Il nome perduto. Perché in Italia il socialismo è diventato impronunciabile.
di PATRIZIO PACIFICO ♦
C’è un fatto linguistico, prima ancora che politico, che dovrebbe inquietare chiunque guardi con serietà al panorama italiano: nel Paese in cui la questione sociale ha modellato per quasi un secolo partiti, sindacati, cooperative, case del popolo, giornali e perfino una certa pedagogia della dignità, la parola socialismo è diventata sospetta. Non falsa. Non superata. Sospetta. Una parola da maneggiare con cautela, da aggirare con perifrasi, da sostituire con formule più larghe, più prudenti, più neutre. Eppure, appena si esce dai nostri confini e si osserva il lessico ordinario della sinistra europea, si scopre che la famiglia politica di riferimento continua a chiamarsi con tranquilla naturalezza socialista, socialdemocratica o labour. Il Partito del Socialismo Europeo non sopravvive come reliquia, ma come lingua normale di una tradizione ancora viva. Il problema, dunque, non è europeo. Il problema è italiano.
Ora, per capire davvero questa anomalia, bisogna sottrarla sia alla nostalgia sia alla caricatura. Non basta dire che il socialismo sia scomparso perché travolto dalla storia, come se il tempo avesse pronunciato da solo la sua sentenza. Ma non basta neppure immaginare una regia segreta che avrebbe deliberatamente cancellato un nome dalla memoria pubblica. In politica, i complotti sono spesso la forma romanzesca della pigrizia. La storia, invece, è quasi sempre più severa e più intricata. La verità, se la si vuole dire senza scorciatoie, è un’altra: in Italia il termine socialismo non è sparito perché superato, ma perché è rimasto schiacciato tra una anomalia originaria della nostra sinistra, il crollo morale e organizzativo del PSI, la lunga trasformazione del sistema politico che condurrà al Partito Democratico e, infine, una rimozione lessicale per cui molti contenuti sono sopravvissuti, ma il loro nome ha arretrato. Questa è, a ben vedere, la nostra vera eccezione.
La prima ragione, e forse la più importante, è anteriore a Tangentopoli. In gran parte d’Europa la forma naturale della sinistra di governo si è chiamata socialista o socialdemocratica. In Italia no. In Italia la grande identità popolare della sinistra novecentesca è stata, per decenni, il comunismo del PCI. È qui che nasce la nostra differenza strutturale: il socialismo italiano è stato una tradizione grande, nobile, spesso generosa, ma non è mai riuscito a diventare, come altrove, la casa larga e indiscussa dell’intero campo progressista. La politologia lo ha osservato con precisione: il caso italiano resta anomalo proprio perché la socialdemocrazia non si consolida mai come asse centrale del sistema, anche a causa del peso straordinario esercitato dal PCI nella storia politica e simbolica della Repubblica. Da noi, insomma, la parola che altrove unificava ha convissuto con un’altra parola più forte, più radicata, più totalizzante. E questo non è un dettaglio filologico. È la premessa di tutto il resto.
La seconda ragione ha invece una data precisa e una ferita evidente: Tangentopoli. Qui il punto non è soltanto la crisi di un partito, ma la compromissione simbolica di un nome. Quando il PSI si scioglie nel 1994, travolto dalla tempesta giudiziaria, finanziaria e politica della fine della Prima Repubblica, non crolla solo un’organizzazione; viene colpita la legittimità pubblica della parola socialismo, che nell’immaginario di molti smette di evocare Turati, Nenni, Lombardi, l’autonomia del lavoro, la critica delle rendite, l’emancipazione dei subalterni, e viene invece compressa nel fotogramma finale della propria degenerazione. La tradizione viene schiacciata sul suo epilogo. Nel resto d’Europa i partiti socialisti e socialdemocratici attraversano crisi, revisioni, sconfitte, ma conservano un centro di gravità. In Italia, invece, il partito che portava quel nome viene disintegrato e la sua diaspora si disperde in più direzioni, senza più ricomporsi in una casa unitaria. Questo è il momento in cui il socialismo italiano perde non solo forza, ma anche reputazione pubblica.
