della destra ed entrambe prive di ossa portanti.

Per le sue condizioni e per la miseria che attanagliava la famiglia i genitori decisero di affidarla, poco dopo la nascita, ad un orfanotrofio dove rimase fino all’età di otto anni in condizioni di indigenza e malnutrizione.

In seguito, ricordando quegli anni, ebbe a dire che non sperava di uscir viva da quel luogo.

Veniva picchiata, lasciata senza cibo. “Ricordo ancora oggi il dolore nello stomaco, andavamo a letto affamati”. Venne anche abusata e fu testimone della morte per percosse, della sua amica più cara, rea di aver rubato del pane.

“Ho imparato presto a non piangere”, aggiungendo: “I bambini che piangevano venivano puniti o ignorati”. “Un vero inferno..!”. E ancora: “La nostra era pura sopravvivenza, non certo infanzia!”.

Disabili invisibili erano per l’allora Unione Sovietica; il regime comunista infatti tendeva a nascondere le persone con disabilità perché mal si addicevano all’idea di cittadini forti e produttivi.

Per la giovane ucraina sembrava essere quello un tunnel senza uscita, vittima com’era di vessazioni fisiche ma anche psicologiche.

“E’ strano – diceva – non sapere cosa sia una famiglia, non sapere cosa sia l’amore di una madre, e non sapere davvero cosa sia un abbraccio”…

Poi….. accadde che la bruttissima storia di vita di una bambina sola, con deformazioni fisiche, traumi psicologici, senza amore, si trasforma in fiabesca realtà come Oksana meritava.

Gay Masters, professoressa di logopedia, americana, single e senza figli, si reca in Ucraina per verificare la possibilità di adottare. Impresa non molto difficile un tempo in quella regione.

Non sappiamo se la professoressa abbia girato per i vari istituti ma sta di fatto che in uno di questi incontra quella bambina di sette anni e mezzo che pesava soltanto 17 Kg ed era alta 94 centimetri, cioè come una bimba di tre anni.

Tanto per essere chiari i responsabili dell’istituto gli dissero subito che quella bambina non era “normale” aveva ritardi di crescita e necessitava di molte cure e operazioni.

Gay Masters non si scoraggiò, l’incontro con lo sguardo della bambina fu decisivo e scelse di adottarla ugualmente nonostante avesse ben presente i problemi ai quali sarebbe andata incontro.   “Sentii che non potevo lasciarla lì” disse.

Ma sentiamo una frase che Oksana disse al riguardo della madre, cioè di Gay: “Mia madre mi ha dovuto insegnare cosa significa la parola felice.

Il suo cammino non fu né facile né privo di spiacevoli episodi; purtroppo prima che raggiungesse i 13 anni si rese necessario amputarle entrambe le gambe.

Oksana nonostante comprensibili momenti di sconforto trovò sempre la forza di andare avanti, aiutata in questo dal suo incontro con lo sport che si rivelò una terapia utile per accettare i suoi traumi.

C’è da dire però che il più grande aiuto, quello che ha fatto la differenza, Oksana l’ha ricevuto dalla madre: con il suo calore, la fiducia che soltanto una madre può dare.

La recente edizione Milano-Cortina è stata per Oksana l’ottava edizione paralimpica consecutiva (estiva ed invernale). E’ arrivata nel nostro paese da atleta statunitense invernale più titolata di sempre, questo nonostante il vissuto precedente sia stato per lei un periodo particolarmente difficile: a inizio stagione ha dovuto affrontare il 28° intervento chirurgico alla mano destra, quella che usa per sparare nella prova di Biathlon.

Alle olimpiadi invernali italiane Oksane ha potuto contare sulla vicinanza dell’uomo con il quale sta costruendo il suo futuro: Aaron Pike, sportivo polivalente, con otto partecipazioni ai giochi come lei, due titoli mondiali paralimpici nel Biathlon, posizionato ai vertici nello sci di fondo ed eccellente anche nell’atletica specialmente nella maratona in carrozzina.

La loro storia è iniziata nel 2013, insieme formano una coppia da record: infatti, sommando i loro successi, arriviamo a 19 titoli mondiali e 37 medaglie iridate. Aaron, 39enne, nativo del Minnesota, ha visto la sua vita stravolta a 13 anni .

Si trovava a caccia con suo padre quando, sentendo un rumore nel bosco, un cacciatore appartenente ad un altro gruppo fece fuoco in direzione del ragazzo; il proiettile lo colpì alla schiena provocandogli una lesione spinale che gli lasciò una limitata mobilità delle gambe.

Aaron non si perse d’animo e scoprì il potere terapeutico ed associativo dello sport, attratto in particolar modo, dal Basket in carrozzina.

Ora, al termine dei giochi invernali, saliranno sul podio più importante: “Sposarsi in Italia, al termine di quella che potrebbe essere la nostra ultima olimpiade, rappresenterebbe il modo perfetto per iniziare il nostro viaggio insieme per sempre”. Oksana non l’ha mai nascosto: “Ho sempre sognato di avere un giorno una mia famiglia. Penso che sarei una brava mamma. Vorrei essere per i miei figli quello che mamma Gay è stata per me”.

Non c’è niente da fare, non ci sono né olimpiadi, né mondiali, né medaglie che possano impedire al pensiero di tornare sempre a lei, alla donna che l’ha avvolta con il suo amore: “Mamma, grazie per avermi salvato, per aver dato luce alla mia vita”.

STEFANO CERVARELLI