Ma gli anni Novanta non sono soltanto Mani Pulite. Sono la crisi delle grandi culture politiche di massa, la personalizzazione della leadership, la torsione mediatica della democrazia, la secolarizzazione delle appartenenze, la fine della militanza come forma ordinaria della cittadinanza. È dentro questa lunga transizione che la sinistra post-comunista cerca una nuova casa. Il PCI, dissoltosi nel 1991, diventa PDS; poi, nel 1998, Democratici di sinistra; e solo più tardi, nel 2007, i DS si fonderanno con la Margherita dando vita al Partito Democratico. Questo passaggio va guardato con rigore: il PD non nasce “negli anni Novanta”, ma come esito maturo di una transizione aperta allora. E la sua genesi è già, di per sé, una risposta al problema dei nomi. Perché quella nuova casa comune non può più chiamarsi comunista, ma neppure socialista in senso stretto. Nasce democratica: cioè più larga, più costituzionale, più inclusiva, meno segnata dalle ferite nominali del Novecento italiano.
Qui occorre essere onesti intellettualmente. Quando il PD sceglie di non nominarsi socialista, non compie automaticamente una conversione liberale della sinistra. Il suo Manifesto dei valori continua a parlare di uguaglianza, solidarietà, giustizia sociale, dignità del lavoro, emancipazione della persona, tutela dei più deboli. Vale a dire di contenuti che, nel resto d’Europa, appartengono pienamente alla grande famiglia socialista e socialdemocratica. La scelta del nome non nasce dunque da un ripudio astratto del socialismo, ma dal tentativo di rendere abitabile una casa comune in un Paese in cui le due parole storiche della sinistra erano state, per motivi diversi, entrambe ferite: socialista dal collasso morale del PSI, comunista dalla fine del comunismo novecentesco e dalla necessità di una nuova collocazione democratica. Si può discutere politicamente questa scelta. Ma non la si può capire se la si separa dal trauma storico che la precede.
Ed eccoci al quarto processo, il più sottile e forse il più attuale: la rimozione lessicale. In Europa il socialismo democratico non ha perso il proprio nome. In Italia, invece, accade qualcosa di più ambiguo: i contenuti restano, ma il nome arretra. Restano la difesa della sanità pubblica, dell’istruzione come ascensore sociale, del lavoro come principio di dignità, della regolazione del mercato, della redistribuzione, della lotta alle disuguaglianze. Ma si preferisce dirli con parole laterali, più prudenti, meno esposte. Come se la tradizione fosse ancora praticabile, ma non pienamente nominabile. Ed è qui che il problema smette di essere solo storico e diventa culturale. Perché una comunità politica che continua a difendere molte delle cose che altrove si chiamano socialiste o socialdemocratiche, ma non osa più pronunciare quel nome, finisce lentamente per indebolire anche la chiarezza del proprio immaginario. Il nome è arretrato. I contenuti, no. Ma una tradizione che sopravvive solo nei contenuti e non più nel proprio lessico diventa, col tempo, più fragile.
Se proprio si vuole usare la parola manipolazione, allora la si usi con precisione. Non nel senso infantile del complotto, ma nel senso più serio dell’egemonia culturale. In Italia, dopo il 1992, socialismo è stato spesso ridotto a sinonimo di corruzione, mentre comunismo è stato via via confinato nella memoria polemica del Novecento. Così il discorso pubblico ha prodotto una strana amputazione: la sinistra poteva sopravvivere, sì, ma quasi soltanto al prezzo di allontanarsi dai propri nomi storici. Non dalle proprie idee, ma dai propri nomi. E una politica che rinuncia ai nomi con cui ha educato intere generazioni difficilmente riesce, in seguito, a produrre la stessa forza morale. Le parole non sono etichette decorative.
Sono strutture della coscienza collettiva. Servono a dire una storia, ma anche a darle continuità, conflitto, orgoglio.
È qui che la questione diventa davvero politica. Non si tratta di stabilire se convenga riesumare una definizione per gusto antiquario, né di organizzare una commemorazione lessicale. Si tratta di capire se un grande Paese europeo possa permettersi di vivere in una condizione di minorità semantica, nella quale la famiglia politica che nel resto d’Europa continua a chiamarsi socialista o socialdemocratica debba, da noi, costantemente tradursi, attenuarsi, aggirarsi. Perché chi non osa più nominare con fierezza la propria grammatica finisce quasi sempre per indebolirne anche la sintassi. Comincia con una cautela verbale. Finisce con una incertezza politica.
La domanda vera, allora, non è nostalgica ma attuale: può esistere una sinistra di governo che continui a difendere lavoro, welfare, uguaglianza, scuola pubblica, giustizia redistributiva, regolazione del mercato, senza trovare il coraggio di riconoscere e nominare la tradizione da cui quei principi provengono? Oppure proprio questa prudenza nominale, questa timidezza del lessico, questa paura di un nome, è una delle ragioni per cui il centrosinistra italiano fatica ancora a farsi percepire come la casa naturale del lavoro, dell’uguaglianza e della giustizia sociale?
Forse il punto è tutto qui. In Italia il socialismo non è stato superato: è stato prima decentrato da una storia anomala, poi ferito da un crollo morale, quindi assorbito in una sintesi più larga, infine reso timido nel linguaggio pubblico. Ma non è affatto scomparso. Vive in molte battaglie che continuiamo a combattere, in molti princìpi che continuiamo a difendere, in molte parole che continuiamo a pronunciare senza voler risalire fino al loro nome. E tuttavia una tradizione che sopravvive solo nei contenuti e non più nel nome, prima o poi, indebolisce anche i contenuti. Perché le parole non servono soltanto a descrivere una storia: servono a darle coraggio.
E un Paese che costringe una delle proprie tradizioni migliori alla clandestinità del lessico non la sta archiviando.
La sta rendendo più fragile.
PATRIZIO PACIFICO

da socialista europeo o liberale , excursus ovviamente limitato dalla brevità
compromesso storico, via italiana al socialismo ,monetine contro Craxi, anomalia e revisione di mani pulite, dittatura del proletariato, socialismo liberale
diciamo una interpretazione di una tradizione comunista, quella che vedeva Gramsci criticare Matteotti o dare del semplice ladro a Craxi
con pazienza revisione storica sarà necessaria una risposta un confronto da chi come me e ancora fiero di una tradizione socialista presente in Europa
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Mio padre era socialista, nenniano come il basco che indossava in alternativa al borsalino, e io ne ho ereditato gli ideali e la convinzione che fosse la scelta giusta anche rispetto al comunismo di Togliatti. Non solo il bisogno ma anche il merito. Ora che il merito è appannaggio onomastico esclusivo di una destra radicale mi manca anche il distingue, ma ho la grande casa PD come riferimento obbligato. Orfana del socialismo ne ho percepito con disappunto la scomparsa e la damnatio memoriae anche onomastica, optando solo con Berlinguer alla scelta elettorale comunista. Condivido con il cuore perciòe non solo con la mente la dettagliata, filologica e politica, analisi che ne hai fatto, la diagnosi delle ragioni solo italiane di tale rinuncia è continua a sentirmi orfana…. Ma ti ringrazio caldamente proprio per l’ondata di nostalgia che tu volevi evitare ma che è inevitabile per me perché il medium ne è il mio faro intellettuale e ideale. 👏❤️Caterina Valchera
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Riflessione stimolante che merita di essere sviluppata
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molto interessante, la nostra storia collettiva attua rimozioni anche linguistiche non dichiarate ma che diventano un’autentica damnatio memoriae.Come in questo caso.
Maria Zeno
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La cultura di sinistra in Italia ha tratti propri, entrano in crisi due architravi culturali della sinistra storica, ma anche di quella nata nel ’68: il comunismo internazionale e la “centralità della classe operaia. La “catastrofe” della cultura di sinistra era avvenuta con l’assassinio di Aldo Moro, ritrovato cadavere a un passo dalle sedi della DC e del PCI, un trauma drammatico nella cultura politica del Paese.
E’ proprio Berlinguer, agli inizi degli anni ’80, che se ribadisce la centralità del sistema dei partiti, nello stesso tempo denuncia la sua irrimediabile degenerazione, ( i partiti sono ormai macchine di potere e di clientele…federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con “boss” e dei “sotto boss”- afferma Berlinguer nel lontano 1981 – intervista a Scalfari,” la Repubblica 28 luglio 1981).
A Padova avvertivamo il dramma del ” dirigente politico” di altri tempi, ma che evocava simbolicamente una disperazione più profonda. Finiva la storia della cultura della sinistra, con la barbarie del terrorismo, la chiusura repressiva delle istituzioni e il modificarsi degli immaginari collettivi.
Craxi e le tangenti, la strategia della tensione e il PCI dovrà fare i conti con la propria identità: lo farà nel peggiore dei modi, con rimozioni e pigrizie intellettuali, tratti burocratici e dissipazione dei valori, ” bruciando” definitivamente ogni residuo di ” diversità”.
Sono questi i segni, a mio giudizio; che condizioneranno i decenni successivi per la cultura di Sinistra.
Paola Angeloni.
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